La pace in Corea potrebbe essere messa a repentaglio da una cosiddetta “guerra preventiva” degli Stati Uniti dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche. È questo il messaggio lanciato dall’ex capo della Cia in Corea, Bruce Klingner, ai giornalisti della Cnbc. Il concetto espresso dal funzionario Usa, adesso analista per l’Asia nordorientale presso l’Heritage Foundation, è molto semplice. La preoccupazione di Seul non è tanto causata dalla retorica bellica di Pyongyang, quanto dalle decisioni prese dai “falchi” del Pentagono, che spingono verso una guerra anche se soltanto limitata agli arsenali di Kim e alle centrali di comando nordcoreano. Questa possibilità, che da Washington continuano a non escludere, per la Corea del Sud poggerebbe su una convinzione erronea da parte degli Stati Uniti, e cioè che la Corea del Nord subirebbe l’annichilimento delle proprie strutture senza poter reagire. In realtà, secondo il governo sudcoreano, l’intelligence e i funzionari che alleati, la reazione di Kim Jong-un a quel punto non solo sarebbe feroce e immediata, ma anche forzata dai giochi di potere interni. I sostenitori dell’opzione della “guerra preventiva” – la strategia definita in ambiente Usa come quella del “naso sanguinante” – ritengono plausibile che la Corea del Nord non reagisca, per evitare la contro-risposta massiccia e definitiva da parte degli Stati Uniti. In sostanza, secondo questa linea di pensiero, il leader nordcoreano sarebbe costretto ad accettare un attacco limitato sul suo territorio pur di evitare una guerra totale.
Tuttavia, questa convinzione non poggia su solidissime basi di ragionamento. Innanzitutto, una Corea del Nord attaccata potrebbe anche decidere di reagire nel momento in cui l’opzione scelta dagli Stati Uniti prevedesse una sorta di piano teso a decapitare il regime. A quel punto, se Kim dovesse essere obiettivo di un attacco, non ci sarebbero motivi validi per evitare una risposta. E non va dimenticato che questo attacco sarebbe comunque considerato il primo atto di una guerra di aggressione contraria al diritto internazionale e con Stati come la Cina e la Russia totalmente contrari. Ma c’è una seconda ragione, ben più inquietante, e che vedrebbe in realtà il leader della Corea del Nord costretto a rispondere anche contro la sua volontà. La Corea del Nord ha un sistema di potere verticistico ma estremamente complesso, dove l’opposizione interna, chiaramente, non è un’opposizione parlamentare o di classi di lavoratori, ma è incardinata nella casta dei militari, vero potere interno che funge da contrappeso alle politiche del governo. “Kim non avrebbe altra scelta se non rispondere o affronterebbe la possibilità di un colpo di stato”, ha detto Harry Kazianis, direttore degli studi della difesa presso il Center for the National Interest, un think-tank americano, “e forse anche rispondere più ferocemente di quanto lo attacchiamo”. In questo caso, la risposta della Corea del Nord potrebbe anche avere come obiettivo la città di Seul, che ricordiamo, è posta in un’area facilmente attaccabile dalle forze dell’artiglieria nordcoreana. Kim potrebbe anche scegliere di non attaccare direttamente Seul come rappresaglia, ma, in ogni caso, attaccherebbe il territorio sudcoreano anche solo per motivi puramente tattici visto che le forze americane sono di stanza in Corea del Sud. E questa eventualità è quella che più temono i vertici politici e militari sudcoreani, dal momento che vedrebbero la propria popolazione messa in pericolo da una presa di posizione statunitense indirizzata dai “falchi” del Pentagono.
La diffidenza della Corea del Sud nei confronti di una guerra preventiva degli Stati Uniti contro i nordcoreani è uno dei motivi per cui Moon è stato eletto. Ed è uno dei motivi per cui i Giochi invernali di Pyeongchang sono stati così importanti per il governo sudcoreano per provare a intavolare delle trattative di più ampio respiro con la Corea del Nord. I venti di guerra spirano dal Pacifico alla Corea e in molti, al Pentagono, sono pronti a scendere in campo definitivamente. I sudcoreani non hanno razionalmente l’obiettivo di denuclearizzare nel breve termine la penisola né di riunificarla. Ma sicuramente non hanno voglia di iniziare una guerra. Il loro obiettivo è quello di ottenere il più possibile da una situazione che li vede stretti tra una potenza come gli Usa, sempre sull’orlo di guerra e che vede nella penisola un terreno di scontro geopolitico più che un territorio dove vive un alleato, e la Cina, potenza con cui Seul deve confrontarsi anche solo per motivi commerciali. In tutto questo, la Corea del Nord è chiaramente l’ago della bilancia, ma anche da parte di Pyongyang non ci sono motivi logici per volere una guerra. La preoccupazione sudcoreana è dunque tutta rivolta verso il comando Usa. A Seul non vogliono diventare la vittima sacrificale di un gioco fra superpotenze. Ma il rischio è che, soprattutto al di là del Pacifico, ci siano segmenti della Difesa Usa molto meno interessati ai desiderata sudcoreani. E, in caso di guerra, non ci sarebbero probabilmente solo Usa e Corea del Nord a confrontarsi: la Cina potrebbe non rimanere a guardare.
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