Gli Stati Uniti d’America e la Corea del Sud nella giornata del 17 novembre hanno annunciato il rinvio delle esercitazioni militari congiunte, in programma per la fine di questo mese. La decisione è stata resa pubblica alla conferenza dei ministeri della difesa di Bangkok, con l’obiettivo di smorzare le tensioni in essere con la Corea del Nord dopo le minacce di Pyongyang, preoccupata per i propri confini nazionali.
Le parole del segretario Mark Esper arrivano pochi giorni dopo la chiusura di ogni possibilità di trattativa per il 2019 sulle questioni riguardanti lo stop alle esercitazioni balistiche nordcoreane. Al categorico rifiuto di Kim Jong-un, il quale ha ribadito che senza il ritiro dell’embargo non si possa giungere nemmeno ad un tavolo di trattativa, la contromossa americana si è incentrata sul tentativo di limitare le pressioni belliche dell’area. Avrà però qualche effetto sulle relazioni internazionali vigenti nella penisola coreana?

I costi militari americani a Seul

La recente escalation di tensioni nella penisola non è un fatto così negativo per la politica americana. Dopo la conferenza di Bangkok sono giunte alla Corea del Sud le richieste di un aumento della partecipazione alla spesa per il mantenimento dell’esercito degli Stati Uniti nell’area, per un montante totale pari a 5 miliardi di dollari, quattro in più di quanto attualmente viene riconosciuto da Seul.

Che per gli Stati Uniti la difesa degli alleati sia una questione di business è chiaro dalla fine della Seconda guerra mondiale; un contributo così elevato non era però mai stato richiesto. In un momento storico in cui gli USA stanno facendo i conti con una crescente spesa militare l’aumento del contributo è vero e proprio oro colato, soprattutto in qualità di giustificazione delle operazioni nell’area verso il proprio elettorato.

Un conflitto che gli Usa non possono combattere

Con l’unica eccezione del Vietnam (che ha fatto nell’opinione pubblica americana uno storico non di poco conto) e delle guerre ai nemici internazionali dell’Afghanistan e dell’Iraq, gli Stati Uniti sono sempre stati poco avvezzi a combattere le proprie battaglie in prima linea. La dura questione dell’opinione pubblica americana ed il rischio di giocarsi future alleanze hanno sempre frenato il Presidente in carica dal firmare una dichiarazione di guerra. La mossa preferita sovente è stata quella di appoggiare compagini rivoluzionarie locali sperando di giungere al medesimo risultato.

Nonostante sia stato spesso fallimentare, l’approccio utilizzato consiste nell’aiuto esterno, composto da forniture militari e l’intervento di qualche battaglione relegato al compito di peacekeeping. Il problema della penisola coreana nasce proprio da questo enorme limite degli Stati Uniti America: in Corea non c’è nessuno da appoggiare che sia in grado di togliere la stirpe dei Kim dalla circolazione. Con il regime militare del Nord che ha sedato tutte le possibili rivolte lasciando la popolazione nell’ignoranza di tutto cosa accade all’esterno dei confini ed una Corea del Sud incapace di reggere il conflitto, Donald Trump (come i suoi predecessori) non ha possibilità di fomentare alcun focolaio ed è costretto agli accordi diplomatici.

Anche a seguito dell’ultima esortazione del presidente americano, la situazione rimane ancora in fase di stallo, con i rispettivi leader intenzionati a raggiungere ad ogni costo i propri obiettivi, mentre il resto del mondo è obbligato ad assistere alla scena politica coreana.

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