Chengdu è una metropoli di quasi 17 milioni di abitanti incastonata nella provincia del Sichuan. Siamo nella Cina sud-occidentale, distanti circa 1.800 chilometri da Pechino e 1.970 da Shanghai, lontani dalla fascia costiera che negli ultimi decenni ha consentito al Paese di crescere a ritmi record. Eppure, anche qui, a due passi dal Tibet, in mezzo a montagne altissime e parchi nazionali da cartolina, il socialismo con caratteristiche cinesi ha piantato solidi radici.

Conosciuta per essere la città dei panda giganti, una rarissima razza in via di estinzione, Chengdu è uno dei centri urbani emergenti più interessanti della Cina, tanto dal punto di vista economico quanto da quello geopolitico. È bene ricordarselo visto che la guerra dei consolati, in corso tra Washington e Pechino, ha fatto tappa proprio nel cuore del Sichuan.

In risposta alla chiusura del consolato cinese di Houston, in Texas, Pechino ha ordinato la chiusura della sede diplomatica Usa situata a Chengdu. La Cina ha notificato il provvedimento all’ambasciata americana di Pechino parlando di “attività incompatibili” con lo status diplomatico della sede consolare. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Wang Wnbin, ha spiegato che “alcuni membri del personale del consolato generale degli Stati Uniti a Chengdu si sono impegnati in attività incompatibili con il loro status”, interferendo “negli affari interni della Cina” e “danneggiato gli interessi di sicurezza” del Paese.

Perché il consolato di Chengdu

La reazione cinese è senza ombra di dubbio una risposta alla chiusura del consolato texano. In ogni caso, dietro alle spiegazioni ufficiali dei fatti potrebbero nascondersi interessanti aspetti da considerare. Al netto delle varie accuse di spionaggio e interferenze varie, Chengdu è posizionata in un’area strategica. Grazie ai voli in partenza dall’enorme Chengdu-Shuangliu Airport, la megalopoli è uno dei punti di ingresso più comodi per entrare in Tibet, regione sensibile finita, proprio come lo Xinjiang, al centro della diatriba Usa-Cina.

Scendendo nel dettaglio, il consolato americano locale aveva il compito di occuparsi di tutte le questioni riguardanti il sud-ovest del Paese, dal Sichuan allo Yunnan, dal Guizhou alle regione autonoma tibetana, dove, tra l’altro, le autorità cinesi hanno vietato l’ingresso a diplomatici e giornalisti stranieri. Da non sottovalutare anche l’aspetto economico legato alla mossa del Dragone, visto che proprio a Chengdu sorge una delle fabbriche in cui si assemblano dispositivi Apple. Lo stabilimento, di proprietà della Foxconn, è costato 2 miliardi di dollari e negli ultimi anni ha “dato vita” a decine di milioni di Ipad. Senza il consolato statunitense, chi gestirà d’ora in poi gli affari legati alle varie imprese Usa locali?

Lo scandalo Wang Lijun

Ma l’edificio posizionato al numero 4 di Lingshiguan Road è stato protagonista anche di uno dei momenti più drammatici della politica cinese. Nel 2012 Wang Lijun, l’allora capo della polizia di Chongqing, si rifugiò proprio nel consolato americano di Chengdu per sfuggire dall’epurazione voluta da Pechino.

Xi Jinping aveva messo nel mirino (e colpito) Bo Xilai, capo di Wang nonché sindaco della città di Chongqing ed emblema della corruzione sistema di quella metropoli. All’epoca il presidente degli Stati Uniti era Barack Obama, il quale si rifiutò di concedere asilo politico al signor Wang, che fu così riconsegnato alla Cina. In un certo senso, chiudendo la sede di Chengdu, il Dragone cancellerebbe almeno idealmente una macchia da archiviare il più in fretta possibile.

Isolare l’Ovest

La strategia cinese punta a costruire una protezione attorno alla parte occidentale del Paese. L’area, infatti, è sensibile per almeno due ragioni. La prima, già accennata, riguarda il Tibet; la seconda è invece legata allo Xinjiang. In entrambi i casi gli Stati Uniti – e, più in generale, diversi leader occidentali – hanno puntato il dito contro le presunte violazioni dei diritti mani perpetrate a danno delle minoranze locali, uiguri in primis, da parte del Partito comunista cinese.

Pechino ha sempre respinto ogni accusa ma, adesso che la “guerra fredda” con Washington è entrata in una fase critica, sarebbe rischioso offrire agli avversari appigli con cui colpire. In merito al consolato Usa di Chengdu, la Cina non ha fissato alcuna scadenza per la sua chiusura. Il quotidiano Global Times ha tuttavia scritto su Twitter che la sede aveva ricevuto 72 ore di tempo. Gli Stati Uniti possono contare su un’ambasciata a Pechino e consolati in altre quattro città, a esclusione di Chengdu: Shanghai, Guangzhou, Shenyang e Wuhan, oltre a un consolato a Hong Kong.

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