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Il 2020 non si è presentato nel migliore dei modi. Ancor prima che da Wuhan giungessero notizie su un focolaio di un nuovo coronavirus, il 3 gennaio il mondo ha temuto di essere sull’orlo di una nuova guerra. In piena notte, le agenzie di stampa hanno iniziato a battere la notizia di alcune esplosioni che avevano interessato l’area attorno l’aeroporto di Baghdad. Si era pensato a un nuovo episodio relativo alle tensioni in corso nel Paese mediorientale, scosso dalle proteste popolari contro il governo che, solamente pochi giorni prima, avevano portato anche all’assalto dell’ambasciata Usa. Nel giro di poche ore, invece, la situazione è risultata del tutto diversa: i boati descritti nelle prime notizie arrivate dalla capitale irachena erano frutto di un raid ordinato da Washington. L’obiettivo era uno dei leader iraniani più importanti: il generale Qassem Soleimani.

Il raid del 3 gennaio

A capo della brigata Al Quds, Soleimani era uno degli elementi di maggior spicco dei Pasdaran,  i guardiani della rivoluzione. Ma la sua importanza nella gerarchia iraniana non la si doveva unicamente al suo ruolo militare, quanto anche a quello politico: è stato lui l’architetto della strategia della mezzaluna sciita. Un corridoio cioè in grado di collegare idealmente le capitali di Paesi a guida sciita: Teheran, Baghdad e Damasco, fino ad arrivare a Beirut. Un progetto volto ad espandere l’influenza iraniana nella regione, circostanza questa certamente mal vista in primis dagli Stati Uniti e da Israele. Nei giorni precedenti al raid statunitense, in più occasioni si era parlato della presenza di Soleimani in Iraq. Alle ore 00:32 del 3 gennaio 2020, il generale era tornato a Baghdad atterrando nella capitale irachena con un normale volo di linea da Damasco. Gli Usa erano da alcune settimane sulle sue tracce. Il 29 dicembre in California il presidente Donald Trump si era riunito con i principali vertici e consiglieri militari: all’ordine del giorno la situazione iraniana, le informazioni su Soleimani e la possibilità di compiere un raid contro il generale. L’ordine di eliminare l’artefice della politica estera di Teheran sarebbe stato impartito in quelle ore.

Dopo il suo arrivo a Baghdad, le forze Usa si sono messe in azione. Da una base statunitense in Iraq si è alzato in volo un drone Mq-9, il quale ha individuato il corteo che trasporta Soleimani dall’aeroporto verso il centro della città. Poco dopo quattro missili sono stati lanciati verso le auto che correvano in direzione di Baghdad. Il raid non ha lasciato scampo al generale e ad altre nove persone che si trovavano assieme a lui ma in due auto diverse. Tra le vittime anche Abu Mahdi al-Muhandis, capo delle milizie sciite irachene. Le conferme della morte di Soleimani sono giunte già in nottata sia dal governo iracheno, che da quello iraniano e statunitense. La notizia ha fatto il giro del mondo e all’alba il medio oriente si è svegliato con gli spettri di una nuova guerra.

Cosa ha voluto significare colpire Soleimani

C’è un piccolo dettaglio che può spiegare l’intero contesto attorno all’operazione: Soleimani era atterrato a Baghdad con un volo di linea. Si è parlato nei giorni successivi alla sua morte della convinzione del generale di essere protetto da una sorta di immunità diplomatica. Ma in realtà più semplicemente Soleimani si sentiva immune proprio per l’importanza della sua figura. Colpire lui equivaleva per gli iraniani a un raid su Teheran. Forse non si aspettava che l’astio tra Iran e Usa fosse arrivato a livelli così alti. Alcuni giorni prima in Iraq era stata assaltata l’ambasciata di Washington, mentre le milizie filo sciite avevano lanciato ordigni contro alcune basi statunitensi nel Paese mediorientale. Anche per questo dalla Casa Bianca si era deciso di alzare la posta in palio. Uccidere Soleimani non voleva significare solo tagliare la testa della cabina di regia della politica estera iraniana, ma anche colpire uno sei simboli più popolari sia nel suo Paese che nel mondo sciita.

Durante la guerra contro l’Isis in Siria, spesso il generale è apparso al fronte in supporto sia dell’alleato siriano che delle milizie iraniane. Il suo continuo viaggiare da un capo all’altro del medio oriente, ovunque fossero presenti interessi iraniani, ne ha fatto una delle figure più emblematiche sia a livello politico che sociale. Nella città santa di Qom sono stati innalzati vessilli di lutto in tutte le moschee, la salma di Soleimani ha percorso tutto il Paese prima della sepoltura, ai suoi funerali hanno partecipato migliaia di persone. Non era morto solo un generale, ad essere ucciso era stato uno “shadid“, ossia un martire.

La reazione iraniana

Di fronte a un’azione del genere, i vertici di Teheran non potevano non reagire: rimanere fermi dopo l’uccisione di un simbolo del potere iraniano, avrebbe dato una dimostrazione di fragilità e debolezza sia all’interno che all’estero. Per questo il mondo ha avuto il timore di trovarsi dinnanzi alla possibilità di una guerra su vasta scala, capace di mettere a diretto confronto Usa ed Iran assieme ai rispettivi alleati regionali. Tuttavia Teheran, complice anche la crisi economica innescata dalle sanzioni reintrodotte da Washington pochi anni prima a causa dell’affaire sul nucleare, non poteva rispondere a muso duro. La reazione è sì arrivata, ma si è rivelata controproducente: nella notte dell’8 gennaio missili sono stati lanciati verso diverse basi statunitensi in Iraq. Il governo iraniano aveva avvisato del raid quello iracheno, che a sua volta ha girato le informazioni alle autorità militari Usa. Le bombe non hanno provocato molti danni, né tanto meno vittime sul versante statunitense. Quella stessa notte a Teheran, un volo di linea della Ukraine International Airlines diretto a Kiev è precipitato poco dopo il decollo. L’11 gennaio il governo iraniano ha ammesso l’errore umano: il velivolo era stato centrato da un ordigno sparato nella notte dei raid contro le basi Usa in Iraq.

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