Si è conclusa venerdì l’esercitazione navale “Mighty Waves” che si è tenuta al largo delle coste di Israele. Le manovre hanno avuto luogo nei pressi del porto di Haifa e hanno visto il coinvolgimento di unità navali di Grecia, Francia e Stati Uniti, presenti osservatori di altri sette Paesi non ancora identificati.

L’esercitazione, della durata di quattro giorni, è rivolta ad affinare le capacità di intervento in caso di calamità naturale ed è la prima di questo tipo che si tiene in Israele. In particolare lo scenario dipinto è quello di un forte terremoto che colpisce lo Stato ebraico provocando migliaia di morti e mettendo in ginocchio le infrastrutture del Paese.

Israele, così come il Libano e la parte costiera della Siria, è attraversato da un’importante struttura geologica a scala regionale: la faglia del Levante, o faglia trasforme del Mar Morto. Questa si collega a nord, in Turchia, con la faglia Anatolica Orientale che a sua volta si inserisce nella faglia Anatolica Settentrionale, mentre a sud, dopo aver attraversato il deserto del Negev, si getta in mare (grossomodo ad Elat) e, costeggiando il Sinai orientale, si congiunge con il rift del Mar Rosso.

Non solo un’esercitazione di protezione civile

La faglia del Levante è una faglia attiva, quindi in grado di generare terremoti dal possibile esito catastrofico essendo capace di rilasciare energia sino ad un magnitudo 7.5 Richter. Come ricordato dal Jerusalem Post, la regione, così come altre sismicamente attive soprattutto nel Mediterraneo, ha visto sviluppare piccoli sismi con relativa frequenza, mentre gli eventi maggiori – M6.2 (1927) e 6.5 (1837) – sono attesi con una frequenza più lunga: approssimativamente uno ogni cento anni.

Un rapporto del 2016 del Foreign Affairs and Defense Committee’s Home-Front Readiness Subcommittee ha stabilito che se Israele venisse colpito da un sisma di M7.5, ci sarebbero circa 7mila morti, altri 8600 sarebbero i feriti e 377mila persone rimarrebbero senza tetto, con un conteggio dei danni pari a 200 miliardi di Nis (circa 53 miliardi di euro).

Un terremoto di tale intensità, oltre a distruggere gli edifici, infliggerebbe danni critici alle infrastrutture del Paese come le reti elettriche, idriche e di comunicazione senza dimenticare quelle energetiche come le pipeline che sono posate sul fondo dell’offshore israeliano. Un sisma simile potrebbe dare luogo anche ad un devastante maremoto, questo però a seconda dell’ipocentro e della sua cinematica, come ne sono stati registrati tanti nel Mar Mediterraneo.

L’esercitazione congiunta, che ha visto l’utilizzo anche dei mezzi aerei delle unità navali sopraggiunte, ha riguardato la simulazione della messa in sicurezza della popolazione civile con il trasporto dei feriti sulle navi e la creazione di un “ponte umanitario” per gli aiuti.

A detta degli ufficiali della Idf (Israel Defense Force) è stata un’occasione di confronto delle rispettive capacità operative in situazioni di calamità naturale, ma anche di affermazione del prestigio di Israele nel consesso internazionale.

“Il fatto che Israele sia ritenuto in giocatore chiave e un Paese con il quale si può e si deve cooperare in ambito militare è un messaggio di deterrenza ai nostri potenziali nemici” ha riferito Eran Lerman, già vice consigliere per la sicurezza nazionale ed ora vice presidente del Jerusalem Institute for Strategy and Security.

Per la Francia ha partecipato la fregata classe Fremm “Auvergne”, per la Grecia una fregata classe Elli, mentre per gli Stati Uniti il cacciatorpediniere classe Arleigh Burke “Donald Cook” basato a Rota, in Spagna, ed inquadrato nella Sesta Flotta.

Palcoscenico di relazioni internazionali

A margine dell’esercitazione navale che ha visto cooperare Francia, Grecia, Israele e Stati Uniti, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha incontrato ad Atene il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire per discutere dell’imminente visita del capo del governo greco a Parigi, oltre che dei rapporti bilaterali e delle prospettive di crescita per la Grecia in seno all’Ue.

Non è da escludere che la Grecia, infatti, potrebbe essere interessata al caccia Fcas (Future Combat Air System) francotedesco in quanto è alla ricerca di un sostituto per la propria linea di F-16 ormai con parecchi anni alle loro spalle. La situazione della Turchia, rivale storica di Atene, ora estromessa dal programma F-35 per l’arrivo degli S-400 viene vista di buon grado ma la Difesa ellenica ha bisogno di un caccia di nuova generazione proprio per contrastare la possibile minaccia data dai nuovi sistemi missilistici di fabbricazione russa.

Non molto tempo fa la Grecia ha avuto modo di vedere in azione, per la prima volta, il caccia F-35 in occasione dell’esercitazione Iniochos presso la base aerea di Andravida, nel Peloponneso. A quella che è una delle più importanti esercitazioni aeronautiche del Mediterraneo hanno infatti partecipato sei F-35A dell’Aeronautica Militare, sebbene in configurazione scaled down ovvero senza aver utilizzato il radar AN/APG-81 e con le lenti Luneburg montate per aumentare la Rcs (Radar Cross Section).

Atene sembra infatti interessata anche al possibile acquisto del caccia della Lockheed-Martin, ed ora che la Turchia, ed il suo ordine per 100 velivoli, è stata eliminata dal progetto, anche il Pentagono sembra voler battere la strada greca per rimpiazzare Ankara.