L’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio lascerà segni profondi nella società americana. Non solo per un senso di smarrimento e preoccupazione vissuto da molti cittadini americani, ma anche perché il rischio è che quel momento sia vissuto in maniera diversa da una parte del Paese. Mentre su tutto aleggia la pesante eredità di Donald Trump.

Nei giorni successivi all’attacco contro il Campidoglio, diversi istituti di ricerca hanno provato a raccogliere gli umori del popolo americano, per capire quale sia il sentimento più diffuso non solo sull’attacco, ma anche sulle responsabilità del presidente uscente. Il quadro che ne esce conferma un Paese diviso e una base agguerrita che continua a confermare la sua fiducia al tycoon.

Le opinioni sui fatti del 6 gennaio

Uno dei pochi dati granitici di questi sondaggi è che la gran parte dei cittadini americani condanna l’assalto al Campidoglio. Fin dalle prime rilevazioni condotte da YouGov a ridosso degli eventi, la gran parte delle persone sentite dai sondaggisti confermava una forte opposizione all’evento.

Secondo il sondaggio PBS NewsHour/Marist, l’88% degli americani è critico o molto critico nei confronti di quello che è successo dopo il comizio di Donald Trump. Se però osserviamo il fenomeno dividendo gli elettori in base all’indennità ideologica scopriamo che anche i repubblicani condannano l’attacco (80%), ma che resiste uno zoccolo duro di loro che ha visto di buon occhio quanto è successo.

Cambiando leggermente la domanda si nota un aspetto forse più interessante. Se agli elettori viene chiesto “di cosa si sia trattato”, un 23% dice che è stata una protesta legittima contro il 72% che la difinisce un’azione illegale. Qui la forbice tra democratici e repubblicani si allarga ancora di più. Per il 96% dei primi si tratta di un atto illegale, mentre i secondi si spaccano letteralmente a metà, al 47%, tra chi la condanna e chi la riteneva una protesta giusta.

Queste linee di divisione si vedono anche quando si analizza l’opzione intorno ai rischi democratici per il Paese. Secondo un altro sondaggio, questa volta della Quinnipiac University, il 74% degli americani sostiene che il regime democratico in questo momento sia minacciato. Così come l’81% pensa che l’estremismo sia un problema per il futuro del Paese. Ma se si ragiona sulla natura dell’attacco si vede che per il 47% dei democratici si è trattato di un tentativo di colpo di Stato, mentre per il 71% dei repubblicani non lo è stato. Interessante la posizione di coloro che si definiscono “indipendenti”, che mostrano un certo equilibrio, dove solo 47% parla apertamente di tentato golpe.

Gli elettori mostrano invece una certa compattezza quando si tratta di giudicare gli individui che hanno attaccato Capitol Hill. Per il 91% di loro devono essere perseguiti, percentuale che sale poi al 99% tra i dem e scende all’87% tra gli elettori del Gop.

Le responsabilità di Trump

Il grande tema resta però legato a quanto le azioni e le parole del presidente Trump abbiano influito sui fatti del 6 gennaio. Sempre la Quinnipiac la spaccatura è evidente. Per il 56% degli americani il tycoon è sicuramente responsabile per quanto successo, ma anche qui tra democratici e repubblicani la divisione appare più profonda che mai. Il 94% dei primi considera infatti Trump come il “mandante” dell’insurrezione, mentre per l’80% di chi si identifica come repubblicano il presidente non ha nessuna responsabilità.

Il sondaggio PBS NewsHour/Marist scende ancora più nel dettaglio. Alla domanda su “quanto il presidente sia da incolpare per quanto successo”, il 51% dei repubblicani ha detto per niente, mentre il 17% ha riposto “non molto”. Per capire questo dato è necessario osservare anche le posizioni intorno ai risultati elettorali del 3 novembre scorso. In generale il 64% degli americani dice di aver fiducia nell’esito del voto, ma queste percentuali cambiando drasticamente se si divide l’elettorato. Per il 97% dei dem il voto è stato regolare, mentre per il 72% dei repubblicani irregolare.

I punteggi variano anche in base a dove vivono gli elettori e in numeri continuano a confermare la divisione tra i grandi centri urbani e le zone rurali. Per il 76% delle persone che vivono nei grandi centri il voto è stato regolare, così come le piccole città (66%). Al contrario il 55% di chi vive nelle zone rurali afferma di non fidarsi dell’esito delle urne.

Il gradimento di Trump

Questi numeri hanno anche un riflesso sull’indice di gradimento del presidente. Tutti i sondaggi usciti dopo quanto successo a Washington mostrano indici forti cali. A questo punto è necessaria una piccola premessa. Tutti gli istituti stanno sondando il terreno ma per capire veramente a che punto si trova la presidenza Trump è necessario effettuare un confronto con il passato. Un calo di 10 punti o un indice di preferenza sotto il 40% se non confrontati con altri dati dicono poco.

Per questa ragione è molto utile osservare la media calcolata dal sito americano FiveThirtyEight. Al 16 gennaio il tasso di preferenza nei confronti di Trump si è assestato al 38%. Un dato in calo di circa 4,6 punti rispetto a 10 giorni prima. La forbice diventa ancora più ampia se si conta anche l’aumento di chi disapprova l suo operato, con un delta tra i due valori passato a -10,3 a -16,8.

Certo il calo è significativo ma a ben guardare non è il dato peggiore nella storia Usa. Per avere un’idea George W. Bush alla fine del suo secondo mandato aveva un’indice di gradimento che arrivava al 32%. Il democratico Jimmy Carter, che come Trump si fermò al primo mandato, chiuse con il 33,7%. Mentre Richard Nixon poco prima delle dimissioni arrivava a malapena al 25%.

La base repubblicana

Questi sondaggi evidenziano un Paese preoccupato ma soprattutto spaccato. Come abbiamo visto una grossa fetta di elettori repubblicani, pur esprimendo critiche all’assalto, non crede che tutto dipenda dal presidente uscente, anzi i numeri confermano una fiducia consolidata in larghi strati della base.

Stando a un terzo sondaggio condotto da Ipsos per Reuters si scopre che solo il 24% degli elettori repubblicani disapprova il lavoro di Trump come presidente. Non solo. Ma in generale il 50% degli elettori approva il modo in cui è stata gestita l’economia e il lavoro. Ampi segmenti dell’elettorato continuano a promuovere l’azione del presidente uscente e questo è un dato su cui i leader del Gop dovranno riflettere.

Certo non tutti i numeri si piegano in favore dei repubblicani. Ci sono alcuni segnali preoccupanti che dovranno essere monitorati in vista delle prossime tornate elettorali. In settimana Newsweek ha riportato la notizia che molti repubblicani stanno cambiando il loro status nelle liste elettorali. Ci sono diverse segnalazioni, dall’Arizona alla Pennsylvania, di elettori che hanno chiesto di passare tra gli indipendenti.

La mossa non ha una ricaduta pratica, ma l’elemento simbolico resta: c’è una fetta dell’elettorato conservatore che vuole prendere le distanze da quello che è successo a Washington il 6 gennaio. La notizia fa ancora più effetto perché questo spostamento non solo è avvenuto in Swing States, ma ha riguardato contee che solitamente sono in mano ai repubblicani.

C’è infine un ultimo dato che i conservatori devono tenere in mente e che potrebbe non farli dormire sonni tranquilli: la percezione nei suburbs. Da sempre terreno di conquista del Gop, nel 2020 sono stati uno dei luoghi in cui Joe Biden ha costruito parte del suo successo e ancora oggi il trend viene confermato. Il 72% dei residenti in quelle fasce urbane è convinto che il 3 novembre si siano tenute elezioni regolari. Addirittura il 71% di loro disapprova l’operato del presidente, una percentuale leggermente superiore a quella delle grandi città. Numeri preoccupanti per una fascia di territorio che nei decenni precedenti appoggiava l’approccio law and order dei conservatori.

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