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Se è vero, come dichiarato ad aprile su InsideOver dal politologo Lorenzo Castellani, che tra le dicotomie più importanti in Europa ad oggi occorre registrare quella che vede contrapposte le idee “green” a quelle “no green”, i risultati dei Verdi nel Vecchio Continente impongono una certa riflessione. Il gruppo, nella prossima legislatura, rischia di essere fortemente ridimensionato. I dati parlano chiaro: se nell’Europarlamento uscente i Verdi rappresentavano la quarta forza, grazie ai 74 deputati eletti nel 2019, adesso invece il gruppo è scivolato al sesto posto ed è dietro alle destre sia conservatrici sia sovraniste. A prescindere dal colore della futura maggioranza che si costituirà a Strasburgo, con un risultato del genere le tematiche tipicamente green e legate all’ambiente rischiano di passare in secondo piano. Oppure, ed è questo forse il caso più temuto dai Verdi, di essere fatte proprie da altre forze politiche.

Il risultato della Germania

Da anni i Verdi hanno nell’elettorato tedesco la propria roccaforte. Qui, a livello interno, i Grune sono spesso stati determinanti nelle elezioni parlamentari e in più occasioni sono stati al governo con propri esponenti al vertice di ministeri importanti. Nell’attuale esecutivo guidato da Scholz, i Verdi esprimono il ministro degli Esteri ed esercitano una forte influenza sulla linea politica della maggioranza. Un ridimensionamento del gruppo simbolo della battaglie green in Europa coincide, quasi sempre, con un ridimensionamento sul piano interno. E infatti, anche in questo caso i risultati parlano molto chiaro: i Verdi tedeschi hanno ottenuto, nella tornata elettorale conclusa questa domenica, il 12% a fronte invece di un 20% conquistato cinque anni fa. Il dato è in calo anche rispetto alle ultime legislative tedesche del 2021, dove il partito aveva sfiorato il 15%.

Ma da tenere in considerazione non sono solo i numeri, i quali spesso altro non sono che il sintomo di problemi ben più profondi sul lato politico. Il vero motivo per cui i Verdi tedeschi devono avere preoccupazione riguarda la sonora bocciatura dell’elettorato all’azione di governo portata avanti da Scholz e quindi dagli stessi ambientalisti. Gli elettori in Germania hanno dato molto peso alle attuali difficoltà economiche attraversate dal Paese e in tanti hanno attribuito il rallentamento della locomotiva tedesca alle politiche di Spd e Verdi. Non è certo un caso se proprio la Germania è stata, negli ultimi mesi, tra gli epicentri europei delle proteste dei trattori, con migliaia di contadini pronti a marciare sia verso Berlino che verso Bruxelles.

Certo, buona parte dei problemi per l’economia tedesca sono figli della fase post traumatica legata alla pandemia e anche della guerra in Ucraina, con conseguente stop dei rapporti economici privilegiati con Mosca. In tanti però, hanno già da mesi puntato il dito anche contro le politiche legate alla transizione energetica attuate da Scholz su forte input dei Verdi. I tedeschi, in poche parole, sembrano dar ragione ai promotori delle proteste dei trattori e non vogliono lasciare spazio a politiche che rischiano di pesare sull’occupazione.

La chiusura delle centrali a carbone, pur se non definitiva per via proprio dei problemi di approvvigionamento del gas, la conversione di molte industrie, il passaggio verso nuove produzioni, l’aumento dei prezzi, sono tutti elementi che hanno generato paura nell’elettorato. Da qui una risposta tanto chiara quanto, dal punto di vista dei Verdi, piuttosto sonora. E l’eco del ridimensionamento del partito in Germania, potrebbe arrivare anche nel resto d’Europa.

Il peso ridimensionato dei Verdi a Strasburgo

Come detto, meno voti in Germania vuol dire meno voti anche all’Europarlamento per i Verdi. I numeri possono aiutare a comprendere meglio la situazione: dai 74 deputati eletti nel 2019, le liste green potrebbero scendere nella prossima legislatura a 53 eurodeputati. Un calo evidente e, anche in questo caso, una bocciatura sonora non solo del partito ma, più in generale, della linea politica green e delle misure vocate alla transizione ecologica.

Eppure il Vecchio Continente, soprattutto negli ultimi anni, della questione ambientale e della transizione ha fatto uno dei principali argomenti inseriti in agenda. I Verdi, pur non essendo all’interno della maggioranza che ha portato Ursula Von Der Leyen alla guida della Commissione, hanno avuto ugualmente una forte influenza. Il loro folto gruppo europarlamentare e la presenza all’interno del governo tedesco, a partire dal 2021, hanno dato loro un forte potere contrattuale politico.

Come cambierà adesso la situazione sul fronte delle politiche ambientali? La sensazione è che comunque, su molte delle questioni, in Europa non si tornerà indietro. Ambiente e transizione energetica (ed economica) saranno ancora temi importanti, ma verranno iscritti in agenda da altri partiti. Magari gettando un occhio anche ai timori di molti riguardanti la perdita di posti di lavoro e i costi sociali imposti dalle politiche ambientali. Perché, in fondo, la lezione che arriva dai risultati dei Verdi in Germania e in Europa è proprio questa: al momento, la percezione nell’elettorato è che non esistano punti di incontro tra le questioni ambientali e quelle relative alla salvaguardia dei posti di lavoro.

Dall’Italia l’unica soddisfazione

L’unico barlume di luce per i Verdi è arrivato dal nostro Paese. Qui, al contrario che nel resto d’Europa, la lista verde con il sole al centro ha ottenuto un incremento dei voti. In Italia, i Verdi hanno avviato una collaborazione elettorale con la Sinistra di Nicola Fratojanni: l’alleanza tra le due anime della sinistra, quella verde e quella rossa per l’appunto, ha fruttato un risultato molto vicino al 7%.

Un balzo di almeno due punti percentuali sia rispetto ai sondaggi sia rispetto alle legislative del 2022. Bonelli, a capo dei Verdi italiani, parla di successo e ora il partito del Bel Paese potrebbe avere maggior peso all’interno del gruppo green seduto a Strasburgo.

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