Il Partito comunista cinese governa la Cina da 71 anni. Può contare su oltre 91 milioni di membri ed è il secondo partito al mondo per numero di iscritti dietro al Bharatiya Janata Party indiano (180 milioni di tesserati). Il sistema politico cinese ruota attorno al Pcc, presieduto dal segretario, nonché presidente del Paese, Xi Jinping.

Accanto agli iscritti, che ammontano più o meno al 7% della popolazione nazionale, quantificata in 1,4 miliardi, troviamo una schiera di militanti che, a condizioni normali, costituiscono una specie di struttura parallela a quella statale, esercitando, in maniera silenziosa e invisibile, un’importante funzione di supporto e controllo delle masse. La spina dorsale del potere è inoltre completata dall’apparato di sicurezza del Pcc e dai vari comitati di quartiere. Per intenderci, stiamo parlando delle persone riconoscibili dalla fascia rossa attorno al braccio che, durante le fasi più critiche della pandemia di Covid, avevano il compito di registrare gli ingressi e le uscite da ogni condominio.

In ogni caso, d dietro a un oliato meccanismo gerarchico, il compito di guidare la Cina spetta a pochi personaggi di spicco, tutti riuniti nel Comitato permanente del Politburo. È questo il cuore del Pcc, formato da sette membri: Xi Jinping, Li Keqiang (primo ministro), Li Zhanshu, Wang Yang, Wang Huning, Zhao Leji e Han Zheng.

Anime e correnti

Visto da fuori, il sistema politico cinese può sembrare un monolite, dove uno decide (il presidentissimo Xi) e tutti gli altri eseguono le direttive del grande capo. Non è affatto così, visto che all’interno del Pcc ci sono diverse anime, ognuna delle quali portatrice di una differente visione del mondo e di un diverso modo di approcciarsi ai problemi politici. Sia chiaro: tutti i membri del partito remano nella stessa direzione anche se, soprattutto negli ultimi anni, pare ci siano diversi iscritti rimasti delusi dalla nuova linea sposata da Xi Jinping.

Inutile girarci attorno: la principale spaccatura – se così vogliamo chiamarla – è di natura ideologica, e separa i populisti dagli elitisti. I primi sono più spostati a “sinistra”, vogliono più Stato e meno mercato; gli altri, al contrario, sono favorevoli ad aprire la Cina al mercato esterno e alle riforme. Tra i populisti troviamo anche la “scheggia impazzita” dei neomaoisti, ovvero marxisti ortodossi che guardano con una certa nostalgia all’epoca di Mao, quando lo Stato – a detta loro – garantiva l’uguaglianza e un’assistenza dalla culla alla tomba.

L’altra spaccatura è di natura politico-economica. Da una parte troviamo i sostenitori della Belt and Road Initiative, il mastodontico progetto che, nelle intenzioni di Xi, dovrebbe aprire la Cina al mondo esterno, alimentando il commercio, sfruttando al massimo la globalizzazione e potenziando l’economia cinese. Dall’altra c’è chi considera uno spreco di denaro sperperare così tante risorse nella costruzione di infrastrutture lontane e vorrebbe, invece, supportare direttamente la popolazione con misure assistenziali ad hoc.

Posizioni contrastanti

La pandemia di Covid ha contribuito ulteriormente a mescolare le carte in tavola. Qualche mese fa il premier Li Keqiang ha lasciato intendere, con una dichiarazione inaspettata, che lo stato di povertà era ancora lontano dall’essere estirpato da tutta la Cina. Un’affermazione del genere, in sostanza, confuta apertamente l’obiettivo prefissato (e dato per scontato) dal presidente Xi: creare una “società moderatamente prospera” entro la fine del 2020.

Come ha scritto il South China Morning Post, il signor Li non è l’unico esponente di spicco ad aver espresso perplessità. Ci sarebbe anche He Keng, ex vicedirettore della Commissione Affari economici e finanziari dell’Assemblea nazionale del popolo. La sua posizione è ancora più esplicita: il governo dovrebbe posticipare il traguardo, visto che l’obiettivo centrale del “sogno cinese” di Xi non può realizzarsi se ci sono ancora 1,1 miliardi di persone lontane dal far parte della cosiddetta classe media.

Durante un forum economico tenutosi a Pechino, il signor He è andato dritto al punto: “Il gruppo a medio reddito dovrebbe essere la parte dominante di una società benestante globale. Come possiamo affermare di essere completamente benestanti quando 600 milioni di persone – metà della popolazione nazionale – guadagna un reddito mensile di soli 1.000 yuan ($ 143)?”. La soluzione offerta è posticipare “l’obiettivo cardine” di uno o due anni, così da ottenere risultati “più convincenti”. Le sue parole, che denotano una mancanza di consenso sul più grande traguardo fissato dalla leadership del Pcc, sono state censurate dal web cinese.

Washington all’attacco

Nel frattempo gli Stati Uniti hanno messo nel mirino la Cina come mai era accaduto negli ultimi mesi. Il segretario Usa, Mike Pompeo, ha lanciato un violentissimo attacco all’indirizzo del Pcc, probabilmente intuendo il momento complesso che sta attraversando la leadership cinese.

Nel suo discorso al Richard Nixon Presidential Library and Museum di Yorba Linda, in California, Pompeo si è appellato direttamente al popolo cinese, invitandolo a “correggere la direzione” intrapresa dal Partito comunista e spiegando la posizione dell’amministrazione del presidente Donald Trump sui vari fronti aperti con la Repubblica popolare.

Nel suo intervento, Pompeo ha definito Xi Jinping “un vero credente in un’ideologia totalitaria fallita”. Il segretario di Stato non è arrivato ad auspicare un cambio di regime, ma ha invitato i Paesi alleati e il popolo cinese a lavorare con gli Stati Uniti per cambiare il comportamento del Partito comunista. Quest’ultimo, secondo Pompeo, “teme le opinioni oneste del popolo cinese più di ogni nemico straniero”. Per il momento gli Stati Uniti stanno ragionando sulla possibilità di chiudere le porte in faccia ai membri del Pcc. Ciò significherebbe niente più ingressi liberi negli Stati Uniti per l’élite del potere cinese. Una mossa del genere potrebbe tuttavia sancire il gelo totale tra le due superpotenze.

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