Per far sì che i newyorkesi iniziassero ad aprire gli occhi sulla crisi del coronavirus, sono dovuti suonare tutti i campanelli d’allarme, e tutti insieme. La Borsa a picco, come mai dal 1987: -9,99% per il Dow Jones, nella giornata di giovedì. Il sindaco di New York Bill de Blasio, che dichiara lo stato d’emergenza della città usando parole drammatiche: “Non passerà subito, sarà una battaglia molto lunga. Purtroppo, perderemo qualcuno dei nostri concittadini”. Il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, che vieta gli assembramenti di gruppi con più di 500 persone, in luoghi come Manhattan dove assembrarsi in mille è un attimo. I musei e i teatri che chiudono: dal MET al Metropolitan Opera, dal Carnegie Hall alla New York Philharmonic.

Negli Stati Uniti, e a New York, è cambiato tutto in 24 ore. Da mercoledì, giorno in cui il coronavirus veniva ancora percepito come qualcosa di lontano, di “straniero” come il presidente Donald Trump ha definito il COVID-19 nel suo discorso alla nazione dallo Studio Ovale, quando ha chiuso le porte ai voli dall’Europa. A giovedì, quando le strade di metropoli come New York hanno iniziato a vivere sulla loro pelle la fase del panico, quella che aveva già caratterizzato le piazze italiane non più tardi di un paio di settimane fa. “Può essere ovunque, magari ce l’ho già: è una sensazione che non pensavo di poter provare e mi fa stare davvero male” dice Sam Anderson, residente di Brooklyn, ma con un lavoro a Manhattan. “Continuano a farci andare al lavoro in ufficio, il lavoro da casa parte da mercoledì: non credo abbia un senso”.

Uffici come quelli di Sam ce ne sono tanti, a New York. Perché sono ancora troppe le aziende, nella patria dello smart working, a non utilizzarlo. E a confermarlo sono tutte le persone, proprio come Sam, che uscite dall’ufficio sono corse in fila ad aspettare. Ad aspettare dove? A un supermercato di Manhattan. Perché sì, l’effetto “The Day After Tomorrow” è arrivato anche negli Stati Uniti. Quelli veri.

Le persone si sono riversate nei supermercati, creando code infinite. Se gli igienizzanti per le mani erano già andati “out of stock” e molti commercianti hanno iniziato a lucrare facendo pagare fino a 15 dollari una boccetta, è il senso di ansia e di impotenza l’elemento nuovo. È subentrato negli occhi smarriti dei newyorkesi, nelle facce nascoste dalle mascherine, nelle mani che tremano nel fare l’aggiornamento della pagina del New York Times, che in queste ore sta facendo la conta dei malati e delle vittime per coronavirus. Sono sempre di più.

“Qui rischiamo grosso, abbiamo sottovalutato la situazione. Prendevano in giro l’Italia quando avevamo il problema già in casa. E non ci fanno i test”, dice Mariah McFarlen, newyorkese doc ma amante dell’Europa. Il problema dei test, infatti, è il motivo per cui fino a mercoledì a New York, ma anche a Los Angeles e Chicago, Houston e Philadelphia, Washington e Boston si camminava per le strade tranquilli, presenziando agli eventi e riempendo caffè, ristoranti e cinema. Non c’era la percezione non solo di ciò che stava per arrivare, ma di ciò che il coronavirus già rappresentava: “Ammettiamolo, sull’elargizione dei test abbiamo fallito. Il sistema non è tarato per ciò di cui abbiamo bisogno”, ha detto candidamente Anthony Fauci, sempre giovedì, responsabile della salute pubblica statunitense. Secondo il Centers for Disease Control and Prevention (CDC), più di 11,000 kit sono stati elargiti a ospedali e laboratori, ma nessuno ha il numero esatto delle persone testate, né dei risultati. Essendo la maggior parte delle strutture ospedaliere di natura privata, non sono infatti obbligate a comunicare i dati al CDC. “Chissà in quanti già ce l’hanno e non lo sanno”, dice Mariah, che spiega: “E comunque voi (riferendosi all’Italia, ndr) ne testate a migliaia ogni giorno”.

Ma nonostante ci sia chi abbia lanciato l’allarme anche in altre parti del Paese, come il governatore dell’Ohio, il repubblicano Mike DeWine, che ha parlato di più di 100,000 casi potenziali annunciando la chiusura delle scuole e contraddicendo Trump, qui a New York c’è ancora chi non ha capito la portata del problema. Perché ai Sam e alle Mariah, si contrappone una vasta platea di persone che continua ad ammassarsi in luoghi pubblici, in parchi e in palestre, come se nulla fosse. Che vede le parole del sindaco Bill de Blasio, che continua a promettere che i tamponi saranno gratuiti per tutti così come le cure, catastrofiche. Che considera la chiusura degli spettacoli di Broadway una scocciatura.

E non è finita qui. Perché nonostante lo stato d’emergenza e il divieto di assembramenti, tutti i plessi scolastici pubblici a New York sono ancora inspiegabilmente aperti, complice anche il fatto che se i genitori devono rimanere a casa per accudirli, non verrebbero retribuiti dalle loro rispettive aziende per i giorni d’assenza. Secondo de Blasio, i singoli plessi non verranno chiusi fino a quando non vi saranno accertati casi positivi di coronavirus. È successo a due istituti solo giovedì, la Laboratory School of Finance and Technology e la South Bronx Preparatory. Quanti altri episodi dovranno esserci, per far capire ai newyorkesi che serva chiudere tutto?

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