Il cosiddetto corridoio Ben Gurion non è soltanto una formula suggestiva. È il nome politico di una visione: trasformare Israele da Stato di frontiera, circondato da ostilità e minacce, in piattaforma indispensabile del commercio tra India, Golfo Persico, Mediterraneo ed Europa. Dietro l’espressione usata da Netanyahu c’è soprattutto il progetto noto come Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, cioè una rete di collegamenti marittimi, ferroviari, energetici e digitali destinata a unire l’India ai porti europei passando per Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Israele.
La logica è semplice, ma ambiziosa: le merci partono dai porti indiani, raggiungono via mare il Golfo, vengono caricate su treni attraverso la penisola arabica e arrivano fino al Mediterraneo orientale, in particolare ai porti israeliani. Da lì ripartono verso l’Europa. In apparenza è una questione di logistica. In realtà è una questione di potere. Perché chi controlla le rotte controlla i tempi, i costi, le dipendenze, le assicurazioni, la sicurezza dei traffici, i flussi energetici e persino i dati. Il corridoio, infatti, non riguarda solo i contenitori delle merci. Comprende cavi sottomarini, reti digitali, collegamenti elettrici, infrastrutture energetiche e, in prospettiva, idrogeno e nuove catene industriali. È il tentativo di costruire una spina dorsale economica alternativa alle rotte tradizionali dominate da Suez, dal Mar Rosso e dagli stretti strategici.
L’idea politica di Netanyahu
Netanyahu ha presentato questo progetto come il simbolo di un nuovo Medio Oriente: non più soltanto guerre, confini e ostilità, ma integrazione economica, normalizzazione araba con Israele, collegamenti commerciali e cooperazione tecnologica. È una visione coerente con gli Accordi di Abramo e con il tentativo, mai concluso, di portare anche l’Arabia Saudita dentro un’intesa strategica con Israele. Qui sta il cuore politico del corridoio. Se Arabia Saudita, Giordania e Israele diventano parti della stessa infrastruttura commerciale, allora la normalizzazione non è più soltanto una firma diplomatica. Diventa ferrovia, porto, dogana, investimento, assicurazione, sicurezza comune. È molto più difficile rompere un rapporto quando su quel rapporto viaggiano merci, energia, denaro e tecnologia.
Per Israele sarebbe una trasformazione storica. Da Paese percepito da molti attori regionali come corpo estraneo, diventerebbe una cerniera indispensabile fra Asia e Mediterraneo. Non più soltanto potenza militare e tecnologica, ma nodo geoeconomico. Non più soltanto alleato degli Stati Uniti, ma passaggio obbligato per una parte della connettività tra Oriente e Occidente.
La sfida a Suez e alla Cina
Il corridoio Ben Gurion va letto anche come risposta indiretta a due grandi fragilità dell’Occidente. La prima è la dipendenza dal Canale di Suez e dal Mar Rosso. La crisi degli attacchi Houthi ha mostrato quanto basti poco per destabilizzare una delle arterie principali del commercio mondiale. Navi deviate, costi assicurativi più alti, tempi di consegna più lunghi, inflazione logistica: tutto questo dimostra che la globalizzazione non è un sistema astratto, ma una rete vulnerabile di passaggi obbligati.
La seconda fragilità riguarda la Cina. Pechino da anni costruisce porti, ferrovie, zone industriali, reti digitali e infrastrutture strategiche attraverso la Nuova Via della Seta. Il corridoio India-Medio Oriente-Europa è la risposta occidentale e indiana a quella strategia. Non cancella la potenza cinese, ma prova a creare un’alternativa. E soprattutto offre all’India una proiezione verso il Mediterraneo e l’Europa, sottraendola almeno in parte alla pressione continentale della Cina e alla dipendenza dalle rotte dominate da altri.
In questo senso il corridoio non è solo commerciale. È una mappa geopolitica. Da una parte India, Emirati, Arabia Saudita, Israele, Europa e Stati Uniti. Dall’altra la crescente influenza cinese sulle infrastrutture eurasiatiche e africane. In mezzo, i Paesi arabi del Golfo, che cercano di non essere satelliti di nessuno e di trasformare la propria ricchezza energetica in potere logistico, finanziario e tecnologico.
Il nodo palestinese e la guerra di Gaza
La grande debolezza del progetto è però evidente: esso presuppone una stabilità regionale che oggi non esiste. Dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza, l’idea di una piena normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita è diventata molto più difficile. Per Riad, legarsi apertamente a Israele senza una soluzione credibile per i palestinesi significherebbe esporsi a un costo politico enorme nel mondo arabo e islamico.
Ed è qui che il corridoio mostra la sua contraddizione. Vuole costruire una geografia della pace economica sopra una geografia della guerra politica. Vuole far passare treni, merci e cavi mentre Gaza resta distrutta, la Cisgiordania esplosiva, Hezbollah armato al Nord, l’Iran ostile e il Mar Rosso insicuro. Può l’economia precedere la politica? Può un’infrastruttura creare stabilità dove la diplomazia non riesce? È questa la scommessa di Netanyahu. Ma è anche il suo limite.
La questione palestinese, che molti volevano archiviare come problema secondario, è tornata al centro. Senza una cornice politica minima, ogni corridoio rischia di restare un disegno sulla carta. Le infrastrutture hanno bisogno di sicurezza, ma la sicurezza non nasce solo dai missili, dai droni e dai servizi segreti. Nasce anche dalla legittimità.
Valutazione strategico-militare
Dal punto di vista militare, il corridoio sarebbe un’infrastruttura estremamente sensibile. Porti israeliani, linee ferroviarie in Giordania e Arabia Saudita, terminali nel Golfo, cavi sottomarini, reti elettriche e snodi digitali diventerebbero obiettivi naturali per ogni attore intenzionato a colpire Israele o gli interessi occidentali.
L’Iran potrebbe esercitare pressione indiretta attraverso alleati e milizie. Gli Houthi possono minacciare il Mar Rosso. Hezbollah può colpire il Nord di Israele. Milizie irachene o gruppi ostili potrebbero sabotare infrastrutture terrestri. La stessa protezione del traffico marittimo richiederebbe una presenza militare costante, con costi elevati e rischio di escalation.
Per questo il corridoio non può essere separato dalla dimensione della sicurezza. Non basta costruire una ferrovia. Bisogna difenderla. Non basta posare un cavo. Bisogna garantirne l’integrità. Non basta aprire un porto. Bisogna renderlo credibile agli occhi di compagnie, assicuratori, investitori e governi. In una regione attraversata da guerre ibride, droni, missili, sabotaggi e milizie, la logistica è già strategia militare.
Scenari economici e geoeconomici
Se realizzato, il corridoio potrebbe ridurre tempi di trasporto tra India ed Europa, diversificare le rotte, rafforzare i porti del Golfo e del Mediterraneo orientale, attrarre investimenti infrastrutturali e creare nuove catene del valore. Gli Emirati consoliderebbero il loro ruolo di piattaforma commerciale globale. L’Arabia Saudita darebbe sostanza alla propria strategia di diversificazione economica. Israele diventerebbe un nodo logistico mediterraneo. L’India avrebbe un accesso più rapido e politicamente protetto ai mercati europei. L’Europa otterrebbe una rotta alternativa in un mondo sempre meno sicuro.
Ma esiste anche uno scenario opposto. Se la guerra a Gaza continua, se la tensione con l’Iran cresce, se il Mar Rosso resta instabile e se la normalizzazione saudita-israeliana rimane congelata, il corridoio rischia di trasformarsi in un grande progetto annunciato e mai compiuto. Un’infrastruttura può nascere solo dove il capitale ritiene accettabile il rischio. E oggi il rischio mediorientale è altissimo.
Il fantasma del canale Ben Gurion
Bisogna infine distinguere il corridoio dal vecchio progetto del canale Ben Gurion. Quest’ultimo era l’idea, periodicamente evocata, di costruire un canale alternativo a Suez attraverso il territorio israeliano, collegando il Mar Rosso al Mediterraneo. Si tratta di un progetto diverso, molto più radicale, costoso e problematico dal punto di vista tecnico, ambientale e politico.
Il corridoio di cui parla Netanyahu è invece una rete di trasporto combinato: mare, ferrovia, porti, energia e digitale. Non sostituisce direttamente Suez, ma prova ad aggirarne almeno in parte la centralità. Non è un canale scavato nel deserto, ma una piattaforma geoeconomica costruita su alleanze politiche.
La vera posta in gioco
Il corridoio Ben Gurion è quindi molto più di una rotta commerciale. È il tentativo di ridisegnare il Medio Oriente attorno a Israele, non più come eccezione strategica ma come infrastruttura regionale. È una risposta alla Cina, una scommessa sull’India, uno strumento americano per riorganizzare il proprio sistema di alleanze, una promessa economica per il Golfo e una possibile via di accesso per l’Europa a nuove catene commerciali ed energetiche.
Ma è anche un progetto sospeso sopra una faglia. La faglia palestinese, la rivalità con l’Iran, la guerra del Mar Rosso, la fragilità giordana, l’ambiguità saudita, la concorrenza cinese, la prudenza europea. Netanyahu lo presenta come il futuro. La realtà lo costringe a fare i conti con il presente: un Medio Oriente dove le infrastrutture possono unire, ma anche diventare bersagli; dove la geoeconomia promette integrazione, ma la geopolitica continua a produrre fratture; dove ogni corridoio di pace deve attraversare, prima di tutto, un campo minato.
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