Skip to content
Politica

Cosa c’entra il pallone spia cinese con la guerra in Ucraina?

A inizio febbraio la divulgazione dell’intrusione nello spazio aereo nordamericano di un pallone aerostatico spia cinese ha generato un’importante reazione nell’opinione pubblica statunitense ed europea: come il classico sasso gettato nello stagno che ne perturba progressivamente le acque, l’onda di...
cina ucraina

A inizio febbraio la divulgazione dell’intrusione nello spazio aereo nordamericano di un pallone aerostatico spia cinese ha generato un’importante reazione nell’opinione pubblica statunitense ed europea: come il classico sasso gettato nello stagno che ne perturba progressivamente le acque, l’onda di interesse ha viaggiato da costa a costa dell’Oceano Atlantico, generando le più disparate reazioni.

Tralasciando quelle complottiste, visionarie e ironizzanti, quel fatto ha comunque spostato l’attenzione del pubblico sulle azioni della Cina e ha generato il cambio dello status quo a livello internazionale: prima queste intrusioni venivano “tollerate” e restavano sotto traccia.

Un cambiamento che, a questo punto, potrebbe essere stato stabilito a tavolino da Washington per motivazioni legate al conflitto in Ucraina, e cerchiamo di chiarire perché.

L’effetto-domino

L’intrusione del pallone spia ha portato a due conseguenze immediate: il suo abbattimento e la divulgazione della presenza di altri oggetti simili di provenienza dubbia o non nota, e l’annullamento della visita a Pechino del segretario di Stato Antony Blinken, che avrebbe dovuto incontrare anche il presidente Xi Jinping. La Cina ha risposto affermando da un lato che il pallone avesse scopi civili, legati alla ricerca meteorologica, dall’altro che gli Stati Uniti hanno reagito “esageratamente”, denunciando anche la presenza di un oggetto simile al largo delle coste della provincia di Shandong; oggetto che è stato abbattuto allo stesso modo del pallone cinese.

La partita sembrava così chiusa, e soprattutto fine a sé stessa, ma recentemente Washington ha fatto sapere di avere prove dell’intenzione di Pechino di fornire armamenti alla Russia, e che presto saranno divulgate.

Questo passaggio, più che volto a inasprire i rapporti tra Stati Uniti e Cina e a preparare il pubblico statunitense a uno scontro (non ce n’è bisogno, in quanto da anni Pechino viene presentata come minaccia principale per gli interessi Usa), riteniamo sia diretto a condizionare l’opinione pubblica e i governi europei e crediamo sia strettamente correlato a quanto accaduto a inizio del mese nei cieli del Nord-America.

La Cina, infatti, sebbene sia un avversario degli Usa, viene comunque vista dalla Casa Bianca e perfino dal Pentagono come l’unico attore in grado di avere peso nella politica del Cremlino, ma quest’anno di guerra ha dimostrato come il Politburo abbia sempre tenuto un atteggiamento sostanzialmente tiepido verso Mosca, denunciando sì la guerra in Ucraina come un atto non necessario e destabilizzante, ma non facendo mai mancare l’appoggio diplomatico giustificazionista del conflitto.

Pechino, del resto, condivide con Mosca la visione multipolare del mondo che contesta il potere occidentale, visto come essenzialmente statunitense, e agisce per cercare di cambiare l’architettura del diritto internazionale (che viene letto come uno degli strumenti del potere degli Stati Uniti) se pur in modo diverso rispetto a quanto messo in pratica dalla Federazione Russa: Pechino opta per un atteggiamento più soft – per ora – con piccoli cambiamenti dello status quo che non portano a un casus belli; Mosca invece ha un approccio hard, come evidenziato non solo dall’attuale conflitto in Ucraina ma anche dal putsch in Crimea del 2014 e dal conflitto in Georgia del 2008.

Soprattutto la Cina è ancora strettamente legata economicamente al Vecchio Continente, col quale cerca di aumentare il suo volume di affari attraverso varie iniziative: il terminale ultimo e più importante della Bri (Belt and Road Initative) è in Europa, in quanto è qui che Pechino può attingere a prodotti ad altissima tecnologia, investire in infrastrutture ben rodate e redditizie (ad esempio le installazioni portuali) e soprattutto trovare un mercato particolarmente stabile e remunerativo per la propria produzione interna.

L’orbita europea di Pechino

Una prova dell’importanza del mercato europeo la troviamo non solo nei nuovi accordi tra Germania e Cina per il porto di Amburgo (acquisito per il 24,9% dalla Cosco), ma anche dalla sempre più costante presenza di naviglio militare cinese nelle acque del Mediterraneo Orientale: le linee commerciali marittime col Vecchio Continente vanno infatti salvaguardate al pari di quelle passanti per lo Stretto della Malacca.

Questo legame è, ovviamente, doppio: i Paesi europei (alcuni molto più di altri), trovano conveniente avere relazioni economiche col gigante asiatico anche perché, in almeno un caso, rappresenta un mercato enorme per il proprio surplus commerciale.

Al netto di dichiarazioni di “realismo” da parte di alcuni leader europei, che invitano a guardare a Pechino più come a un concorrente che a un partner anche a causa dello choc causato dall’interruzione di alcune filiere produttive de-localizzate in Cina per via della pandemia, e anche a causa della tardiva presa di coscienza della politica assertiva (e perfino aggressiva) del Dragone, l’Europa fatica ad “alzare la voce” con Pechino in merito al suo comportamento a dir poco ambiguo per quanto riguarda il conflitto in Ucraina.

In attesa di ascoltare il “discorso di pace” di Xi Jinping in occasione dell’anniversario della guerra, possiamo infatti affermare che la Cina si è sempre mostrata poco incline a condannare la Russia e non ha mai preso posizioni nette contro questa guerra, ma sempre dai contorni sfumati, con diversi distinguo e giustificazioni.

La strategia Usa

Riteniamo, pertanto, che le ultime mosse di Washington dirette verso Pechino (l’abbattimento del pallone e la dichiarazione sulle armi) siano rivolte a cercare di scollare l’Europa dalla Cina non tanto per determinare una nuova divisione in blocchi, quanto perché la possibile perdita, o anche solo diminuzione, dei floridi rapporti commerciali tra Vecchio Continente e il gigante asiatico è l’unico strumento in mano agli Usa per cercare di far cambiare il passo al Politburo nei confronti del Cremlino, ovvero spingere la Cina a far sentire tutto il suo peso su Mosca al fine di far cessare il conflitto al più presto.

Un conflitto che, dall’altra parte dell’Atlantico, sembra senza via di uscita al netto delle dichiarazioni della Casa Bianca: il Pentagono ha infatti apertamente affermato che la riconquista ucraina dei territori occupati dalla Russia è altamente improbabile (un modo per dire che è impossibile che Kiev vinca la guerra), e anche importanti istituti di ricerca (quindi l’intelligence) stanno postulando il modo di evitare un conflitto lungo.

Questo nuovo atteggiamento è però rischioso: innanzitutto il problema principale è che il Cremlino possa dimostrarsi sordo anche agli inviti cinesi (del resto i due Paesi sono amici forzati, per via delle attuali contingenze, non sinceri alleati), secondariamente la Cina potrebbe decidere che quanto fatto sino a oggi in Europa sia al sicuro da possibili ritorsioni/cambiamenti e saldarsi maggiormente alla Russia dal punto di vista militare, provocando davvero la nascita di una nuova separazione in blocchi, che però, stavolta, difficilmente gli Stati Uniti (e alleati) potrebbero fronteggiare con successo.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.