Il sodalizio fra Mosca e Pechino era nato per soddisfare esigenze temporanee e nella consapevolezza di possedere grandi limiti, ma la miope agenda estera euroamericana è riuscita nella difficile impresa di convincere i due rivali naturali a mettere da parte sospetti e diffidenze di lunga data per avviare un partenariato strategico che sembra ormai inevitabilmente diretto verso la trasformazione in un’alleanza mirante a scardinare l’ordine liberale occidentalo-centrico nato nel secondo dopoguerra e consolidatosi nel post-guerra fredda.

Economia, difesa, spazio, diplomazia, energia, commercio, tecnologia e telecomunicazioni, non esiste settore di rilevanza strategica rimasto immune dal contatto con Pechino. Gli Stati Uniti avrebbero potuto sfruttare le debolezze intrinseche dell’alleanza in divenire optando per una politica di riavvicinamento con la Russia, giocando quella che il celebre stratega Henry Kissinger ha definito la “carta Cina“, ossia lo spettro delle ambizioni imperialistiche del dragone sulla Siberia e l’Estremo oriente russo.

L’appello di Kissinger è rimasto inascoltato: il regime sanzionatorio legato alla questione ucraina è ancora in vigore, anzi viene rafforzato a cadenza semestrale, ed il blocco euroamericano continua a escludere la Russia dalla piattaforma G8 e a sfidare Mosca in ogni teatro geopolitico in cui essa abbia degli interessi, dal Venezuela alla Siria, passando per i “cortili di casa” nell’Europa orientale come Bielorussia, Ucraina e Moldavia.

Ed è proprio questa politica di neo-contenimento apparentemente senza fine che ha spinto la Russia a stringersi ulteriormente alla Cina, aprendo a quest’ultima anche le porte dell’Artico.

Il gas artico

Mosca e Pechino stanno investendo miliardi di dollari congiuntamente per lo sviluppo del polo nord e della Siberia, in particolar modo nella realizzazione di impianti per l’estrazione e stoccaggio di gas naturale. Il motivo è semplice: le suscritte regioni, insieme, contengono circa l’85% dei giacimenti di gas che si stima siano presenti nel paese, ma la Russia da sola, poiché strangolata economicamente, non possiede le capacità di sfruttare tali ricchezze.

Sino ad oggi, il più grande progetto concluso nell’ambito di questa collaborazione è l’impianto Yamal, controllato al 30% dai cinesi attraverso la CNPC e il Fondo per la Via della Seta e situato nell’omonima penisola. L’impianto, dal valore di 27 miliardi di dollari statunitensi, è stato costruito dalla russa Novatek ed è operativo dal 2017; ha una capacità a pieno regime di 16,5 milioni di tonnellate di gas l’anno ed è stato costruito con un obiettivo preciso: spianare la strada per l’inondazione dei mercati emergenti asiatici, Cina in particolare, con gas liquefatto russo in vista del ridimensionamento delle vendite in Europa con l’avvento della dottrina della dominanza energetica dell’amministrazione Trump – le cui basi erano comunque state gettate da Barack Obama.

Ed è proprio nel contesto della costruzione dell’impianto Yamal che Russia e Cina hanno iniziato a collaborare per lo sfruttamento condiviso e pacifico dell’Artico. Le banche cinesi hanno offerto aiuto a Mosca, che era in difficoltà nel reperire i fondi necessari per via dell’esclusione dall’accesso al credito occidentale, ottenendo in cambio di partecipare al progetto. La Novatek ha quindi ottenuto un prestito da 730 milioni di dollari dal Fondo per la Via della Seta, ripagabile comodamente a partire da 15 anni dall’accensione, vendendo il 9,9% della compagnia allo stesso. Nell’aprile 2016 sono state aperte altre due linee di credito, con la China Exim Bank e la China Development Bank, per un valore di quasi 20 miliardi di dollari.

Recentemente, il presidente Vladimir Putin ha annunciato l’intenzione di creare un corridoio diretto tra l’impianto Yamal e Pechino in maniera tale da ottimizzare i tempi di consegna, essendo l’acquirente più importante del gas stoccato nel sito. Il progetto è in fase di pianificazione e potrebbe verosimilmente attraversare la Mongolia.

La richiesta di gas artico è così elevata che Mosca ha recentemente incaricato la Novatek di avviare i lavori di costruzione dell’Arctic Lng-2, che dovrebbe essere ultimato entro il 2023 e che per il 20% è di proprietà cinese, e sta vagliando la possibile costruzione di un terzo impianto. Le capacità congiunte di Yamal e Arctic Lng-2 consentiranno alla Russia di posizionarsi fra i primi cinque produttori-esportatori mondiali di gas liquefatto entro il 2030.

Una via della seta polare

Gas a parte, il progetto più ambizioso dell’asse Mosca-Pechino è sicuramente la cosiddetta “via della seta polare“, ossia una rotta commerciale che, partendo da Shanghai, attraverserebbe le acque polari russe per raggiungere i porti europei come Rotterdam e Amburgo in tempi significativamente ridotti rispetto a quelli attualmente consentiti dalla circumnavigazione dell’Asia meridionale via Malacca e Suez.

Per Pechino si tratterebbe di velocizzare i tempi di spedizione e consegna delle proprie merci nel mercato europeo, consolidando il proprio ruolo di gigante economico, per Mosca la questione, invece, è al di là del semplice interesse commerciale-economico. Infatti, alla Russia verrebbe obbligatoriamente riconosciuto il ruolo di garante sulla rotta da parte della comunità internazionale e, conseguentemente, le ambizioni di potere sul polo nord riceverebbero una legittimità che oggi è invece minata e messa in discussione da diversi paesi, Stati Uniti, Danimarca e Norvegia in primis.

La Cina ritiene complementari lo sfruttamento delle risorse naturali dell’Artico e lo sviluppo della via della seta polare, un’idea condivisa anche dalla stessa Russia. Insieme, i due paesi potrebbero conseguire le proprie ambizioni egemoniche minimizzando le frizioni e massimizzando i profitti, a beneficio di entrambi e a detrimento degli Stati Uniti.

Una politica artica filocinese significherebbe appaltare a Pechino lo sviluppo infrastrutturale ed energetico della vasta e disabitata regione, consentendo a Mosca di concentrare le risorse del limitato bilancio pubblico verso aree geopolitiche e settori di importanza più critica e urgente. Contrariamente alla Siberia e all’Estremo oriente, dove effettivamente sussistono i rischi di una possibile cinesizzazione, l’Artico è invece al riparo delle minacce di qualsivoglia sfidante per ragioni che sono sia geografiche che militari.

Il fallimento degli Stati Uniti

L’agenda estera dell’amministrazione Trump sembrava inizialmente mirare ad una distensione con la Russia in chiave anticinese, ma presto ha prevalso la linea dura con entrambi i paesi. Nei confronti della Russia è stato rafforzato il contenimento, sia militare che economico, mentre contro la Cina è stata inaugurata una guerra commerciale che rischia di trascinare l’intera economia globale in un vortice recessivo.

I due paesi, storicamente divisi da una naturale rivalità per il dominio sull’Eurasia, hanno trovato negli Stati Uniti un nemico comune contro il quale lottare, realizzando in tempi brevi un partenariato multisettoriale che sta riportando il mondo ai tempi dei blocchi. Era l’incubo del defunto geopolitico Zbigniew Brzezinski, profetizzato nell’opera per addetti ai lavori “La grande scacchiera“, ed oggi si è avverato proprio a causa della miopia strategica di Washington e Bruxelles.

Era nell’interesse nazionale degli Stati Uniti un’opera di riavvicinamento con la Russia e Trump avrebbe potuto cominciare tale percorso, ma ha invece preferito proseguire sulle orme del predecessore. Le occasioni per riportare i due giganti asiatici allo scontro come ai tempi di Nixon e Kissinger c’erano, e ci sono tutt’oggi, ma sfaldare il partenariato diventerà più difficile con il passare del tempo e all’aumentare dell’intensità dello scontro fra i blocchi.

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