Cosa cercavano le spie russe e cosa poteva aver dato loro Walter Biot? Le indagini proseguono ma l’ordinanza rivela solo una parte del problema. Il gip di Roma ha spiegato nel provvedimento la pericolosità sociale del soggetto; ha quantificato i documenti passati (181 di cui nove “riservatissimi”); ha spiegato il sistema con cui queste informazioni venivano trafugate e poi vendute ai russi. Ma c’è un altro problema che riguarda il caso Biot e riguarda l’obiettivo reale di questa caccia. Perché gli agenti del Cremlino dovrebbero cercare qualcosa in Italia, ma soprattutto cosa attrae davvero l’intelligence di un Paese nella ricerca sul campo avversario.

La questione è chiaramente molto complessa. Da un lato c’è tutto quello che ai russi interessa dal punto di vista militare. Gianluca Di Feo, su Repubblica, analizza per esempio l’importanza di alcuni sistemi d’arma, motori e progetti che sono particolarmente importanti in Italia e che rappresentano delle spine nel fianco per l’intero complesso militare-industriale moscovita. Parliamo di F-35, propulsori Aip, radar Aesa, programmi su portaerei o droni. Elementi che a Mosca studiano da molto tempo, che in parte ci invidiano, e che in Italia vengono assemblati, costruiti o progettati. Tutto può essere di interesse: soprattutto perché l’Italia ha delle capacità tecnologiche e produttive che vengono messe a disposizione non solo delle forze armate italiane, ma anche di quelle atlantiche. Si tratta di programmi internazionali, progetti condivisi, informazioni che tratteggiano schieramenti o sistemi operativi. Roba che scotta, insomma.

Ma questi elementi eminentemente militari non rappresentano il solo blocco che può interessare un servizio di intelligence straniero. Alleato o nemico, questo non è rilevante. C’è tutta un’altra parte di informazioni sensibili che solo apparentemente non rientra in quello che può interessare a una potenza avversaria. E che invece diventa estremamente rilevante nella conoscenza complessiva di uno Stato. Ed è in questa “ulteriore” ricerca potrebbe rientrare anche il caso Biot: la pietra dello scandalo in un Paese che troppo spesso dimentica di essere terra di confine e Paese inserito all’interno di un sistema internazionale molto più complicato di quanto si potrebbe credere.

Di quali elementi parliamo? Parliamo di quello che una fonte di InsideOver ha definito il “contorno” o il “metodo”. In pratica quello che deve essere capito bene della metodologia spionistica non è tanto l’elemento fisico, cioè le foto dei dati classificati (in parte resi tali dallo stesso Biot), presunti progetti o dati si un singolo sistema d’arma, ma tutto quello che può essere considerato il metodo operativo, il modus operandi di tutto un sistema che è legato alla Difesa. Un elemento fisico, ci spiega la nostre fonte, può essere importante: ma sapere come funziona un reparto, i suoi programmi, capire cosa ci sia dietro un semplice organigramma, chi conta davvero o il metodo di lavoro diventano fattori anche più interessanti di un progetto o di una piattaforma. Tutto è utile per chi vuole sapere come funziona (da dentro) un altro Paese.

“L’esempio è quello della torta, tu puoi sapere il risultato finale, puoi sapere gli ingredienti o sapere la ricetta” ci spiega la fonte. E non è detto che le cose abbiano una classifica di importanza: c’è un apporto massivo di informazioni – un metodo che, ci spiegano, il Gru conosce molto bene – che aiutano un sistema a sapere come funziona un altro sistema. Questo problema è particolarmente importante – e pericoloso per chi lo subisce – soprattutto quando mette a nudo delle falle. Crepe che permettono di monitorare in modo sempre meno difficoltoso l’avversario e a prevenire le contromosse. Una volta capito il meccanismo, diventa semplice. La talpa serve a quello, e tutto ciò prescinde dalla sua importanza gerarchica o dalla segretezza formale del dato che vende all’esterno.

Tutto rientra in una logica di conoscenza: sapere chi si ha di fronte, come si comporta nella norma, e, infine, intuire da questo come si muoverà. Questo vale per i ministeri, le caserme, i palazzi della politica, ma anche per le aziende: l’importante è comprendere come funziona un determinato ambiente. “Uno Stato deve capire frequenza, ritmo produttivo, capacità produttive, chi lavora e dove”. Proprio per questo motivo, Repubblica spiega ad esempio come è strutturato il sistema produttivo di Leonardo e la sua sicurezza sul fronte F-35: “Leonardo produce le ali complete, coinvolgendo gli impianti di Foggia, Nola (Napoli) e Venegono (Varese). Il massimo interesse russo è per Cameri, nel Novarese, dove c’è l’unica catena di montaggio fuori dagli Stati Uniti per assemblare il supercaccia: una fabbrica realizzata nel perimetro di una base dell’Aeronautica, proprio per proteggerla al meglio. All’interno c’è un ‘santuario’ ancora più blindato, a cui accede solo personale con nulla osta di sicurezza americano”. Una protezione totale che vale anche per l’accesso a determinati incarichi e uffici: nell’industria come nella Difesa.