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Un dibattito molto differente quello tra i running mates dei candidati alla presidenza Usa Kamala Harris e Mike Pence, andato in scena questa notte a Salt Lake City. Un duello serrato, spesso condito da attimi di nervosismo, ma di certo molto lontano dal wrestling verbale dei loro senior, la scorsa settimana.

I primi affondi sulla pandemia

L’argomento Covid-19 non poteva che essere il tema d’apertura nel dibattito fra i due candidati alla vicepresidenza, insolitamente seduti e trincerati dietro due pannelli di plexiglass. La Harris ha immediatamente ripetuto all’avversario l’accusa di aver mentito e minimizzato il pericolo: caustica la risposta di Pence, che taccia i Democratici di plagio nella propaganda della tripletta test-dispositivi di protezione-vaccino. La Harris, tuttavia, non ha cercato di infierire sulla condizione del presidente Trump, uscito dall’ospedale per salutare in auto i suoi sostenitori, tornato alla Casa Bianca togliendosi la mascherina e promettendo gratis a tutti la cura che lo ha rimesso in piedi: anticorpi sintetici non ancora autorizzati. Ad incalzare i convenuti sul tema vaccino, la moderatrice Susan Page di Usa Today: se la Harris ha spostato il discorso sull’affidabilità delle notizie che si rincorrono, attribuendone la veridicità solo ad Anthony Fauci and Co., Pence ribatte accusando il ticket avversario di creare sfiducia negli Americani, promettendo l’arrivo del vaccino entro la fine dell’anno.

Tasse, assistenza sanitaria, scienza

Se le questioni personali era state accantonate nella prima parte del dibattito, la Harris spinge sul discorso della presunta evasione fiscale di Trump, accusando il presidente di essere in debito con gruppi di pressione e persone che avranno sicuramente il potere di influenzare le elezioni americane. Pence accusa il colpo e volge il discorso sul più generale tema della tassazione che, a detta, di Trump aumenterà drasticamente qualora dovesse entrare alla Casa Bianca il suo avversario. Opzione assolutamente smentita dalla controparte che rassicura prontamente i redditi inferiori ai 40mila dollari annui, promettendo investimenti sulle persone, sviluppo e ricerca, tradizionali primati statunitensi.

La scienza, altro tasto dolente. La senatrice Harris accusa l’amministrazione di aver cancellato le parole scienza e cambiamento climatico, temi sui quali interviene la moderatrice, chiedendo a Pence se crede in questi due concetti: Pence non risponde, o meglio, lo fa finendo fuori tema tornando sul discorso tasse.

La guerra dei dazi e la Corte Suprema

Anche la Cina si insinua nel dibattito. Pence difende a spada tratta la guerra dei dazi con Pechino, accusando Biden di essere stato “cheerleader della Cina comunista” per decenni: “La vostra guerra commerciale è costata agli Usa 300mila posti di lavoro” lo gela l’avversaria. Ma si sa, sui i numeri, i contendenti ad un’elezione non sono mai d’accordo. E ancora, il vicepresidente incalza la senatrice Harris sul futuro della Corte Suprema: quest’ultima sfodera l’asso nella manica dell’icona del presidente Lincoln, citato come eroe proprio dei Repubblicani, che rifiutò di nominare un nuovo giudice della Corte Suprema mentre correva per la rielezione.

Torna alla ribalta anche il tema del razzismo e delle rivolte scaturite dopo l’omicidio di George Floyd: se la Harris punta il dito contro le mele marce nella Polizia e sull’esigenza di una riforma del sistema penale (la Harris è un ex procuratore), Pence non cede alle riflessioni machiavelliche di Trump o al discorso antifa vs suprematisti bianchi, annunciando un serafico “Giustizia sarà fatta” ma condannando, al contempo, la devastazione e i saccheggi durante gli urban riots. Unico affondo personale sul tema: Pence rinfaccia all’ex procuratrice Harris di aver perseguitato piu’ i neri dei bianchi durante il suo mandato, cercando di dipingerla come “la senatrice piu’ liberal, piu’ di Bernie Sanders”.

Temi delicati e risposte mancate

Il momento più difficile per il ticket dem giunge quando il vicepresidente ricorda che in sala ci sono i genitori di Kayla Mueller, l’attivista rapita dall’Isis e tenuta come schiava sessuale da Al Baghdadi, morta in un bombardamento. “Joe Biden e Barack Obama avevano la possibilità di salvarla. Ma hanno esitato troppo e quando si sono decisi l’avevano già trasferita” ricorda Pence. La Harris corre ai ripari contrattaccando e ricordando le spiacevoli frasi del presidente sui militari caduti accusati di essere dei “perdenti”.

Risposte molto vaghe sul tema aborto, che da tempo immemore divide l’America, anche violentemente, tra pro-life e pro-choice e in cui la celebre sentenza Roe vs Wade del 1973 è costantemente sotto minaccia. Una vaghezza scelta forse di proposito: la questione aborto è in grado di spostare grosse fette di elettorato come quello evangelico e femminile (si veda il caso di Bush padre, abortista nel 1972, sarà antiabortista negli anni Ottanta), e porre l’accento su un tema così delicato all’ultimo minuto potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Un’altra domanda senza risposta, è quella sul piano per una eventuale successione in corsa, vista l’eta’ avanzata dei candidati. Un po’ per rispetto dei leader che affiancano, un po’ per comunicare solidità politica, i due sembrano non voler nemmeno contemplare l’ipotesi. Da casa, nel frattempo, Trump e Biden si sono scatenati a colpi di cinguettii: “Kamala Harris sta dimostrando agli americani perché l’ho scelta come mia vice. E’ intelligente, ha esperienza e combatte per la classe media. Sarà una incredibile vicepresidente”, twitta Biden. “Mike Pence sta facendo benissimo! Lei è una macchina da gaffe”, ha ribattuto Trump.

Chi ha vinto?

Sebbene non siano mancate interruzioni, accuse e siparietti (come quello della mosca ronzante sulla testa canuta di Pence), il dibattito di Salt Lake City sembra profondamente differente da quello tra Trump e Biden. Niente becere accuse personali, risposte quasi sempre precise: il dibattito tradizionalmente considerato di serie B e incapace di spostare voti sembra, invece, aver conquistato gli Americani più che mai. Non solo perché si è parlato con il linguaggio della politica e non con quello da reality show, ma perché a sfidarsi sono stati due possibili presidenti. Con Trump malato di quel Covid che sta attanagliando l’America ed uno sleepy Joe che arranca e che già aveva promesso di essere solo un presidente di transizione, il popolo a stelle strisce sa che, in ogni caso, quest’uomo e questa donna saranno fondamentali nei prossimi 4 anni.

I due candidati alla vicepresidenza convincono, con pacatezza risolutezza: la prima, non cadendo nello stereotipo della nasty black woman, il secondo evitando di porsi come becero replicante del presidente guascone. Secondo la Cnn il dibattito è stato vinto 59 a 38 dalla Harris, che raccoglie anche il frutto dei sondaggi che danno Biden in testa, pur senza aver travolto il suo interlocutore.

Il prossimo appuntamento era previsto il 15 ottobre a Miami, questa volta tra i due big. Il duello, a causa delle condizioni cliniche del presidente Trump, si terrà però da remoto con il presidente e l’ex vicepresidente che parteciperanno da luoghi separati. Lo ha stabilito la commissione che organizza i dibattiti presidenziali, spiegando che si tratterà di una ‘town hall virtuale’. “Mi sento perfettamente, non penso di essere contagioso”: così Donald Trump al telefono con Fox News ha respinto il format virtuale.”Per noi non è accettabile”, ha affermato il presidente americano, paventando la sua assenza al dibattito.

 

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