Il vertice internazionale di Vancouver per discutere sulle possibili soluzioni alla crisi in Corea del Nord parte già male. Secondo l’ufficio stampa del Dipartimento di Stato, l’incontro dei ministri degli Esteri, organizzato da Stati Uniti e Canada, “dimostrerà la solidarietà internazionale contro il pericoloso e illegale programma nucleare e balistico della Corea del Nord”. Tuttavia, l’amministrazione americana, con una mossa che lascia decisamente perplessi, ha invitato una ventina di Paesi – tra cui l’Italia – ma non ha esteso l’invito a partecipare alle due potenze che più di tutte hanno rappresentato una spinta fondamentale all’interruzione dell’escalation di tensione: Cina e Russia. Una scelta che fa riflettere per due motivi. Il primo è la portata sicuramente ridotta di questo incontro rispetto alle aspettative che si potevano nutrire nei suoi riguardi. Un vertice internazionale sulla Corea senza le due superpotenze che confinano con quell’area e che rappresentano le grandi centrali diplomatiche che hanno lavorato per una soluzione diplomatica, lascia molti dubbi sugli effetti reali di questo meeting. Un secondo motivo di riflessione è dovuto alle ripercussioni politiche di questa scelta, dettata probabilmente da una volontà di primeggiare da parte dell’amministrazione Usa, ma che nasconde un inevitabile attrito con Mosca e Pechino che, in questo periodo, andava evitato. Le cancellerie di Cina e Russia non hanno accolto per niente in maniera positiva la scelta di essere escluse dal vertice – come ci si poteva del resto attendere – ma rischia di diventare un boomerang per la stessa diplomazia Usa che, adesso, rischia – si passi il termine colloquiale – di “fare i conti senza l’oste”, vista l’assenza di queste due potenze e del diretto interessato: la Corea del Nord.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, figura sempre più centrale nella diplomazia di Mosca, ha definito inopportuna la scelta statunitense di escludere Mosca dal vertice di Vancouver. “Ad essere onesti non possiamo considerare questa idea se non come una ricaduta di coscienza o frutto di mentalità da ‘Guerra Fredda’. Ed è tanto più fuori luogo, nel contesto dei recenti segnali di movimento verso un dialogo tra Nord e Sud della penisola coreana”. Alla voce di Zakharova ha fatto poi seguito la dura condanna del titolare del dicastero, Sergej Lavrov, il quale ha dichiarato di non aspettarsi “nulla di produttivo” dall’incontro di Vancouver ed ha aggiunto: “Spero solo che non avvenga nulla di controproducente“. Per il ministro degli Esteri russo, gli atti controproducenti sarebbero in sostanza tutti quelli tesi ad aumentare la pressione su Pyongyang. Una linea seguita da sempre dalla diplomazia di Mosca che ha sempre messo in guardia gli Stati Uniti dall’uso di esercitazioni militari, sanzioni e frasi eccessive rivolte verso la Corea del Nord e che hanno il potere di scatenare reazioni rabbiose da parte del governo nordcoreano. Governo che solo ora sta cercando di dialogare con il dirimpettaio a Seul nella cornice dei Giochi olimpici invernali.
Da parte del governo cinese non c’è stata la stessa reazione veemente avuta dal Cremlino. Ma c’era da aspettarselo, visto il diverso linguaggio utilizzato da russi e cinesi nei confronti della diplomazia. L’uso dei media è del tutto diverso fra Mosca e Pechino e in Cina si preferisce inviare messaggi meno diretti. Uno dei canali da cui è possibile evincere la linea politica del Partito comunista cinese è senza dubbio il quotidiano ufficiale Global Times, che, attraverso i suoi editoriali, manda segnali precisi sulle idee di Xi e del suo entourage. Il tabloid pone l’accento sulla stranezza per la quale “molti dei paesi invitati non siano parti in causa nella situazione, ma coloro che hanno partecipato al comando delle Nazioni Unite durante la guerra di Corea (1950-53)”. In sostanza la Cina teme che quello che stia per avvenire a Vancouver altro non sia che una rivisitazione in chiave contemporanea della divisione del mondo avvenuta durante la Guerra, con una polarizzazione del conflitto e una prova di forza politica. “I paesi invitati, indipendentemente dal numero di truppe che hanno inviato, parteciparono alla Guerra di Corea. Partecipando a questo incontro, potrebbero non voler ripetere le loro azioni, ma Washington potrebbe dire a Pyongyang che sono pronti a seguire gli Stati Uniti nella penisola”. Certo che fa riflettere pensare che a un vertice internazionale sulla Corea del Nord non ci siano Cina e Russia ma la Colombia e l’Etiopia. Sembra quasi che l’amministrazione Usa abbia cucito un incontro su misura con tutti gli Stati amici per dimostrare di avere la comunità internazionale dalla propria parte. Ma è un gesto che si poteva evitare in un momento come questo dove per la prima volta dopo anni le due Coree hanno iniziato a dialogare.