Emergono nuovi dubbi sugli affari del figlio del presidente Usa, Hunter Biden. Mentre i repubblicani alla Camera insistono affinché i dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti spieghi il motivo per il quale l’agenzia non ha ancora consegnato i documenti riguardanti la famiglia del presidente Joe Biden – e in particolare inerenti le attività di Hunter – come riportato da Politico – le e-mail diffuse la scorsa settimana e riguardanti il periodo in cui Joe Biden ricopriva la carica di vicepresidente dal 2009 al 2017 mostrano come l’ingresso di Hunter Biden nel consiglio d’amministrazione della compagnia energetica ucraina Burisma Holdings nel 2014, a seguito di “Euromaidan”, abbia provocato un certo imbarazzo all’allora numero 2 dell’amministrazione Obama. “Rivelano anche come la Casa Bianca abbia tenuto sotto stretto controllo i rapporti secondo cui Hunter Biden è stato costretto a lasciare la Riserva della Marina dopo essere risultato positivo alla cocaina” riporta Politico.
Le email che imbarazzano i Biden
Le e-mail pubblicate la scorsa settimana dai National Archives in risposta a una causa intentata da America First Legal – gruppo fondato dal consigliere di Trump, Stephen Miller – mettono in evidenza come la decisione di Hunter Biden di lavorare per Burisma abbia colto di sorpresa la Casa Bianca in quel momento: e raccontano, in particolare, di come l’allora portavoce di Joe Biden Kendra Barkoff abbia dialogato con lo stesso Hunter Biden mentre le domande della stampa si riversavano sulla Casa Bianca, sul dipartimento di Stato e sull’ambasciata degli Stati Uniti in Ucraina. “Cosa stanno chiedendo esattamente?”, chiede a un certo punto Hunter Biden a Barkoff. “Per il momento mi limiterei a indirizzarli al mio ufficio”, replica il figlio del presidente Usa. Sono entrato a far parte del consiglio di amministrazione di Burisma Holdings Ltd…un produttore di gas naturale indipendente/privato in Ucraina insieme all’ex presidente della Polonia”.
Un’altra email riguarda invece la rete televisiva russa Nty. È il 2014 quando la produttrice Natalya Usenko contatta Hunter Biden, chiedendo di poter intervistare il padre, all’epoca vicepresidente. “Signor Hunter Biden, è recentemente diventato membro del Comitato di Amministrazione della società Burisma. Ci congratuliamo con lei e le auguriamo buona fortuna!” scrive. “Sarebbe così gentile da aiutarci a organizzare un’intervista con il signor Joseph Biden in modo che possa raccontarci se questa notizia influenzerà la politica estera degli Stati Uniti?”.
Hunter e Kiev
In quel periodo immediatamente successivo a “Euromaidan” Joe Biden fece la sua prima visita a Kiev nell’aprile 2014. Rivolgendosi al parlamento di Kiev, Biden dichiarò che “la corruzione non potrà più avere spazio nella nuova Ucraina”, sottolineando che gli Stati Uniti “sono la forza trainante dietro il Fmi” e stavano lavorando per assicurare a Kiev “un pacchetto multimiliardario per aiutare” il governo. Nello stesso periodo, Hunter Biden venne nominato nel consiglio di amministrazione di Burisma. La cacciata del presidente Viktor Yanukovych (febbraio 2014) pose il fondatore e presidente di Burisma, l’oligarca Mykola Zlochevsky, in una posizione delicata. Quest’ultimo era stato ministro dell’ambiente di Yanukovych, e il cambio di regime lo mise in difficoltà. Anche perché stava affrontando dei seri problemi legali: un’inchiesta sulla corruzione nel regno Unito aveva portato al congelamento di parte del suo patrimonio, pari a 23 milioni di dollari. L’oligarca aveva a necessità di farsi dei nuovi amici: si trattava di Hunter Biden, figlio del vicepresidente degli Stati Uniti, e dell’Atlantic Council.
Il figlio di Joe Biden aveva già ottenuto un incarico presso il National Democratic Institute (Ned), un’organizzazione di “promozione della democrazia” finanziata dagli Stati Uniti che ha contribuito a creare le condizioni per il rovesciamento del governo filo-russo di Yanukovich insieme all’Open Society del finanziere George Soros (come lo stesso finanziere ammise in un’intervista alla Cnn). Hunter venne così arruolato in una posizione di grande prestigio in Burisma, a 50 mila dollari al mese, nonostante la sua totale mancanza di esperienza nel settore energetico e negli affari ucraini.
Hunter Biden ripagò l’oligarca contattando un importante studio legale di Washington, Dc, Boies, Schiller e Flexner, dove aveva lavorato come consulente. Nel gennaio successivo, i beni dell’oligarca vennero scongelati nel Regno Unito. Nella primavera del 2014, l’Associated Press e persino il New York Times, sollevarono perplessità sul ruolo di Hunter Biden nella compagnia ucraina, nonostante Joe Biden assicurasse di non saperne nulla. Le domande dei giornalisti, come evidenziano le e-mail diffuse in questi giorni, raccontano l’imbarazzo della Casa Bianca rispetto al ruolo del figlio dell’allora vicepresidente.
“Do Ut Des”
Nel maggio del 2016, Joe Biden in qualità di uomo di punta designato da Barack Obama per l’Ucraina, volò a Kiev per informare Petro Poroshenko – all’epoca presidente dell’Ucraina – che la garanzia di un prestito ammontante a ben un miliardo di dollari americani era stata approvata per permettere a Kiev di fronteggiare i debiti. Era un aiuto “condizionato”.
Se Poroshenko non avesse licenziato il procuratore capo nello stretto giro di sei ore, Biden sarebbe tornato negli Usa e l’Ucraina non avrebbe più avuto alcuna garanzia di prestito. L’Ucraina, in quell’occasione, capitolò senza alcuna resistenza. Il procuratore stava indagando proprio sugli affari della Burisma Holdings, compagnia che aveva collocato nel proprio board operativo il figlio del vicepresidente. Lo stesso Biden si vantò di aver minacciato nel marzo 2016 l’allora presidente ucraino Poroshenko di ritirare un miliardo di dollari in prestiti se quest’ultimo non avesse licenziato il procuratore generale Viktor Shokin che, a quanto pare, stava indagando proprio su suo figlio Hunter.

