La democrazia, dove esiste, fa sentire la sua voce quando è minacciata. Dovremmo prendere esempio, noi europei e dovrebbero farlo molti negli Stati Uniti, quando troppo spesso vediamo che gli attacchi riguardanti presunte torsioni antidemocratiche degli esponenti della politica e delle istituzioni nostrane sono utilizzate come argomento dialettico di basso livello.
Lo dovremmo fare perché in un Paese a giovane ma solida tradizione democratica oggi il minimo comune denominatore, lo Stato di diritto, è stato messo a repentaglio. E i suoi rappresentanti ne hanno usato le armi legittime per riaffermarlo: in Corea del Sud, in una Seul ridotta al buio dopo l’annuncio della legge marziale da parte del presidente Yoon Suk Yeol l’opposizione ha sfidato militari e forze speciali presenti nei palazzi del potere per raggiungere il Parlamento e votare contro l’arbitrio del capo dello Stato.
190 sì, nessun no: lo riporta il Chosun Iblo, sottolineando come in sole due ore il Partito Democratico, la principale forza di opposizione del Paese, abbia trovato il modo di organizzare un ralliement al Parlamento trovando il sostegno della formazione conservatrice del presidente, il Partito del Potere del Popolo. L’Aventino dentro il luogo della democrazia che diventa fortino e affossa, in punta di diritto, l’arbitrio: il Parlamento vota e i militari, che hanno eseguito gli ordini di mobilitazione temendo di dover rispondere a una minaccia alla sicurezza nazionale, si sono dispersi in buon ordine.
Il principale quotidiano della Corea del Sud prosegue ricordando la Costituzione del Paese, in cui “l’articolo 77, paragrafo 5 della Costituzione ricorda che quando l’Assemblea nazionale chiede la revoca della legge marziale con l’approvazione della maggioranza dei membri iscritti, il Presidente la deve ritirare”. Il colpo di testa del presidente che voleva consolidare il potere contro presunti complotti filo-Pyongyang è stato sventato dopo che nemmeno il suo stesso Partito del Potere del Popolo ne ha avallato la mossa.
L’esercito, che è una forza armata di stampo democratico e non l’armata privata di qualche improvvisato caudillo, ha obbedito al dettame costituzionale. Non si è comportato da Guardia Pretoria del presidente dell’autogolpe. La stampa libera ha continuato a funzionare e a dare una copertura chiara ai cittadini. Su Seul calava la notte, ma circa la democrazia del Paese non era ancora tempo di parlare di improvviso tramonto. A fare barrage per la democrazia anche decine di migliaia di cittadini. Nella notte sudcoreana brilla una scintilla per quei diritti che troppo spesso definiamo come scontati e immutabili. E che anche in grandi nazioni possono essere sfidati apertamente e messi in gioco. Quel referendum quotidiano che è la democrazia va vinto ogni giorno. Pensiamoci, prima di squalificare come autoritario o potenzialmente totalitario un avversario. Finiremmo per essere i primi, noi stessi, a negarli questi principi democratici. E dunque a indebolire quegli anticorpi che a Seul si sono dimostrati forti. Facendo chiudere il primo round a sfavore del presidente-avventuriero.

