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Manca ormai poco al summit di Hanoi, dove, il 27 ed il 28 febbraio prossimi, il Presidente degli Stati Uniti Trump incontrerà il suo omologo nordcoreano, Kim Jong-un, per la seconda volta nella storia dopo il fondamentale vertice di Singapore, che sembrerebbe aver posto le basi per la pacificazione e la riunificazione della Corea.

Le rispettive delegazioni diplomatiche si sono già riunite a Pyongyang all’inizio di questo mese: il delegato speciale Usa per la Corea del Nord Stephen Biegun ha incontrato la sua controparte nordcoreana Kim Yong-chol, rappresentate per i rapporti con gli Usa della Commissione per gli Affari di Stato della Corea del Nord. Questa settimana dovrebbe tenersi un secondo incontro tra i due delegati, ed entrambi i meeting sono gli ultimi passaggi prima del summit di Hanoi dopo che a gennaio lo stesso Chol era stato ricevuto alla Casa Bianca da Trump.

Questi passaggi preliminari, accolti con speranzoso entusiasmo dallo stesso Presidente degli Stati Uniti che in un Tweet ha riferito di attendere con ansia il summit per poter discutere con Kim Jong-un del processo di pace, sono serviti alla diplomazia dei due Paesi per stabilire gli argomenti principali del futuro vertice. Argomenti che, al di là della propaganda, riguarderanno la denuclearizzazione totale della penisola coreana e la trasformazione dei rapporti tra Usa e Corea del Nord, con l’obiettivo, come detto dallo stesso Trump in un secondo momento, di far diventare Pyongyang un “diverso genere di missile, un missile economico”, riferendosi al periodo in cui l’inquilino della Casa Bianca apostrofava Kim Jong-un definendolo “Rocket man”. 

Poche luci e tante ombre su Hanoi

Sebbene da parte della Casa Bianca ci sia un atteggiamento diametralmente opposto rispetto a quello tenuto verso Pyongyang nel periodo in cui i test missilistici – e atomici – si succedevano con scadenza quasi mensile, la linea di appeasement del Presidente Trump viene contestata non solo dalla stampa Usa, ma anche dagli stessi servizi di intelligence.

Il rapporto del direttore della National Intelligence al Senato Usa infatti pone dei seri interrogativi sulla reale intenzione della Corea del Nord di abbandonare il proprio programma missilistico e atomico.

Nel documento si legge infatti che la Corea del Nord, sebbene in più di un anno non abbia condotto test atomici o lanci di missili balistici, e sebbene abbia smantellato irreversibilmente porzioni delle sue infrastrutture atte a fabbricare armi di distruzione di massa, continui a mantenere la piena capacità di utilizzare il proprio arsenale Wmd e soprattutto si ritiene che non abbia alcuna intenzione di disfarsene in quanto, come ripetutamente asserito su queste colonne, esso rappresenti l’unica forma di deterrenza realmente efficace in grado di preservare il regime da un tentativo di sovversione. 

Inoltre viene sottolineato come, nonostante le parole sin qui dette da Kim Jong-un possano far pensare che la Corea del Nord si stia effettivamente muovendo verso la totale denuclearizzazione, in realtà il regime ha sempre subordinato i progressi in tal senso ad una prima e concreta “azione pratica” degli Usa volta ad allentare la morsa delle sanzioni internazionali. In effetti l’intelligence non si sbaglia: storicamente la Corea del Nord ha, da sempre, usato il proprio programma atomico come una carta da giocare alla bisogna per minacciare la comunità internazionale e ottenere concessioni, e spesso ha volutamente alzato il livello di scontro per strappare accordi via via più favorevoli.

Il report poi descrive quello che può essere letto come un vero e proprio allarme per la Casa Bianca: dal vertice di Singapore l’attività nordcoreana verso la denuclearizzazione è stata del tutto inconsistente. Anzi, viene indicato come la Corea del Nord abbia comunque ribadito il suo status di potenza nucleare – anche attraverso riforme costituzionali – senza fare nulla per cambiare questo status giuridico nonostante i colloqui di pace.

Non manca anche un allarme sull’arsenale convenzionale nordcoreano: secondo i Servizi americani, infatti, Pyongyang non avrebbe affatto cessato la ricerca tecnologica in questo campo per ottenere un vantaggio tattico sui propri avversari continuando nei propri programmi di sviluppo che includono sistemi di artiglieria più precisi, Uav e sistemi missilistici più performanti in grado di effettuare strike di precisione.

Sono accuse infondate?

Nei mesi scorsi, nonostante il clima generale di pace, abbiamo continuato a osservare attentamente quello che stava succedendo a nord del 38esimo parallelo.

La ricognizione satellitare ha infatti evidenziato come la Corea del Nord non abbia cessato il processo di estrazione, e verosimilmente arricchimento, dell’uranio. A Pyongsan, uno dei due siti noti di estrazione del minerale, l’attività infatti non sembra affatto essere cessata: facendo un raffronto tra le immagini satellitari riprese nel 2017 quando la Corea del Nord, in piena crisi diplomatica con gli Stati Uniti, dava notevole impulso al suo programma atomico, e quelle più recenti si può notare che in alcune aree del complesso di estrazione lescorie di lavorazione della materia prima sono aumentate.

Le immagini, catturate dall’Airbus Sat Recon mostrano accumuli di materiali di scoria come non se ne registravano dal 2016, anno in cui si ebbe l’acme dell’attività missilistica ed atomica della Corea del Nord terminata a settembre dell’anno successivo.

A conferma di quanto osservato l’anno scorso arriva una seconda ricognizione satellitare più recente, in cui si nota attività nell’impianto di Yongbyon dove viene prodotto il materiale fissile. Secondo gli analisti si stima che l’attività riscontrata possa aver portato alla fabbricazione di uranio arricchito sufficiente per la costruzione di ulteriori 5 / 7 testate nucleari, che si vanno a sommare alle circa 30 / 40 già in possesso dalla Corea del Nord.

Anche l’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ed i commissari Onu hanno raccolto elementi provanti la non cessazione dello sviluppo degli arsenali atomico e missilistico strategico, che verrebbero implementati sfruttando strutture civili, come aeroporti, per assemblare e testare le varie componenti, come ha riportato Sputnik News recentemente. 

La buona volontà di Pyongyang viene messa in dubbio anche per quanto riguarda la denuncia delle proprie basi avanzate di lancio dei missili. Alla fine del mese scorso, ad esempio, proprio subito dopo l’incontro tra Trump e Chol, il Csis (Center for Strategic and International Studies) ha reso noto al pubblico la scoperta di una base missilistica operativa non dichiarata dalla Corea del Nord.

Circa 212 chilometri a nord della Linea Smilitarizzata che separa le due Coree, a Sino-ri, c’è una base sede di un reggimento missilistico che opera con i missili balistici a medio raggio (Mrbm) Nodong-1. Base che è solo una delle 20 non dichiarate dalla Corea del Nord e che serve come quartier generale della brigata delle Forze Strategiche Missilistiche. 

L’installazione di Sino-ri, non essendo mai stata dichiarata da Pyongyang, non rientra negli accordi sulla denuclearizzazione siglati tra Stati Uniti e Corea del Nord a Singapore, che hanno, ad esempio, portato al parziale smantellamento della base di Sohae.

Cosa succederà ad Hanoi?

Pertanto riteniamo che sul tavolo di Hanoi la scoperta di questi siti e le accuse dell’Aiea peseranno come un macigno sulla possibile decisione di porre termine alle sanzioni internazionali e quindi sulla pacificazione della penisola coreana. Questo nonostante il fatto Trump sembri non credere al report stilato dalle proprie agenzie di sicurezza, venendo pertanto accusato, da parte dello stesso direttore ex direttore dell’Fbi, di fidarsi di Putin.

Come riportato anche dalla Tass, Andrew McCabe in un’intervista alla Cbs, sostiene che “essenzialmente il Presidente (Trump n.d.a.) ha detto che non crede che la Corea del Nord abbia la capacità di colpire gli Stati Uniti con missili balistici, e non ci crede perchè il Presidente Putin gli ha detto che non ne sono in grado. Putin gli ha detto che la Corea del Nord non ha effettivamente quel tipo di missili”.

Le parole di McCabe suonano come una pesante accusa di collusione per Trump, quasi a voler insistere sulla strada del possibile tradimento, e pertanto sono da prendere più come un tentativo di screditare il Presidente piuttosto che il risultato di una reale analisi da fonti dirette. La politica di Trump verso la Corea del Nord infatti è stata piuttosto chiara: c’è stato il tempo in cui si è usato il bastone, quando Pyongyang aumentava la tensione con continui lanci missilistici, ed il tempo della carota, dopo la rinuncia ad effettuare test che ha portato al vertice di Singapore. Siamo pertanto convinti che al vertice di Hanoi, davanti ad un tale numero di prove inoppugnabili, Trump potrebbe far segnare ancora un’inversione di marcia e raffreddare i caldi animi dei pacifisti – modus operandi già visto e caratteristico del personaggio del resto – anche considerando il fatto che i suoi alleati nell’area, in primis la Corea del Sud, stanno a tutti gli effetti procedendo in una politica di distensione autonoma nei confronti della Corea del Nord, permettendole di aggirare il regime sanzionatorio, fattore che sicuramente ha dato più che fastidio a Washington. 

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