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L’internazionale conservatrice ha perso un’importante appoggio lo scorso novembre, quando l’elettorato statunitense ha decretato la vittoria di Joe Biden su Donald Trump. A partire da quel momento, che l’ha azzoppata, l’internazionale dei protettori dei confini nazionali e dei custodi del legato giudeo-cristiano si è stretta attorno all’Ungheria di Viktor Orban. È in questo contesto di aggravamento della guerra culturale tra i due Occidenti, quello ponentino e quello levantino, che si inquadrano l’orientamento verso Budapest di una parte dell’agenda estera dell’amministrazione Biden, la battaglia tra Hollywood e Fidesz – ultima speranza dei conservatori messianici d’Europa e Stati Uniti –, l’approdo in terra magiara dell’influente Tucker Carlson, l’approvazione della legge magiara sulla propaganda gay e il recentissimo incontro tra Orban e il Papa.

Il ruolo centrale di Budapest

Il futuro della blocco-civiltà Europa si sta scrivendo (anche) nella sottovalutata Ungheria, la fortezza all’interno della quale si sono arroccati i conservatori di tutto l’Occidente a partire dall’uscita di scena di Trump, e quanto accaduto nel corso del 52esimo Congresso Eucaristico Internazionale ne è la dimostrazione. L’evento, che ha luogo a cadenza quadriennale ed è stato concepito nel 1881 per celebrare la presenza reale di Cristo nel mondo, ha trasformato Budapest nella capitale della Cristianità per una settimana – dal 5 al 12 settembre – ed è stato chiuso da due eventi di grande rilievo: la messa all’aperto del pontefice, seguita da oltre 100mila persone, e un lungo incontro tra il primo ministro magiaro e il capo della Chiesa cattolica.

Era dal lontano 1938 che la capitale ungherese non ospitava il Congresso Eucaristico Internazionale, che è uno degli appuntamenti più sentiti e importanti del cristianesimo mondiale, e non è un caso che l’edizione appena conclusa sia stata organizzata qui. Budapest, invero, nel 2021 come nel 1686 – anno dell’assedio di Buda da parte degli ottomani –, è la trincea dell’Europa e della Chiesa cattolica; una realtà di cui il successore di Pietro ha piena consapevolezza e che spiega le ragioni della bilaterale con il primo ministro magiaro.

L’attesissimo incontro tra Orban e papa Francesco è stato il frutto di un lungo, complesso e delicato processo di intermediazione, che ha visto il coinvolgimento del presidente magiaro Janos Ader, e ha avuto una durata simile a quella di un’udienza papale: quaranta minuti. I due hanno discusso di vari argomenti all’interno di un ambiente connotato da un clima cordiale, sebbene la grande stampa stia veicolando erroneamente l’idea e l’immagine di una bilaterale incentrata sulla questione migranti e caratterizzata dall’animosità.

L’antagonismo che non c’è

Quella del Papa è stata una visita breve ma intensa. Il vescovo di Roma, contrariamente ai pronostici – alcuni dei quali delineanti lo scenario di un affronto a Orban sotto forma di rifiuto ad un incontro a porte chiuse o aggiramento del Congresso Eucaristico Internazionale –, è approdato a Budapest e ha trovato il tempo di dialogare con le massime autorità istituzionali, celebrare messa e salutare l’influente comunità ebraica locale.

Un viaggio ecumenico, nel senso letterale del termine, che, come scrivevamo sulle nostre colonne lo scorso marzo, è stato organizzato con il duplice obiettivo di “contribuire alla riuscita dell’attesissima edizione [del Congresso Eucaristico Internazionale] di quest’anno e [di] incidere positivamente sulle relazioni tra Santa Sede e Budapest”. Perché tra Bergoglio e Orban, più che antipatia politica e personale – un pensiero illusorio di analisti e giornalisti che antepongono l’ideologia all’imparzialità –, v’è una semplice divergenza su temi secondari – l’immigrazione – controbilanciata da una comunanza di visioni nei fascicoli che contano – la difesa delle radici cristiane dell’Europa, la protezione dei cristiani perseguitati nel mondo e la lotta alla diffusione dei valori postcristiani nell’ipersecolarizzato Occidente.

Forte di un’immagine di defensor fidei fondata sui numeri e sui fatti – 3mila chiese restaurate e/o costruite con fondi governativi negli ultimi undici anni, un’alleanza con la Polonia contro la persecuzione dei cristiani, le donazioni alle comunità cristiane del Medio Oriente e l’impegno dell’Hungary Helps Programme nel Sud globale –, Orban ha profittato dell’opportunità esclusiva di un incontro con il pontefice per rilanciare l’idea di un asse globale tra Budapest e Santa Sede e per avanzare una richiesta di aiuto in vista delle parlamentari più importanti della storia recente d’Ungheria, quelle del prossimo anno.

Chiedendo al Papa di “non lasciare che l’Ungheria cristiana perisca”, Orban ha espressamente invitato la Chiesa a mobilitarsi en masse per Fidesz alle future elezioni. Non è dato sapere se e come il Vaticano deciderà di muoversi nello scacchiere magiaro, ma una cosa pare abbastanza certa: non avendo tirato fuori l’argomento rifugiati in sede di incontro, prediligendo una focalizzazione su temi attinenti alla Chiesa, come “la protezione e la promozione della famiglia” – un palese riferimento alla legge sulla propaganda gay –, Francesco di Buenos Aires sembra aver inviato un segnale piuttosto eloquente al primo ministro ungherese.

Seguire gli accadimenti che avranno luogo in Ungheria da qui al prossimo anno, a partire dal ruolo della Chiesa, è più che importante – è indispensabile –, perché qui si scriverà uno dei capitoli conclusivi della guerra civile occidentale, e della guerra mondiale tra tradizionali e progressisti, tra liberal e conservatori e tra sovranisti e mondialisti. Come nel 1686, data dell’assedio di Buda, una parte del destino dell’Europa si deciderà nella terre dei magiari e il ruolo dell’Impero del Vangelo, oggi come allora, si rivelerà determinante.

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