Dopo la protesta contro il velo, in Iran è esplosa la rivolta dei dervisci. Nelle ultime settimane le strade di Teheran sono state scenario di numerosi scontri tra forze di polizia e manifestanti, appartenenti ad un movimento sufi sciita chiamato Gonabadi. Le proteste hanno raggiunto un grado di violenza che in pochi si aspettavano: cinque tra agenti di polizia iraniana e milizie basiji sono stati uccisi in tre differenti attacchi, due dei quali sono avvenuti utilizzando vetture scagliate a tutta velocità contro posti di blocco, mentre uno utilizzando un coltello. Nei video ripresi dai passanti, le cui immagini sono presto circolate in rete, si vedono numerose auto date alle fiamme, bombe molotov lanciate contro gli agenti e manifestanti, armati di bastoni che si scontrano contro le forze di sicurezza. Durante gli scontri tra manifestanti e polizia ci sono stati diversi feriti e, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa iraniana Irna, “almeno 300 persone sono state arrestate, tra cui i responsabili delle uccisioni dei membri della polizia”
Per diversi giorni il quartiere Pasdaran, a Nord della capitale, è stato letteralmente bloccato da centinaia di appartenenti alla confraternita sufi Gonabadi che si opponevano all’arresto del loro leader, l’avvocato Noor Ali Tabandeh. Non è la prima volta che i dervisci si riversano davanti all’abitazione di Tabandeh per evitare un suo arresto, ma una violenza simile non era mai accaduta. Ciclicamente reparti della polizia tentano di prelevare dalla propria casa l’avvocato-mistico, ma hanno sempre desistito dinanzi alla difesa dei sufi.
La setta dei dervisci Gonabadi, secondo la Commissione Immigrazione e Rifugiati del Canada, conta almeno 2 milioni di appartenenti in tutto il paese comprese le grandi città come Teheran e Isfahan.
L’Ordine Sufi Gonabadi è uno dei tre rami principali dell’Ordine Sufi Nematollahi che ebbe origine con Shah Nematollah Wali, un maestro sufi vissuto tra il XIV e XV secolo nella città di Gonabad, in Khorasan. I dervisci Gonabadi, affermano (si legge sul loro sito) di credere nella pace, nella sicurezza e nell’uguaglianza, dicono di voler evitare la violenza e di non voler entrare in politica. la vita di Noor Ali Tabandeh però contrasta su questo ultimo punto. Dopo aver conseguito un dottorato in legge, Tabandeh ha fatto della difesa dei dissidenti politici la sua peculiare caratteristica. A prescindere dal regime in vigore in Iran, i suoi clienti sono sempre state personalità politiche critiche verso il potere. Per questo, prima della Rivoluzione Islamica del 1979, Tabandeh difese addirittura il fratello dell’Ayatollah Khomeini, oltre che l’ayatollah Esfahani, all’epoca responsabile dei sermoni del venerdì durante i quali folle di iraniani venivano aizzate contro il regime dello Shah. Dopo la rivoluzione invece passò a difendere i “nemici della rivoluzione”. Il suo cliente più noto fu senza dubbio Abbas Amir-Entezam, un ambasciatore del primo governo post-rivoluzionario accusato nel Dicembre del 1979 di spionaggio a favore degli USA e condannato al carcere a vita. Ad oggi Entezam detiene il triste record di prigioniero politico con il periodo di detenzione più lungo di tutto l’Iran.
Tabandeh fu sempre critico nei confronti della teocrazia e in particolare del velayat-e Faqih (autorità cognitiva del giurista islamico), principio fondante della repubblica Khomenista. Fondò, insieme ad altri giuristi la Society for Defending Freedom nel 1985 e nel 1990 fu tra le 90 prestigiose personalità che firmarono la lettera contro il presidente Rafsanjani condannando alcune delle sue politiche ritenute lesive dei diritti umani. L’aspra critica verso gli Ayatollah non impedì però a Tabandeh di ottenere perfino un posto di rilievo nel governo di Mehdi Bazargan in qualità di Vice Ministro della Giustizia, carica da cui si dimise nel 1980 per protestare contro l’impossibilità di attuare vere riforme democratiche. Un personaggio stimabile sotto tanti punti di vista ma, a dispetto di quanto dice, nient’affatto estraneo alla politica. Sono diverse le foto che ritraggono il Gran Maestro (Shaykh) dei dervisci Gonabadi in compagnia delle personalità più importanti del mondo riformista iraniano. Sono diversi i moventi che spiegano la volontà degli ambienti conservatori iraniani di mettere a tacere una voce scomoda come quella di Tabandeh e non riguardano soltanto le sue amicizie nel mondo politico.
Molti aderenti alla confraternita Gonabadi hanno importanti incarichi nei pubblici uffici e la loro influenza in istituti statali risulterebbe scomoda a diversi esponenti dell’ala più vicina all’Ayatollah. Non è certamente passato inosservato ai detrattori di Tabandeh, la decisione dello shaykh sufi di istituire il 21 febbraio 2009 la “giornata del derviscio”. Una data pregna di significato: il 21 febbraio 1921 l’ultimo sovrano Qajar venne deposto dal generale Reza Khan, primo esponente della dinastia Pahlavi, eterna nemica dei sostenitori della Rivoluzione.
Nel mondo islamico i membri delle confraternite sono perfettamente integrati nelle società in cui vivono e non è facile distinguere un derviscio da un normale musulmano laico. Frequentemente i sufi sono uomini d’affari, imprenditori e dipendenti statali. I Gonabadi in questo non fanno eccezione: la Damdaran, una delle più importanti aziende di latticini di tutto l’Iran, è infatti direttamente dipendenze di uomini vicini alla confraternita.
In molti credono che dietro alle proteste degli scorsi giorni ci siano potenze straniere che hanno tutto l’interesse nella destabilizzazione di un Paese sempre più protagonista in Medio Oriente. Non è un caso che pochi giorni prima degli scontri siano apparsi numerosi articoli legati alle discriminazioni subite dai sufi in Iran su alcuni importanti quotidiani arabi vicini alle posizioni delle petromonarchie sunnite del Golfo. È singolare che a difendere i sufi iraniani siano Stati come l’Arabia Saudita fondata su un’ideologia (wahhabita) che considera i Sufi politeisti e infedeli. È dunque chiaro che in questo caso siamo di fronte ad una strumentalizzazione a fini politici di una protesta che, se fosse avvenuta a Riyad, sarebbe stata trattata nello stesso identico modo.
Le proteste ora si sono placate e lo stesso Tabandeh ha aspramente criticato l’uso della violenza da parte dei suoi, inviando messaggi di condoglianze alle famiglie delle vittime. “Non ho niente a che vedere con certi materiali provocatori postati in alcuni siti web”, ha detto il novantenne leader derviscio, “chiedo a tutti i miei confratelli di seguire soltanto i miei ordini diretti e non fidarsi di finte frasi che mi sono state attribuite”.
Anche per le autorità iraniane il caso sembra, per il momento, chiuso. I responsabili della morte dei cinque agenti saranno perseguiti dalla legge e Tabandeh potrà restare nella sua casa. La miccia però è ormai stata accesa, e le azioni violente dei sufi hanno alzato di molto il livello dello scontro in un Iran che sempre meno riesce a contenere le sempre più frequenti proteste (più o meno eterodirette).
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