Da quando è iniziata l’operazione militare di Israele nella Striscia di Gaza in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, l’amministrazione Biden ha più volte sollecitato il governo di Tel Aviv a rispettare il diritto internazionale ed esortandolo a proteggere i civili colpiti dalla brutale campagna militare nella quale sono morti più di 28 mila civili, secondo i dati forniti dal ministero della Sanità di Hamas. La posizione Usa è stata ben espressa dal segretario di Stato Antony Blinken, il quale ha dichiarato, lo scorso gennaio a Gerusalemme, che gli Stati Uniti continuano a stare al fianco di Israele nella sua missione di “garantire che il 7 ottobre non si ripeta mai più”, ma cercano anche di evitare ulteriori perdite di civili a Gaza e di impedire che il conflitto si si allarghi. Negli ultimi giorni, tuttavia, complici anche gli appelli delle organizzazioni internazionali che invitano Israele a non intraprendere una campagna militare contro Rafah, nel sud della Striscia, e le pressioni dell’opinione pubblica statunitense, Washington ha fatto trapelare delle notizie alla stampa americana che ritraggono un Joe Biden “furioso” nei confronti del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
Fughe di notizie ad uso e consumo interno
Nbc News riferisce che in alcune conversazioni private, alcune delle quali con importanti donatori della campagna elettorale, Biden avrebbe sfogato la sua frustrazione per l’incapacità di persuadere Israele a cambiare le sue strategie militari nella Striscia di Gaza, indicando il primo ministro Benjamin Netanyahu come il principale ostacolo. Secondo questo retroscena che l’amministrazione Usa ha deciso di far trapelare al pubblico, il presidente Usa avrebbe confidato ai donatori che starebbe cercando di fare di tutto per convincere Israele ad accettare un cessate il fuoco, ma Netanyahu “gli sta facendo passare l’inferno” ed è impossibile da trattare.
Secondo la tessa Nbc news, i rapporti tra il presidente statunitense e Netanyahu sarebbero tesissimi e tra i due sarebbero addirittura volate parole grosse nel corso di una recente telefonata. Ipotizzando che queste fughe di notizie siano vere, difficilmente incideranno sulla strategia di Israele e sembrano essere destinati perlopiù all’opinione pubblica progressista critica nei confronti dell’operazione militare di Tel Aviv. La strategia della Casa Bianca e della campagna di Joe Biden in vista delle elezioni presidenziali di novembre è proprio questa: scaricare tutta la colpa sull’estremismo Bibi e tentare di far passare il presidente per un moderato mediatore che ha tentato in tutti i modi di arrivare a un cessate il fuoco. La verità è che i commenti di Joe Biden nei quali sembra criticare con una certa veemenza la campagna israeliana, sono privi di un reale significato se non portano ad azioni volte a tenere a freno Tel Aviv. Ancora una volta, a determinare le azioni – in questo caso, di facciata – di un presidente americano sono i sondaggi, tanto più in un anno elettorale. Secondo un recente sondaggio del New York Times e del Siena College, solo un terzo degli elettori registrati approva la gestione del conflitto israelo-palestinese da parte di Biden, con i giovani particolarmente propensi a esprimere insoddisfazione per la politica di Washington. Tra gli elettori di età inferiore ai 30 anni, infatti, l’indice di gradimento dell’inquilino della Casa Bianca si attesta al 26%, in generale, e ad appena 20% per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese. Numeri da incubo. Considerando che i giovani dovrebbero essere un elettorato di riferimento per un presidente democratico, la Casa Bianca sta tentando – almeno pubblicamente – di invertire la rotta. Ma tra la comunicazione – propaganda? – interna e la realtà, c’è una bella differenza.
Washington non è uno spettatore esterno
Gli Stati Uniti non sono affatto un osservatore esterno rispetto a ciò che sta accadendo a Gaza. Al fine di vendere armi a Tel Aviv, per ben due volte dall’inizio dell’operazione militare a Gaza, l’amministrazione Biden ha aggirato il Congresso: il 30 dicembre scorso, infatti, il Pentagono ha approvato una proposta di vendita di 147,5 milioni di dollari di munizioni d’artiglieria e relative attrezzature a Israele, invocando una disposizione d’emergenza che evita un processo di revisione da parte del Congresso generalmente richiesto per la vendita di armi ad altre nazioni. Alla fine di ottobre, Washington, secondo Bloomberg, ha consegnato a Tel Aviv 36.000 proiettili per i cannoni da 30 mm, 1.800 munizioni per i lanciarazzi M141 e almeno 3.500 dispositivi per la visione notturna. Il Pentagono ha ammesso che gli Stati Uniti stavano facendo di tutto “per garantire che Israele abbia i mezzi necessari per difendersi”. Nel pacchetto, anche 2.000 missili Hellfire a guida laser prodotti dalla Lockheed Martin Corp e proiettili di artiglieria da 155 mm. Inoltre, nel pacchetto sugli esteri appena approvato dal Senato Usa – che deve affrontare, però, lo scoglio della Camera – l’amministrazione americana ha inserito altri 14 miliardi di dollari per Israele.
Mentre Joe Biden critica pubblicamente Netanyahu, gli Stati Uniti continuano dunque a inviare armi e munizioni a Israele e, allo stesso tempo, hanno la guidato la campagna per tagliare i finanziamenti all’Unrwa, forse la più importante organizzazione internazionale che opera sul campo a Gaza. Washington ha accolto le richieste del governo israeliano, secondo cui un piccolo numero di membri del personale dell’organizzazione umanitaria – che conta 30 mila dipendenti, di cui 12 mila operativi a Gaza – avrebbe partecipato agli attacchi del 7 ottobre. Dal punto di vista diplomatico, sede Onu, gli Stati Uniti si sono opposti alla risoluzione che chiedeva un immediato cessate il fuoco umanitario a Gaza. La risoluzione è stata sostenuta da 153 Stati membri sui 193 totali, mentre solo 10, tra cui Stati Uniti, Israele e Austria, hanno votato contro e 23, tra cui Regno Unito e Germania (e Italia), si sono astenuti.
Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, una risoluzione dal testo quasi identico ha ricevuto il veto da parte degli Stati Uniti di Biden. Non è certo una novità: gli Stati Uniti hanno posto il veto a decine di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite critiche nei confronti di Israele: per la precisione sono 53 dal 1972 al 2021 secondo i dati delle Nazioni Unite. Washington ha ostacolato le risoluzioni che condannavano la violenza contro i manifestanti, gli insediamenti dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata costruiti dal 1967 e persino le richieste di un’indagine sull’uccisione – nel 1990 – di sette lavoratori palestinesi da parte di un ex soldato israeliano.
Il presidente Joe Biden, più “falco” che “colomba”
“Non credo che si debba essere ebrei per essere sionisti, e io sono sionista”. La storia politica di Joe Biden dimostra che il democratico del Delaware è stato, in carriera, più che una “colomba” un “falco” se si parla della politica statunitense nei confronti di Israele. “Se non ci fosse Israele, gli Stati Uniti dovrebbero inventare un Israele per proteggere i loro interessi nella regione” disse una volta al Senato nel 1986 mentre, negli anni ’90, promosse diverse leggi e pacchetti di aiuti in favore di Tel Aviv. Non solo. Biden è stato, nel 1995, uno dei primi a proporre il trasferimento dell’ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme, ben prima che lo facesse Donald Trump nel 2018. Su spinta di Biden, nel settembre 2016, poco prima di lasciare la Casa Bianca, l’amministrazione Obama approvò un pacchetto di aiuti militari per Israele da 38 miliardi di dollari per i successivi 10 anni, pari a circa 3,8 miliardi di dollari l’anno. Ha fatto in modo che Israele ricevesse sempre tutto l’aiuto possibile, ma nel corso degli anni ha anche ricevuto in cambio ingenti finanziamenti per le su campagne elettorale. Nella sua carriera ultra-trentennale al Senato, infatti, Biden è stato il più grande beneficiario nella storia del Congresso di donazioni da parte di gruppi pro-israeliani ricevendo 4,2 milioni di dollari, secondo il database di Open Secrets. Per questo motivo nemmeno la presunta antipatia per Bibi o le sue dichiarazioni pubbliche recenti possono cancellare 50 anni di carriera politica, sempre al fianco di Israele.

