La tensione è l’elemento che ha caratterizzato i rapporti fra Russia e Turchia nel 2020, anno che si è aperto con la crisi di Idlib e si è concluso con la guerra nel Karabakh Superiore. Le due potenze hanno alle spalle un trascorso plurisecolare di conflitti e dissidi, i quali stanno riproponendosi – le “nuove guerre russo-turche” – in ogni luogo in cui i loro interessi si incrocino, dai Balcani all’Asia centrale, dalla Libia alla Siria, dall’Ucraina al Caucaso meridionale.

La Turchia è, nel 2021 come nel 1853, una potenza con aspirazioni di autonomia strategica che, per ragioni di utilità, agisce nelle aree sotto influenza russa conformando la propria agenda a quella dell’Occidente – oggi rappresentato dagli Stati Uniti, due secoli or sono incentrato sul sistema europeo – nell’aspettativa di una massimizzazione dei risultati conseguibili.

Al tempo stesso, è errato veicolare l’idea che la Turchia di Recep Tayyip Erdogan sia una quinta colonna del blocco occidentale priva di una propria weltanschaaung e con la predisposizione innata al confronto antagonistico con la Russia: l’obiettivo di lungo termine della dirigenza post-kemalista è il riposizionamento della Sublime Porta al suo antico e naturale ruolo, che è quello di ponte fra mondi, luogo di incontro (e scontro) fra cristianità e dār alIslām, e punto di contatto fra Europa e Asia. Sull’effettivo compimento dei sogni eurasiatisti di Erdogan, però, pesano la perdurante vulnerabilità dell’economia nazionale – che rende Ankara ricattabile –, la tendenza all’intromissione nelle sfere di influenza altrui – che lavora in senso contrario alla costruzione di alleanze e partenariati sorretti dalla fiducia –, e il sempreverde fattore Stati Uniti.

L’eredità del 2020

Se il 2020 è stato l’anno della semina, il 2021 sarà l’anno del raccolto. Il dinamismo turco nello spazio postcomunista dell’Europa orientale e balcanica potrà godere dell’apporto ulteriore di linfa vitale garantito dall’entrata in operatività del TurkStream, dall’elezione di Maia Sandu in Moldavia, dal partenariato in costante potenziamento con l’Ucraina, dagli avamposti creati nella cosiddetta “cintura albanese” e dalle ricadute della diplomazia degli aiuti umanitari nei Balcani. Ankara, inoltre, a seguito della guerra nel Karabakh Superiore, è entrata di diritto nel circuito delle potenze garanti del Caucaso meridionale e ha iniziato a gettare le fondamenta del corridoio panturco.

Il 2020 è stato, in breve, l’anno della Turchia – e non soltanto per via dei successi ottenuti nello spazio post-sovietico –; ma ciò non condurrà ad una ritirata silenziosa della Russia dai propri satelliti. La nuova divisione di potere che va prendendo forma, dai Balcani all’Asia centrale, sarà più multipolare che turco-centrica, e l’influenza di Mosca, seppure ridotta, continuerà a manifestarsi e a pesare nella risoluzione di dossier e conflitti regionali.

La Russia, in maniera simile a quanto accaduto con la Cina in Asia Centrale, sta tollerando la maggiore esposizione turca nello spazio postsovietico perché l’alternativa ad essa, impraticabile, indesiderata e insostenibile, è l’entrata in scena delle potenze occidentali. Sia Mosca che Ankara, a questo proposito, commentando l’esito della guerra nel Karabakh Superiore, hanno dichiarato che si è trattato di una sconfitta per l’Occidente e di una loro vittoria esclusiva.

Il principale motivo di frizione fra le due potenze non è quindi legato alla parziale ma inevitabile derussificazione dello spazio post-sovietico, di cui Mosca ha cognizione e che sta tentando di guidare nei limiti del possibile, quanto all’appetito pantagruelico di Erdogan, le cui aspirazioni di grandezza – più imperialistiche che imperiali – culminano ritualmente nel tradimento di accordi e in doppiogiochismi.

Andrey Kortunov, direttore del Russian International Affairs Council, aveva spiegato dettagliatamente la condizione delle relazioni russo-turche, lo scorso 2 ottobre, mettendo la firma su un approfondimento dal titolo autoesplicativo: “Recep Erdogan in un campo minato russo” (Recep Erdogan in a Russian Minefield). La fame insaziabile di Erdogan, illustrava lo scienziato politico, è causa di un duello continuo fra Mosca e Ankara, estesosi persino all’interno degli stessi confini russi, la cui escalation viene evitata per merito delle abilità diplomatiche del Cremlino.

Il fattore Biden

L’obiettivo di lungo termine di Erdogan, formatosi all’ombra di Necmettin Erbakan e suggerito da diplomatici con simpatie eurasiatiste come Mevlut Cavusoglu, è e resta l’allontanamento dall’Occidente, un blocco di civiltà nel quale la Turchia ha fatto ingresso per ragioni di sopravvivenza politica e geopolitica e che, venuta meno la guerra fredda, ha perduto progressivamente la propria funzione storica.

A parte la propensione al doppiogiochismo e all’interferenza nelle sfere di influenza altrui, un altro grande ostacolo lungo il cammino dell’autonomia strategica turca è rappresentato dal fattore Stati Uniti. Il matrimonio russo-turco continuerà ad essere motivato dalla convenienza, e afflitto dalla piaga delle relazioni extraconiugali, fino a che Erdogan non riuscirà a smarcarsi in maniera critica dalla Casa Bianca, la quale vede nella Turchia un collaboratore insostituibile per via della capacità unica, dovuta a ragioni geografiche, di poter creare problemi simultaneamente all’Unione Europea e alla Russia.

Joe Biden, che ha preannunciato la conduzione di una politica estera maggiormente sensibile alla questione populismo e autocrazie, ha già spronato l’omologo turco ad un celere riorientamento dei propri interessi in Medio Oriente ed erediterà da Donald Trump un’Anatolia prona e pronta ad assecondare i dettami di Washington. Gli Stati Uniti, in breve, si accingono a mangiare dal grande raccolto di Erdogan, dai Balcani – in particolare nella cintura delle Aquile, Serbia e Bosnia – all’Asia e alla regione Medio Oriente e Nord Africa.

La Russia, che ha reagito alla vittoria del Partito Democratico con disillusione, dovrà prepararsi ad un aumento delle incomprensioni e dei contrasti con il proprio coniuge turco votato all’adulterio, tenendo a mente che l’abbattimento del Su-24 avvenne ai tempi del duo Obama-Biden. Dal 2015 ad oggi, però, è altrettanto vero che lo scenario internazionale è mutato radicalmente, che la Turchia reagisce con crescente insofferenza alle imposizioni degli alleati occidentali e che la diplomazia del Cremlino ha dimostrato più volte di saper gestire l’irriverenza e gli sgambetti di Erdogan.

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