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L’Italia non firmerà il Global Compact senza che il Parlamento si pronunci. Lo ha detto Matteo Salvini alla Camera dei Deputati. Lo ha confermato poi il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che in una nota ha spiegato: “Il Global Migration Compact è un documento che pone temi e questioni diffusamente sentiti anche dai cittadini. Riteniamo opportuno, pertanto, parlamentarizzare il dibattito e rimettere le scelte definitive all’esito di tale discussione, come pure è stato deciso dalla Svizzera. A Marrakech, quindi, il Governo non parteciperà, riservandosi di aderire o meno al documento solo quando il Parlamento si sarà pronunciato”.

La mossa del governo è quella voluta in particolare dalla Lega. Il Carroccio aveva già presentato una risoluzione che impegnasse il governo a non firmare il patto delle Nazioni Unite senza un passaggio in Parlamento. Passaggio in cui è evidente che il governo si gioca tutto: perché Lega e Movimento 5 Stelle dovranno ribadire la propria alleanza nonostante le divergenze su alcuni punti chiave del tema migranti.

Cos’è esattamente il Global Compact

Il Global Compact sulle migrazioni è un accordo voluto dalle Nazioni Unite che ha come obiettivo la nascita di una governance globale sul tema delle migrazioni. L’idea è quella di creare una rete internazionale in un quadro comune di riferimento che regoli quello che l’Onu considera un vero e proprio diritto: cioè la migrazione.

Il patto punta a realizzare 23 obiettivi che riguardano il tema migratorio a tutto tondo. Si parte dalla raccolta dei dati sull’emigrazione e l’immigrazione per capire come gestire i flussi e implementare le politiche volte alla gestione degli spostamenti. Poi ci sono obiettivi che riguardano la tutela degli individui nelle diverse fasi della migrazione con un pieno sostegno alle persone dal Paese d’origine al Paese d’arrivo. Tanto è vero che fra i punti non ci sono solo temi legati alla sicurezza della persona che emigra, ma anche il contrasto alla xenofobia e il supporto all’integrazione nel Paese d’approdo.

Infine, tutto questo documento si basa su una premessa: cioè la necessità di un “approccio cooperativo per ottimizzare i benefici complessivi della migrazione, affrontando i rischi e le sfide per gli individui e le comunità nei Paesi di origine, transito e destinazione”. 

I punti critici del Global Compact

Il problema è che questo accordo intergovernativo, che vedrà il suo battesimo formale a Marrakech a dicembre, presenta numerosi punti critici che alcuni governi, specialmente quelli più sensibili alla tutela dei confini, hanno evidenziato in sede interna e internazionale. A tal punto che sono già otto gli Stati che in sede europea hanno annunciato di non aderire (Gruppo Visegrad e i Paesi si area balcanica), oltre a Australia, Israele, Stati Uniti e Brasile. 

Il motivo delle critiche nasce dal fatto che l’accordo intergovernativo voluto dall’Onu parte da una premessa: che l’emigrazione è un diritto. Se emigrare è un diritto, non c’è distinzione. Questo cosa significa? Che non si può fare una distinzione fra chi emigra per un pericolo concreto sulla propria incolumità, come un rifugiato politico, o chi emigra per motivi economici. E in una fase di cambiamento economici e politici su scala mondiale, è del tutto evidente che in molti casi la migrazione nasce da un motivo economico prima ancora che di sicurezza.

Stesse perplessità del governo italiano. Come detto ieri dal sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi per Gli Occhi della Guerra, “il Global Compact considera i flussi migratori come un fenomeno unitario, non differenziabile caso per caso, ma proclamato sempre e comunque positivo per tutti. Non distingue seriamente tra rifugiati politici e immigrati clandestini, richiedendo per tutti un elevato standard di servizi che il Paese d’accoglienza deve impegnarsi a offrire”.

Il Patto voluto dal Palazzo di Vetro nasce quindi da una idea politica chiara, che contrasta apertamente con le tesi dei movimenti e governi di matrice più o meno sovranista che hanno posto come primo obiettivo la tutela delle proprie frontiere. L’Italia, come Paese in prima linea nei flussi migratori provenienti dalla Libia, teme che questo accordo contrasti con i suoi obiettivi: che sono quelli di riuscire a ridurre il più possibile l’immigrazione clandestina regolarizzando e gestendo i flussi.

È chiaro che in caso di mancata distinzione fra i diversi tipi di immigrazione, l’approdo nel Paese deve essere sempre concesso. Il tutto basandosi su una piattaforma giuridica che non avrebbe un controllo effettivo da parte degli Stati. Molti contestano quest’idea ricordando che questo non è un patto vincolante. Ma è difficile credere che firmare un accordo intergovernativo sia privo di valore o di efficacia. E il patto che avremmo dovuto firmare a Marrakech può incidere in maniera sensibile non solo nel presente, ma anche nel futuro.