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Gli ottomani hanno fatto (nuovamente) ingresso nel continente nero, dove hanno costruito e/o stanno costruendo avamposti dai porti arabi contermini al Mediterraneo al Sahel e dalle terre insanguinate del corno d’Africa al Capo di Buona Speranza, e ivi sono giunti con un obiettivo preciso: restare e, possibilmente, prosperare ed espandersi a spese altrui, o meglio a spese di potenze logore, sfibrate e senili come Italia e Portogallo.

Relativamente poche le nazioni dell’Africa subsahariana che non sono state interessate dal nuovo pivot geostrategico dell’agenda estera della presidenza Erdogan, che, studiata meticolosamente e implementata con altrettanta cura, ha permesso alla Turchia di fare ingresso in quell’area ad accesso limitato nota come Françafrique, di sbarcare nell’estremo capo meridionale del continente, di allargarsi nello spazio ex coloniale portoghese e di subentrare all’Italia nel corno d’Africa.

La Turchia in Somalia

L’opinione pubblica italiana, ma anche buona parte della classe politica nostrana, si è accorta di aver “perduto” l’Africa orientale ai tempi del sequestro della cooperatrice Silvia Romano, liberata dopo diciotto mesi di prigionia per tramite dell’intervento in extremis dei servizi segreti turchi – che hanno approfittato (giustamente) dell’occasione per massimizzare il profitto in termini di immagine. In realtà, quel paragrafo di Africa orientale che parla italiano non è stato “perduto”, è stato ceduto, cioè è stato oggetto di un trasferimento di proprietà a favore della Turchia.

I servizi segreti nostrani hanno saggiato direttamente la senilità della loro rete di spionaggio nel corno d’Africa, perché obbligati a delegare la questione Romano agli omologhi turchi nell’impossibilità di stabilire un dialogo costruttivo con i rapitori dell’organizzazione terroristica Al Shabaab, ma i settori in cui l’Italia ha sperimentato un grave arretramento sono innumerevoli e variegati.

I destini di Italia e Somalia sembrano essersi separati, dopo un’unione cominciata nel tardo Ottocento, e le ragioni alla base della fine del lungo matrimonio sono due: la trascuratezza con la quale abbiamo trattato la nazione nel dopo-Guerra Fredda e il concomitante dinamismo epinefrinico della Turchia. Una combinazione micidiale, per quanto silenziosa, che in meno di un trentennio ha condotto alla quasi-espulsione del Bel Paese dal corno d’Africa, testimone inerme di simili accadimenti tra Etiopia ed Eritrea.

In Somalia, una nazione che l’Italia ha letteralmente battezzato – il nome le fu dato dall’esploratore Luigi Robecchi Bricchetti – e dove ha speso 270 milioni di euro nell’ultimo ventennio in cooperazione allo sviluppo e potenziamento delle istituzioni, sullo sfondo di un consistente impegno in termini di presenza militare per fini umanitari, la Turchia è riuscita incredibilmente nell’impresa di farsi spazio ai danni della consolidata e pre-esistente fortezza italica.

Qui, polmone del corno d’Africa ed estrema periferia del Mediterraneo allargato, la Turchia ha iniziato ad investire in maniera cospicua ed intensa a partire dal 2011, anno di una grave carestia, erodendo più di un secolo di primazia italica in un solo decennio. Numeri e fatti, illustrati in precedenza dal nostro analista Paolo Mauri, possono esplicare ciò che alle parole riesce soltanto in parte: oltre due milioni di dollari al mese investiti in ricostruzione nel solo 2016, aeroporto di Mogadiscio edificato con denaro turco, capitale divenuta casa della “più grande ambasciata turca del continente africano” e apertura della base militare ed accademia Turksom nel 2017 – la più grande struttura del genere di Ankara all’estero, estesa su un’area di 400 ettari e tetto permanente di mille persone, tra soldati e studenti. 

I punti di cui sopra abbisognano di essere affiancati, a scopo informativo, dai dati relativi a interscambio commerciale – aumentato da 187,3 milioni di dollari a quasi 251 milioni dal 2018 al 2019 , investimenti oltre cento milioni di dollari nell’ultimo decennio e penetrazione nelle infrastrutture strategiche – l’aeroporto internazionale e il porto di Mogadiscio sono gestiti da compagnie turche.

Ultimo ma non meno importante, anche qui la Sublime Porta sta facendo leva su instrumenta regni collaudati con successo altrove, in particolare tra Balcani e Asia centrale, quali cooperazione umanitaria, religione (costruzione di moschee), cultura, televisione (esportazione di soap opere) e borse di studio. Nel solo anno accademico 2019-20, ad esempio, sono state erogate novantotto borse di studio per permettere a giovani meritevoli di origine somala di studiare in un’università turca. E l’anno scorso, poi, un protagonismo assoluto da parte turca in termini di invio di aiuti umanitari e sanitari in loco ai fini del contrasto e del contenimento della pandemia.

In Etiopia ed Eritrea

La Turchia è legata all’Etiopia da un sodalizio parimenti importante a quello con la Somalia. Ivi presente con un ammontare di investimenti complessivo di due miliardi e cinquecento milioni di dollari, Ankara è il secondo investitore straniero in Addis Adeba – Pechino in prima posizione – e sta cercando di approfittare delle tensioni con Asmara e Giuba per accreditarsi quale mediatore di pace del corno d’Africa. 

I numeri, di nuovo, rappresentano il modo migliore di comprendere profondità, estensione e dimensioni della presenza turca in Etiopia: dei sei miliardi di dollari investiti dalle compagnie turche nell’Africa subsahariana negli ultimi anni, due miliardi e cinquecento milioni sono stati localizzati qui, e le imprese anatoliche ivi operanti sono aumentate dalle tre del 2005 alle duecento del 2021.

Il destino dell’Italia è segnato nel corno d’Africa? Forse. Molto dipenderà da come la classe politica nostrana deciderà di muoversi, ossia se continuando a fare leva su strumenti dai quali non riesce a capitalizzare, come cooperazione allo sviluppo, missioni umanitarie e commercio, o se optando per l’avvio di una partita a risiko all’interno della quale giocare a lato di tutte quelle potenze, come Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che vedono e percepiscono con aperta ostilità la trasformazione del Corno in una provincia di Turcafrica.

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