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Prende corpo la missione europea a guida francese per il controllo dello Stretto di Hormuz: la missione che, come anticipato già su questa testata, vedrà partecipare anche l’Italia. In queste ore, le navi di Francia e Paesi Bassi sono già operative. Come riportato da La Stampa, la fregata Courbet è già ad Abu Dhabi, base che sarà l’hub delle operazione nello Stretto di Hormuz – mentre la fregata olandese De Ruyer ha già fatto rotta verso il teatro operativo dopo aver lasciato il porto di Den Helder a fine gennaio. Nel frattempo, la portaerei Charles de Gaulle è da tempo nelle acque antistanti il Medio Oriente, ufficialmente nel Mediterraneo orientale per sostenere l’operazione Chammal contro ciò che rimane dello Stato islamico. E ci si aspetta l’arrivo di mezzi danesi, portoghesi, tedeschi, belgi, greci e italiani: i Paesi “volenterosi” che seguono la linea francese.

La missione europea è particolarmente importante per diverse ragioni. Innanzitutto, indica la volontà degli Stati europei di fare ingresso nella crisi del Golfo Persico con una forza che si distacca – anche formalmente – dalla Operation Sentinel voluta dagli Stati Uniti e a cui partecipano le forze alleate di Washington nella regione. La seconda ragione, più “europea”, riguarda invece la scelta della Francia di elevarsi a guida della missione strappando subito lo scettro della leadership delle operazioni. Un segnale importantissimo che dimostra da un lato il mai sopito interesse di Parigi nel capeggiare qualsiasi iniziativa militare di matrice europea; dall’altro, il fatto che la Francia sia stata di fatto individuata dagli Stati Uniti come interlocutore privilegiato per l’Iran in ambito europeo (come avevano già confermato gli ammiccamenti tra Donald Trump e Emmanuel Macron durante il G-8 di Biarritz). Infine, terzo punto: la missione è europea ma non dell’Unione europea. A dimostrazione di come si stia orientando la cosiddetta Difesa europea, sempre più incentrata su singoli interessi nazionali di volta in volta amalgamati in un’operazione comune e non più costruita su teorici – e del tutto aleatori – “interessi europei”. Anzi, la missione a guida francese nel Golfo è in realtà una vera e propria somma di interessi nazionali che convergono su unico punto: essere presenti lì a Hormuz, anche se per ragioni diverse.

Ragioni che vedono anche l’Italia coinvolta nel Golfo. E qui i nodi vengono al pettine: specie per un governo che ha diverse anime al suo interno e molte di esse – specie nel Movimento 5 Stelle – non vedono di buon occhio il dinamismo militare del governo che, specie con Lorenzo Guerini, non sembra esattamente orientato su posizioni di disimpegno dai teatri di guerra. L’Italia era stata una delle nazioni che da subito avevano confermato l’impegno in Iraq nonostante le tensioni tra Iran e Stati Uniti – impegno applaudito anche dal segretario Usa Mark Esper. E lo stesso ministero della Difesa aveva ribadito la necessità, alcune settimane fa, di rimodulare gli impegni all’estero concentrandosi anche su Hormuz e Sahel. Scelte che ovviamente ricadono sulla politica estera tanto quanto sulla politica interna.

Per adesso dal governo tutto tace. Guerini ha parlato di interessi economici dietro la decisioni di inviare mezzi navali nelle acque bollenti di Hormuz (probabilmente una fregata) mentre Luigi Di Maio si è mantenuto in un generico silenzio pur firmando la dichiarazione congiunta. In questo silenzio generale – va ricordato che il Decreto Missioni deve ancora essere approvato – il governo però ha dato il via libera alla missione. E quindi sì, l’Italia sarà tra Mare Arabico e Golfo di Oman.

Sulle modalità del coinvolgimento italiano ci sono ancora dei dubbi. C’è, come spiegato prima, un dubbio sulla quantità di navi inviate nell’area. Anche se viste le difficoltà interne, sembra impossibile credere che la Marina mandi più di una nave, in questo senso ricreando lo stesso impegno dell’operazione Atalanta contro la pirateria somala. Dall’altro lato c’è un problema generale di natura giuridica e strategica: quali sono le regole della missione. Sotto questo profilo, fondamentale il contributo dell’ammiraglio Fabio Caffio che, su Analisi Difesa, parla di regole di ingaggio nazionali: quindi ogni nave seguirà le regole di ingaggio scelte dal proprio governo. Di fatto, quindi, la Francia avrà la regia sulla missione ma non il controllo delle singole unità e le navi italiane monitoreranno le rotte commerciali controllando, di fatto, le imbarcazioni battenti la nostra bandiera.

In questo quadro a dir poco fumoso c’è un nodo ancora più importante: la guida francese e la scelta italiana di partecipare a una missione guidata da Parigi ma non a quella a guida americana. Da un punto di vista politico, l’Italia entra sì nel Golfo Persico ma lo fa con una missione che non è tesa allo scopo esplicito di frenare le ambizioni iraniane. Mantenere la neutralità nella crisi mediorientale partecipando a una missione come quella “Sentinella” degli Stati Uniti sarebbe stato impossibile, dal momento che a quella missione partecipano fra gli altri anche Arabia Saudita e Israele e nasce con uno scopo ben diverso da quello di tutelare esclusivamente le rotte commerciali e la libertà di navigazione. Inoltre, Sentinel ha diversi teatri operativi: non solo Hormuz, ma anche tutto il Golfo e Bab el Mandeb. Scenari diversi che indicano interessi non convergenti con quelli italiani.

Dal punto di vista europeo, invece, la questione è diversa. L’Italia non poteva non partecipare a Emasoh perché era impossibile auto escludersi da un’area di crisi in cui operano Francia e Germania (quindi l’asse franco-tedesco), l’Olanda (che ha un rapporto privilegiato con l’uscente Regno Unito) e la sempre più dinamica Grecia. Con le operazioni nel Mediterraneo centrale e orientale, nel Golfo di Aden e ora a Hormuz, l’Italia di fatto è presente in tutto il Mediterraneo allargato. Ma lo fa con una regia francese e con Macron che metterà il cappello sull’iniziativa militare europea nelle bollenti acque persiane. Quello stesso cappello messo sull’Iniziativa europea di intervento a cui l’Italia, appena entrato il nuovo governo, ha scelto di partecipare. La Francia si sta prendendo la leadership della Difesa europea a colpi di operazioni, iniziative diplomatiche e ambizioni nucleari: e l’Italia, ormai, segue dritta la traiettoria intrapresa dalla Francia. Per ora, anche a Nato e Stati Uniti sta bene così.