Il gioco nucleare coreano ha quattro partecipanti: Lee Jae Myung, Kim Jong Un, Donald Trump e Xi Jinping. L’aspetto curioso è che non esiste soltanto un’unica posta in palio; ce ne sono quattro differenti a seconda delle ambizioni di ciascun attore coinvolto.
Trump vuole essere ricordato come l’unico leader mondiale ad aver risolto il rebus coreano, nonché come il presidente statunitense che è stato capace di ammansire i Kim riuscendo dove i suoi predecessori avevano sempre fallito. Il tycoon, inoltre, spera di mettere fine una volta per tutte allo spauracchio di una possibile nuova Guerra di Corea o al rischio che Pyongyang possa lanciare qualche missile balistico in direzione di una base Usa (o peggio, verso il territorio degli Stati Uniti).
Kim, invece, è in una specie di botte di ferro. Può contare su una solida alleanza con la Russia di Vladimir Putin e adesso ha ripreso il filo diplomatico anche con la Cina di Xi Jinping. Forte dei suoi “amici”, il presidentissimo nordcoreano vuole trasformare la Corea del Nord in una potenza nucleare riconosciuta a livello mondiale.
Più defilato Xi Jinping, non proprio desideroso di essere coinvolto in un dossier spinoso, e felice che tutto resti come adesso: in perfetto equilibrio. Lee, il nuovo presidente sudcoreano, potrebbe essere il deus ex machina, la chiave per aprire una serratura rimasta chiusa troppo a lungo.

La mossa di Lee
Lo aveva già fatto capire in occasione dell’incontro con Trump alla Casa Bianca: Lee ha una voglia matta di recuperare il rapporto diplomatico con la Corea del Nord, fedele alla linea di Moon Jae In e in completa rottura con Yoon Suk Yeol.
Non è un caso che il capo di Stato sudcoreano abbia sostanzialmente implorato The Donald di continuare a sostenere gli sforzi di pace in Corea (anche se fin qui non ha fatto niente di rilevante), suggerendogli persino di costruire una Trump Tower al di sopra del 38esimo parallelo. “Non vedo l’ora che tu incontri il presidente Kim Jong Un, che si occupi della costruzione della Trump Tower in Corea del Nord e che tu giochi a golf”, aveva del resto sussurrato all’orecchio di Trump pochi giorni fa.
A queste parole sono seguite altre dichiarazioni più recenti che spiegano ancora meglio il possibile piano del presidente progressista di Seoul. Tornato negli Usa in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu, Lee ha partecipato ad una sessione dedicata alle relazioni con gli investitori presso la Borsa di New York. Dopo aver corteggiato Trump, ha così rassicurato il mondo della finanza impegnandosi a ridurre i rischi per la sicurezza legati alla Corea del Nord per attrarre maggiori investimenti e stimolare l’economia.

Una strategia audace
“La Corea del Nord è nell’ultima fase di sviluppo di un missile balistico intercontinentale che potrebbe colpire gli Stati Uniti con un’arma nucleare, anche se non ha ancora padroneggiato la tecnologia di rientro”, ha dichiarato Lee. E da Seoul, intanto, il ministro dell’Unificazione, Chung Dong Young, aggiungeva che Pyongyang possedeva fino a 2.000 chilogrammi di uranio altamente arricchito.
Inutile continuare a cercare improbabili sponde nella Cina per convincere Kim ad abbandonare il nucleare. “L’enfasi è posta sul raggiungimento di vantaggi economici e di sicurezza aprendo un dialogo con la Corea del Nord per fermare la produzione di armi nucleari e di materiale nucleare, piuttosto che perseguire la denuclearizzazione”, ha affermato Lee.
La Corea del Sud, dunque, non punta più a denuclearizzare la penisola coreana bensì a congelare i progressi del Nord. Il motivo è semplice: è necessario farlo per evitare che Kim continui a rafforzare sempre di più il proprio arsenale.
Lee deve convincere Trump – impresa tutt’altro che impossibile – e sperare che Xi e Putin riescano a persuadere Kim ad accettare l’eventuale proposta, un’ipotesi ancor più probabile. La nuova grande scommessa – o azzardo – per risolvere il rebus coreano, insomma, non riguarda più il come togliere il nucleare alla Corea del Nord, ma il come riconoscerle lo status di potenza nucleare per impedirne ulteriori progressi.


