Le proteste antigovernative in Sudan vanno avanti ormai da tre mesi e il presidente Omar Al Bashir, 75 annie sotto assedio, non accenna a farsi da parte. Innescata da una nuova tranche di misure d’austerità, l’attuale ondata di proteste ha avuto inizio il 19 dicembre dello scorso anno, nella città orientale di Atbara, con manifestazioni quasi quotidiane che si sono rapidamente diffuse nella capitale, Khartoum, e in altre città del Paese, giungendo a rappresentare per il presidente Al Bashir la sfida più durevole da quando, nel 1989, un colpo di stato lo mise al potere.

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Migliaia di manifestanti, in preda allo scontento e alla frustrazione, sono scesi in strada per dare sfogo alla rabbia contro il prezzo del pane, triplicato, la svalutazione della moneta locale e la carenza di denaro contante e di benzina, e per chiedere la fine della presidenza trentennale di Al Bashir, accusato di malgoverno, corruzione e del disfacimento di un’economia che, complessivamente, ha visto l’inflazione salire di quasi il 70% e il costo di alcuni beni e prodotti fondamentali aumentare di oltre il doppio.

In prima linea nelle proteste, e a comporne il blocco principale, c’è l’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), una rosa di sindacati indipendenti che riunisce professionisti della classe media, donne, studenti, giovani e attivisti politici dell’opposizione, sulle cui bocche riecheggiano i popolari slogan delle rivolte che nel 2011 rovesciarono svariati regimi in Medio Oriente e in Nord Africa (i cosiddetti Stati Mena).

Ma, rispetto ad allora, le proteste in Sudan hanno ricevuto scarsa attenzione e una copertura mediatica internazionale limitata, cosicché i manifestanti sono stati costretti a rivolgersi alle piattaforme di social media per fare in modo che la diffusione della notizia divenisse un trend globale.

Associazioni e attivisti per i diritti umani affermano che la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni, colpi pirotecnici a salve e granate stordenti per reprimere e sparpagliare la protesta, causando un gran numero di feriti e morti fra i manifestanti, durante le rivolte e gli scontri con le forze dell’ordine. Centinaia di dimostranti, poi, sono stati arrestati e incarcerati. Tra questi attivisti politici, donne che ricoprono ruoli di leadership ed esponenti dell’opposizione.

Le scuole e le università sono state chiuse e in alcune regioni è stato imposto il coprifuoco. I giornali hanno subito censure, o sono stati messi fuori stampa. Il blocco dell’accesso a internet, allo scopo di interrompere l’attività sulle piattaforme di social media e arginare le proteste, è stato in seguito revocato.

Nel tentativo di porre fine a mesi di proteste ininterrotte contro il proprio governo, il presidente Al Bashir ha dichiarato lo stato d’emergenza, proibito le riunioni pubbliche non autorizzate e sancito l’istituzione di tribunali straordinari. Una volta sciolto l’esecutivo, i ministri sono stati sostituiti con generali dell’esercito.

Al Bashir ha inoltre rinunciato al suo ruolo di leader del gruppo politico di maggioranza, il Partito del congresso nazionale (Pcn), e posticipato emendamenti costituzionali che gli avrebbero permesso di candidarsi a un nuovo mandato in occasione delle prossime elezioni presidenziali, nel 2020.

Il presidente ha riconosciuto le difficoltà economiche che hanno innescato le proteste e ha promesso di implementare le relative riforme e di rilasciare i prigionieri politici; tuttavia, i disordini sono stati imputati a infiltrati e agenti stranieri, che avrebbero fomentato il dissenso e spinto il paese verso il caos.

Nel frattempo, i manifestanti continuano imperterriti a sfidare lo stato di emergenza, mobilitandosi per organizzare ulteriori dimostrazioni in tutto il paese, e contemporaneamente invocando scioperi e atti di disobbedienza civile, che – giurano – andranno avanti fino alla rimozione del presidente Al Bashir e la caduta del Pcn dai ruoli di potere.

Un’economia in difficoltà

Sin dal 1989, quando Al Bashir salì al potere tramite un colpo di Stato appoggiato da fazioni islamiste, sotto il suo governo il Sudan ha patito carestie, conflitti e una guerra civile che nel 2011 ha portato alla secessione del Sud Sudan – dove sono presenti vasti giacimenti di petrolio – e da allora l’economia del paese annaspa, avendo perduto tre quarti della propria riserva d’erogazione petrolifera, che per il Sudan rappresenta la principale fonte di valuta estera.

A ciò si aggiunge lo stress economico causato da 20 anni di sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che accusano il paese di sponsorizzare il terrorismo e Al Bashir stesso di aver commesso crimini di guerra contro l’umanità.

Nel 2010, il Tribunale Internazionale dell’Aia ha incriminato Al Bashir per atti di genocidio e sterminio in Darfur, ed emanato un mandato d’arresto nei suoi confronti.

Dal 2017, il Sudan non è più fra i paesi annoverati nella lista del cosiddetto travel ban statunitense. Le sanzioni economiche sono state revocate, in cambio dell’impegno del governo sudanese nell’antiterrorismo, la fornitura di aiuti umanitari al Sud Sudan, la riduzione del flusso migratorio verso l’Europa e la partecipazione di migliaia di soldati sudanesi alla guerra contro lo Yemen, appoggiata dagli Stati Uniti stessi.

Un contesto più ampio

La storia del Sudan è piena di rivolte di strada e rivoluzioni di successo contro i regimi militari: fra le più famose, quelle del 1964 e del 1985. Nel 2011 e nel 2013 nel paese sono scoppiate sporadiche rivolte del pane, all’esaurimento delle scorte sussidiarie.

Tuttavia, contrariamente a quanto accaduto in passato, questa volta le proteste non sono partite dalla città capitale di Khartoum. Le persone, in strada, sono poi molte di più, e comprendono varie ed opposte fazioni ed esponenti politici che si stringono intorno ai dimostranti, intenti a sottolineare che l’insurrezione non si esaurisce in una semplice rivolta spontanea contro il rialzo dei prezzi del pane e un’economia in perdita, bensì ha come sua causa ultima, di gran lunga più profonda, le colpe attribuite ad Al Bashir quanto alla marginalizzazione del paese e la cattiva gestione economica.

Nonostante l’intonazione di slogan come “il popolo vuole la caduta del regime”, che ricordano le insurrezioni del 2011, attivisti e dimostranti affermano che la loro rivoluzione si distingue dagli eventi dell’epoca, in cui le forze islamiste ebbero un ruolo chiave nel dirigere e mobilitare la folla contro i regimi autoritari. In Sudan, al contrario, sono gli Islamisti ad avere il potere, e la rivolta è guidata dai membri delle associazioni professionali e dai lavoratori sindacali, contro il regime autoritario che li opprime.

Uno scenario probabile

Sono in pochi ad aspettarsi che le attuali insurrezioni possano costringere Al Bashir a deporre lo scettro nel futuro relativamente prossimo, considerando che le proteste ininterrotte non sono ancora riuscite a estrometterlo.

Tuttavia, il contesto è in qualche modo mutato – messo a dura prova dalla continuità dei disordini, il regime di Al Bashir si sta evidentemente disgregando.

Gli esperti affermano che la caduta di Al Bashir non rappresenta un esito imminente, poiché tutto dipende dalla capacità dei movimenti di resistenza che si trovano oggi per le strade di continuare ad esercitare una pressione costante sulle forze di governo; e che lo scenario in assoluto più probabile è quello di un golpe ai danni del presidente.