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L’ambasciatore Pietro Benassi ha ricevuto dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, di cui è attualmente consigliere diplomatico, la nomina a sottosegretario di Palazzo Chigi e il ruolo di autorità delegata titolare dei poteri di coordinamento sull’intelligence e la sicurezza repubblicana. Il blitz nel consiglio dei ministri del 21 gennaio ha concluso una dura trattativa apertasi nelle scorse settimane, dopo che Partito democratico, Italia Viva e Movimento cinque stelle hanno iniziato a dichiararsi innervositi dall’eccessivo personalismo di Conte sui servizi e invitato il premier a cedere le deleghe. Conte ha accettato questa opzione, comunicandola nel discorso alla Camera di lunedì 18 gennaio, ma ha voluto far rientrare nelle trattative sul rimpasto seguito all’abbandono del governo da parte dei renziani il processo di delega.

Secondo alto funzionario dello Stato dopo Gianni de Gennaro e primo diplomatico a esser nominato autorità delegata, Benassi prosegue lo stretto legame tra il suo mondo e i servizi che ha visto in passato importanti membri della diplomazia italiana dirigere rami dei servizi: pensiamo a Francesco Paolo Fulci, direttore del Comitato esecutivo italiano per la sicurezza e l’intelligence (Cesis) dal 1991 al 1993, e a Giampiero Massolo, a capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza dal 2012 al 2016.

Il 62enne ambasciatore romano Benassi non era rientrato tra i nomi considerati, secondo le prime indiscrezioni, da Conte per la nomina: l’identikit puntava su una personalità indipendente, appartenente al circolo dei fedelissimi del premier ma attualmente parte di istituzioni burocratiche legate a Palazzo Chigi. Nel contesto dell’ampia trattativa apertasi per il futuro dell’esecutivo dopo la traballante fiducia alle camere e del critico posizionamento del governo giallorosso in un’Europa sempre più impaziente la scelta di Benassi potrebbe rivelarsi un punto segnato da Conte. Vediamo perché.

Un diplomatico di prima fascia

In primo luogo, Conte può legittimamente dire che il “fedelissimo” da lui nominato non è un suo uomo-ombra, come Pd e M5S avevano dichiarato di temere. L’arrocco del premier, che sceglie una persona indipendente dai partiti come promesso informalmente da tempo, premia infatti una figura dal curriculum pesante. Benassi vanta una lunga carriera diplomatica iniziata alla Farnesina verso la fine degli anni Ottanta, con incarichi a L’Avana e Varsavia a cui sono seguite le titolarità di due ambasciate: Tunisi (2009-2013) e, soprattutto, Berlino (2014-2018). Dal 2018 è il consigliere diplomatico di Giuseppe Conte, che ha istruito sui principali dossier legati alle relazioni internazionali e alla sicurezza nazionale.

In quel ruolo, scrive Formiche, Benassi “fra un summit in Italia e una missione all’estero, ha costruito un’ampia rete di relazioni che si è aggiunta ai suoi ottimi rapporti con il mondo diplomatico e politico tedesco. A partire proprio dal National Security Council (Nsc) americano e due dei tre consiglieri che si sono succeduti con Donald Trump alla Casa Bianca, John Bolton e Robert O’Brien”. Il suo nome torna comodo a Conte, dunque, in una fase in cui il consenso internazionale per il suo operato sembra farsi sempre più farraginoso.

Il “merkeliano” Benassi piace all’Europa

Secondo punto, Benassi è uomo che può fare da pontiere con quello che per Conte è adesso lo scenario chiave di riferimento: l’Unione europea, le cui simpatie il premier vuole tornare ad accattivarsi per rilanciare le sue prospettive politiche e di governo, anche sotto forma del lancio di un movimento politico personale ispirato al centrismo europeista tanto caro alla cancelliera Angela Merkel. Una “formula Ursula” che intende espandere la coalizione di governo sul modello della maggioranza italiana che ha permesso la convergenza di più formazioni sul nome di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione Europea nell’estate 2019, laboratorio d’incubazione del governo giallorosso.

Chi fu il pontiere che suggerì, nel silenzio dell’anticamera del potere, questa manovra? Benassi, ça va sans dire. Che Repubblica definisce addirittura “merkeliano”, a causa dell’ottimo rapporto con la Cancelliera instaurato durante il suo incarico a Berlino. Chi vorrà dare credito alla continuità di Conte come affidabile politico e uomo istituzionale pronto a cercare il dialogo con Bruxelles avrà un sicuro punto di riferimento in Benassi.

Pd e M5S spiazzati?

In terzo luogo, scegliendo Benassi il premier alza il suo potere contrattuale di fronte a Pd e M5S nel quadro delle complesse trattative in corso per tenere in piedi l’esecutivo giallorosso. Puntando su un diplomatico europeista di prima fascia, Conte rintuzza gli affondi del Pd, che mai potrebbe mettere in discussione il nome di una figura legata strettamente all’Ue in nome del “personalismo” del premier, ma sceglie anche una figura che, pur avendo buonissimi rapporti con i Cinque Stelle e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ne consolida il partito personale in seno alle istituzioni.

La scelta di Benassi ha in un certo senso spiazzato Pd e M5S, che ancora ambivano a poter riservare per un loro esponente la delega ai servizi, e rilanciato Conte nel pieno delle trattative per rafforzare la compagine e l’esecutivo. In un certo senso Conte ha in parte controbilanciato i macroscopici errori che hanno portato la sua gestione dei servizi sotto accusa: dalla gestione del legame a doppio filo con il direttore del Dis, Gennaro Vecchione, allo scivolone sull’abortito Istituto Italiano di Cybersicurezza, infatti, i “giochi di spie” del premier ne hanno mostrato i limiti sul terreno della gestione dei punti più delicati dell’agenda politica. La fortuna di Conte è il fatto che i partiti di maggioranza sono privi, sostanzialmente, di un’agenda costruttiva non solo per il Paese ma anche per i loro interessi più immediati e dunque è bastato porre il nome giusto al momento giusto per ottenerne la convergenza.

In vista delle trattative che si apriranno per rafforzare la maggioranza, la risoluzione della questione intelligence mostra che Conte è ancora in partita. Ma un conto è nominare, un conto amministrare il Paese. E dato l’andazzo, è chiaro il fatto che più delle persone chiamate a ricoprire ruoli istituzionali, nelle settimane a venire bisognerà preoccuparsi dell’agenda politica del governo sul tema del contrasto al Covid-19, della risposta alla crisi economica, della programmazione del Recovery Fund. Punti su cui la maggioranza brancola nel buio da troppe settimane. Non è detto dunque che il rafforzamento della posizione di Conte di fronte ai partiti rappresenti una garanzia del rilancio della capacità d’azione politica del suo governo di fronte al resto del Paese. Anzi, paradossalmente questo potrebbe allungare e complicare le trattative per la sopravvivenza di un governo a corto di sostenitori in Parlamento in una fase critica.