Giunte a sorpresa, ma in un certo senso annunciate dai fatti, le dimissioni di Ghassan Salamé dalla guida della missione Onu in Libia hanno suscitato ovviamente clamore nel Paese nordafricano e non solo. Inviato delle Nazioni Unite dal 2017, il diplomatico libanese all’epoca era stato scelto allo scadere del mandato del tedesco Martin Kobler, dopo un tira e molla a suon di veti incrociati. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, avrebbe preferito il palestinese Salman Fayyad, ma molti Paesi non hanno accettato questo nome. E così, per far rimanere in ambito arabo il dossier libico, alla fine è emersa la figura di Salamé.

“Motivi di salute mi impediscono di andare avanti”

“Per due anni ho cercato di riunire i libici, di frenare l’interferenza dall’esterno e preservare l’unità del Paese”: sono queste le parole scelte dal diplomatico libanese per introdurre il messaggio, diffuso sul suo canale Twitter, con il quale ha annunciato le dimissioni. Poche righe, scritte in arabo e condivise da diversi utenti del popolare social network, con le quali Salamé ha voluto spiegare i motivi che lo hanno portato a finire anzitempo il suo mandato: “Oggi il vertice di Berlino si è tenuto e la risoluzione 2510 è stata emessa nonostante l’esitazione di alcuni – si legge nel post del diplomatico libanese – Riconosco però che la mia salute non consente più questo tasso di stress. Così ho chiesto al Segretario Generale di sollevarmi dalla missione, sperando pace e stabilità per la Libia”.

Dunque, sarebbero dei non meglio precisati motivi di salute ad aver fatto propendere Salamé a gettare la spugna. Forse, si vocifera in ambienti diplomatici, potrebbero esserci preoccupazioni derivanti proprio dallo stress provato in questi ultimi mesi come motivo cardine dell’improvviso addio. Ma le dimissioni in realtà, non avrebbero assunto il connotato di una sorpresa tra gli stessi libici: a Tripoli, così come a Bengasi, a prescindere dalla salute di Salamé già da tempo si scommetteva in una fine anticipata del suo mandato. Anzi, c’è chi scommetteva anche in un sollevamento dell’incarico operato direttamente dalla segreteria delle Nazioni Unite e non sono in pochi, tanto in Tripolitania quanto in Cirenaica, ad ipotizzare in realtà che Salamé sia stato in qualche modo indotto alle dimissioni.

Le reazioni dalla Libia

A testimonianza di ciò, anche il fatto che dal paese nordafricano sono stati quasi del tutto assenti i commenti di formale commiato o di ringraziamento per il diplomatico libanese. Così come più volte è stato ripetuto in ambienti diplomatici libici, a Tripoli hanno più volte accusato Salamé di avere un approccio non consono alla realtà  del Paese: “La Libia non è il Libano”, è una delle frasi più usate nei confronti dell’oramai ex inviato delle Nazioni Unite. Proprio dalla capitale libica è arrivato uno dei commenti più sferzanti contro Salamé: “Non aveva la nostra stessa visione, non era in grado di arrivare a un risultato che rispettasse il nostro sogno di una Libia democratica libera da una dittatura militare – ha dichiarato Ashraf Shah, ex consigliere del consiglio di Stato libico – Siamo contentissimi di queste dimissioni, grazie a Dio finalmente ha capito cosa chiedevamo”.

“Salamé aveva perso credibilità già da tempo – ha poi aggiunto Shah – già prima dell’aggressione di Khalifa Haftar contro Tripoli undici mesi fa. Non ha mai chiamato con il loro nome i responsabili dei crimini commessi”. Un certo silenzio eloquente è arrivato complessivamente sia dalla parte occidentale che orientale del paese. Del resto, sia da Tripoli che da Bengasi nei giorni scorsi sono state annunciate defezioni dai colloqui di Ginevra, ultimo “lascito” diplomatico di Salamè.

Non una prima scelta

Ghassan Salamé non è mai stato una prima scelta. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, gli aveva preferito l’ex premier palestinese Salam Fayyad, bloccato però da un veto degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ex ministro della Cultura libanese dal 2000 al 2003, 69 anni, padre della giornalista libano-francese Hala Salamé, membro del consiglio di amministrazione dell’International Crisis Group, dell’International Peace Institute e di varie altre organizzazioni internazionali, Salamé vanta una lunga carriera tra le fila delle Nazioni Unite: è stato consigliere senior di Kofi Annan e di Ban Ki-moon quando erano segretari generali, nonché consigliere politico presso la missione delle Nazioni Unite in Iraq. Nel 2017 era subentrato al tedesco Martin Kobler (2015-2017), colpevole di essersi fatto rimproverare in un video (girato a sua insaputa e diffuso a tradimento in tutta la Libia) da alcuni deputati libici fedeli al generale Khalifa Haftar. Peggio di tutti ha fatto l’inviato spagnolo Bernardino Leon, quarto rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, accusato addirittura di servire gli interessi degli Emirati Arabi Uniti da cui avrebbe ricevuto un lauto compenso. Poco o niente hanno invece ottenuto in Libia l’inviato libanese Tariq Metri (2012-2014), il britannico Ian Martin (2011-2012) e il giordano Abdelilah al Khatib, primo diplomatico delle Nazioni Unite a essere inviato nell’ex Jamahiriya di Gheddafi nel 2011, quando ancora non era stata istituita la missione Unsmil.

Una situazione complessa ma ancora gestibile

Salamé ha ereditato dal tedesco Martin Kobler una situazione molto complessa, ma tutto sommato ancora gestibile con un governo in carica in Tripolitania che stava cercando di ridurre lo strapotere delle milizie; una minaccia dello Stato islamico sempre presente ma contenuta grazie alla liberazione Sirte; una produzione petrolifera in costante crescita; un esecutivo ribelle e un parlamento auto-isolatosi in Cirenaica decisamente restii a collaborare, ma aperti al dialogo; operazioni militari in corso a Derna e Bengasi per scacciare le ultime sacche di resistenza islamista; un sud della Libia in condizioni difficili con tribù in lotta fra loro per il controllo delle rotte del contrabbando e dei giacimenti petroliferi. Dopo un primo periodo di assestamento, affiancato dalla sua vice statunitense Stephanie T. Williams, Salamé ha delineato una “road map” che prevedeva da una parte le elezioni presidenziali, e dall’altra una Conferenza nazionale inclusiva guidata dai libici per definire un chiaro cammino che permettesse di uscire dall’impasse. L’intenzione dell’inviato Onu in Libia era replicare la riunione delle tribù libiche che nel 1951 portò all’indipendenza della Libia sotto Re Idris. E bisogna dare atto al diplomatico libanese di esserci quasi riuscito. Era tutto pronto per la conferenza nazionale libica che avrebbe dovuto tenersi il 14 e 16 aprile nella località di Ghadames, la “città bianca” che sorge nel deserto al confine con l’Algeria. Ma l’offensiva di Haftar ha fatto saltare il tavolo e il mandato di Salamé, probabilmente, si è concluso in quel momento.

Le tappe internazionali

Il mandato dell’inviato libanese dell’Onu è stato caratterizzato da un alto numero di pompose conferenze internazionali, tutte nate con grandissime aspettative e tutte concluse con promesse mai rispettate. Il primo ad inaugurare la stagione delle “photo opportunity” con i duellanti libici è stato il presidente francese Emmanuel Macron, che il 29 maggio del 2018 era riuscito a far stringere la mano a Parigi al presidente del Consiglio presidenziale, Fayez al Sarraj, e al generale Khalifa Haftar. Salamé era presente all’incontro, concluso all’Eliseo con la promessa di “elezioni entro in fine anno” ovviamente mai stata rispettata. La risposta dell’Italia, piccata per non essere stata coinvolta dalla diplomazia francese, è stata la Conferenza di Palermo “per” e “con” la Libia il 12 dicembre dello stesso anno. L’evento organizzato al governo italiano avrebbe dovuto mettere il “vento in poppa” al piano Salamé, ma di fatto ha consentito al generale Haftar di godersi l’ennesima passerella internazionale e ha acuito la spaccatura fra la Turchia (che ha abbandonato i lavori prima della fine) e i paesi del Golfo. Di li a poche settimane le forze della Cirenaica conquisteranno i terminal della Mezzaluna petrolifera e le città del sud come Sebha, Murzuq e Brach proseguendo la lenta manovra di accerchiamento di Tripoli. Il successivo tra Haftar e Sarraj tenuto ad Abu Dhabi il 28 febbraio del 2019 sotto gli auspici delle Nazioni Unite ha gettato le basi di un accordo che, di li a poco, avrebbe dovuto portare al compimento della famosa “road map” di Salamé. E invece Haftar ha scelto di stracciare l’intesa e di conquistare Tripoli “manu militari”. L’ultima conferenza internazionale sulla Libia, tenutasi il 19 gennaio a Berlino, ha prodotto un documento molto blando che ha portato, in seguito, all’approvazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per porre fine ai combattimenti e favorire il ritorno al dialogo. Ma senza meccanismi che puniscano ad esempio chi viola l’embargo e chi non rispetta il cessate il fuoco, anche questo tentativo è destinato a fallire.

Un feeling mai nato

La verità è che Salamé non è mai riuscito a conquistare del tutto la fiducia né di Tripoli né di Bengasi. Il Governo di accordo nazionale di Tripoli lo ha accusato di aver portato avanti una politica troppo attendista nei confronti di Haftar. Il suo tergiversare, secondo i critici, avrebbe consentito all’uomo forte della Cirenaica e ai suoi sponsor di conquistare pian piano, senza grandi strappi militari “comprando” le tribù grazie al denaro ottenuto dagli sponsor stranieri, tutta la Libia: prima Bengasi e Derna, poi la Mezzaluna petrolifera e il Fezzan fino ad arrivare alle porte di Tripoli. Da parte sua, il generale Haftar non ha mai avuto un buon feeling con l’inviato delle Nazioni Unite, arrivando perfino a impedire l’atterraggio ai suoi voli. L’infinita pazienza di Salamé lo ha portato a sopportare ogni tipo si sgarbo. Ma nell’agosto del 2019, tre funzionari delle Nazioni Unite e altre due persone sono rimasti vittima di un attentato con autobomba a Bengasi: episodi di questo tipo al Palazzo di Vetro di New York non passano sotto straccia e si dice che il segretario generale Guterres sia andato su tutte le furie. Ora in molti si chiedono che fine farà l’ultimo, disperato tentativo di Salamé di portare la pace in Libia, le famose tre “tracce” (militare, economica e politica) di Ginevra. Nonostante tutti i suoi tentativi e sforzi, l’inviato Onu lascia un paese nel caos più totale, con una produzione petrolifera azzerata: in Libia oggi non si parla, si spara, e se si negozia è solo per ricaricare le armi.