Notte di festeggiamenti ad Istanbul, dove i sostenitori del nuovo sindaco Ekrem Imamoglu si sono dati appuntamento in diverse piazze della più grande città turca per rivendicare la vittoria del candidato del Chp, i repubblicani da anni all’opposizione dell’Akp di Erdogan. I festeggiamenti non hanno soltanto il sapore di quelli di una mera vittoria locale: chi è in strada per celebrare Imamoglu sfoga in realtà un sentimento quasi di “liberazione” rimasto sopito per diversi anni. Ad Istanbul accorrono da Smirne, da Ankara e da altre città dove l’opposizione negli ultimi due anni sembra rafforzarsi. Si festeggia, prima ancora che la conquista di Istanbul, la certificazione che anche la Turchia da oggi vive con un’alternativa al governo del presidente Erdogan. Ma non è detto che per l’attuale leader sia l’inizio della fine.

Le carte che può giocare Erdogan dopo la sconfitta

Dal suo palazzo presidenziale Erdogan già da giorni fiuta la sconfitta e con i suoi collaboratori cerca metodi per attutirla. Si sa, Istanbul non è tutta la Turchia ma, come afferma lo stesso presidente durante la campagna elettorale di marzo, chi controlla Istanbul controlla tutta la Turchia. Non è soltanto una questione numerica che evidenzia la circostanza secondo cui, nella sola regione della metropoli, vivano venti degli ottantasei milioni di cittadini del paese anatolico. Si tratta anche di fattori sociali ed economici: da qui passa la stessa immagine della Turchia, la città è la cartina di tornasole del paese. Non a caso quando nel 1994 Erdogan vince la corsa per diventare primo cittadino di Istanbul, in tanti fiutano il vento che da lì a breve porta l’Islam politico a prendere il sopravvento sui partiti laici tradizionali.

Dunque, perdere la metropoli non è un bel segnale per l’Akp. Ma Erdogan dal canto suo prova adesso a trasformare un potenziale colpo da ko in un punto di forza. Lo si intuisce sia dalle dichiarazioni del suo candidato sconfitto, quel Binali Yildirim da sempre suo fedelissimo, che dello stesso presidente: entrambi rivolgono un augurio di buon lavoro ad Imamoglu. Yildirim poi, non senza possibili “suggerimenti” dall’alto, si spinge oltre: “La vittoria ad Istanbul del candidato dell’opposizione dimostra che in Turchia c’è democrazia”. Paradossalmente per Erdogan ed il suo Akp, la sconfitta nella più grande città del paese può essere un piccolo punto di vantaggio: adesso il “sultano” può dimostrare al mondo di governare con metodi non assolutistici. In poche parole, Erdogan ora può atteggiarsi da presidente e non più, per l’appunto, da sultano. Il ricorso da parte dell’Akp contro le consultazioni del 31 marzo, che vedono Imamoglu vincitore già una prima volta, certificano in seno alla comunità internazionale la deriva assolutista del governo di Erdogan. Da questo punto di vista, adesso il leader turco può “rifiatare”: anche lui ha un’opposizione ed il suo governo ha quindi una maggiore investitura democratica.

Questo però al netto dei tanti giornalisti e dei tanti oppositori ancora dentro le carceri in diverse parti del paese. Ma c’è un altro aspetto non secondario che Erdogan spera di sfruttare. Il Chp giace nei meandri di una blanda opposizione dal 2002, non governa nelle grandi città da un quarto di secolo. La leadership del partito che oggi si prende le tre grandi città del paese (Ankara e Smirne sono già nelle mani dell’opposizione dallo scorso mese di marzo) è in tutti i casi alla prima vera esperienza di governo. Erdogan sa che governare queste metropoli è molto difficile, i calcoli fatti da lui e dal suo Akp riguardano proprio eventuali fallimenti delle amministrazioni gestite dalle opposizioni. Un modo questo, per presentarsi alle consultazioni parlamentari del 2021 in una nuova posizione di forza.

Le speranze dell’opposizione

Fin qui dunque le carte che Erdogan può sfruttare a suo vantaggio o comunque in grado di attutire il tenore della sconfitta. Che resta tale, nonostante tutto ed è la più grave per l’Akp dal 2002. Un segnale di allarme che il presidente turco non può affatto sottovalutare. Forse il futuro della Turchia si gioca sul fattore tempo: da qui al 2021, dopo lunghe maratone elettorali e referendarie, il paese non ha altre scadenze politiche importanti. Né amministrative, né presidenziali e né legislative. Ogni partita da questo punto di vista è rinviata per l’appunto al 2021. E se in questi due anni, come descritto sopra, Erdogan spera di sfruttare il fattore tempo per dare una scossa all’economia ed aspettare eventuali fallimenti dei nuovi sindaci delle grandi città, dal canto suo invece l’opposizione ha l’esigenza adesso di strutturarsi.

Da qui alla sfida del 2021, per avere reali chance di mettere in discussione la leadership di Erdogan, non solo il Chp ma anche le altre forze attualmente di minoranza devono porsi come reale alternativa. Dunque devono presentare candidati e programmi tali da consentire un maggiore radicamento territoriale attualmente ancora appannaggio dell’Akp. Il Chp in particolare, ha tutto l’interesse di dimostrare che le sue non sono vittorie figlie di un semplice malcontento ma scelte di una popolazione che può contare su un’alternativa ad Erdogan.

In parole povere, prima o poi il potere di Erdogan è destinato a finire. Ma per sapere se le elezioni di domenica ad Istanbul costituiscano o meno l’inizio della fine è ancora presto. Occorre, per l’appunto, aspettare il fattore tempo e capire in che condizioni arriveranno i principali partiti nel 2021.

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