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L’Iran ha un nuovo presidente. Le elezioni del 18 giugno hanno decretato la vittoria dell’ultraconservatore Ebraim Raisi, che secondo i dati del ministero dell’Interno ha ottenuto il 62% delle preferenze. Raisi era dato per favorito fin dall’annuncio della lista dei candidati ammessi alle elezioni, ma fino all’ultimo c’è stato chi ha sperato nella vittoria del riformista Abdolnasser Hemmati, ex governatore della Banca centrale.

L’elezione di Raisi alla presidenza della Repubblica islamica segna dunque un cambio di passo dopo otto anni di presidenza Rohuani, esponente dei moderati e fautore insieme al suo ministro degli Esteri, Javad Zarif, dell’Accordo sul nucleare. Ma cosa ci si può aspettare da Raisi a livello tanto interno quanto internazionale?

L’accordo sul nucleare e l’economia

Uno dei punti di cui si è discusso maggiormente in attesa delle elezioni è stato l’accordo sul nucleare. Il timore generale era che l’elezione di Raisi avrebbe messo in difficoltà i colloqui attualmente in corso a Vienna per il ripristino del Jcpoa, ma la vittoria del candidato conservatore potrebbe invece semplificare il processo negoziale.

Raisi, a differenza di Rouhani, può contare sul sostegno dell’Ayatollah Ali Khamenei e sulla volontà di quest’ultimo di rafforzare la posizione e la popolarità del suo candidato in vista anche di una sua successione alla carica di Guida suprema. Con Raisi alla presidenza, quindi, è lecito aspettarsi importanti passi avanti nei colloqui per il nucleare nonché un rafforzamento della credibilità e del potere negoziale della delegazione iraniana. L’audio di Zarif diffuso alcuni mesi prima in cui il ministro affermava di essere costantemente ostacolato dall’Ayatollah e del Consiglio dei guardiani nelle sue decisioni aveva infatti minato la credibilità dell’Iran al tavolo di Vienna, ma la situazione è ora destinata a cambiare. Con grandi benefici per gli iraniani.

Il raggiungimento di un’intesa con gli Stati Uniti sul nucleare è infatti indispensabile per la rimozione delle sanzioni imposte da Donald Trump e che strangolano l’economia iraniana, alle prese con un tasso di disoccupazione in crescita ed una popolazione giovane ed istruita che chiede un miglioramento della propria condizione.

Pragmatismo e diritti

Una volta sollevate le sanzioni, Raisi dovrà convincere gli investitori stranieri ad entrare nel mercato iraniano ed è pertanto indispensabile che l’Iran non sia più percepito come la minaccia principale della regione né dai suoi vicini né dall’Occidente. Sperare in un radicale cambio di immagine della Repubblica islamica è ovviamente impossibile, ma la giusta dose di pragmatismo potrebbe consentire a Raisi di mantenere saldo il potere dei conservatori in patria senza compromettere i rapporti con le altre potenze internazionali. D’altronde già nella corsa alle presidenziali del 2017 Raisi aveva promesso di concentrarsi sulla diplomazia economica con i vicini regionali con l’obiettivo di migliorare l’economia del Paese. Un abbassamento dei toni, pur senza abbandonare la retorica anti-occidentale e anti-israeliana, è quindi indispensabile per il raggiungimento di tali obiettivi. Una politica estera basata sullo scontro sarebbe inoltre controproducente anche nei rapporti con gli Stati Uniti i quali, una volta ripristinato il Jcpoa, punteranno sicuramente ad ottenere delle concessioni anche su altri dossier legati alla sicurezza regionale.

Come scrive The Conversation, Raisi potrebbe inoltre sfruttare la maggiore crescita economica per imporre un’ulteriore limitazione delle libertà civili, in primis quella di espressione sui social. Il modello di riferimento è ovviamente quello della Cina.

Il ruolo di Guida suprema

Il vero incarico a cui Raisi starebbe puntando è quello di Guida suprema. Khamenei ha superato gli 80 anni e non gode di buona salute, per cui nei prossimi quattro anni è molto probabile che venga nominato il suo successore. Secondo diversi analisti, a prendere il suo posto sarà proprio Raisi, che grazie all’incarico di presidente potrà aumentare la sua legittimità e la sua notorietà tanto tra la popolazione quanto nel fronte conservatore e religioso. Una volta raggiunta la carica di Guida suprema, Raisi potrebbe realmente cambiare il Paese e portare avanti un’agenda maggiormente conservatrice senza i limiti che la presidenza gli impone.

Nella visione di Khamenei, l’elezione a presidente di Raisi e la sua successione alle guida dell’Iran servirà anche a guidare la transizione dei poteri nel Paese da una generazione all’altra. Come scrive Nicola Pedde, l’elezione di giugno è probabilmente l’ultima in cui la prima generazione dei rivoluzionari che diedero vita alla Repubblica islamica avrà un ruolo decisivo nel processo politico del Paese. I centri di potere stanno via via passando nelle mani della seconda generazione, quella formatasi nei ranghi dei Pasdaran, ma bisogna considerare che la maggior parte degli elettori è costituita dai giovani nati nel dopoguerra e con aspettative e valori diversi dalle generazioni precedenti. A Raisi, secondo Khamenei, spetta quindi il compito di guidare questa delicata transizione una volta che il suo tempo alla guida del Paese sarà scaduto.