Corea del Sud, game over per Yoon. Ma il peggio arriva adesso…

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La Corte costituzionale della Corea del Sud ha confermato all’unanimità l’impeachment per Yoon Suk Yeol. L’ex presidente è stato rimosso dall’incarico per il suo fallito tentativo di imporre la legge marziale lo scorso 3 dicembre, una decisione che ha gettato l’intero Paese in un preoccupante vuoto politico. “Le violazioni della legge da parte dell’imputato hanno avuto gravi conseguenze per l’ordine costituzionale. I benefici della difesa della Costituzione tramite la destituzione del presidente superano di gran lunga il costo nazionale della sua rimozione”, ha spiegato il giudice capo facente funzione Moon Hyung Bae.

Yoon, che non era presente all’udienza, si è scusato per quanto accaduto aggiungendo che è stato “un grande onore” servire il Paese. “Sono profondamente dispiaciuto per non essere stato in grado di soddisfare le vostre aspettative. Pregherò sempre per il nostro amato Paese e la sua gente”, ha fatto sapere diffondendo una dichiarazione ufficiale.

Il conservatore People Power Party di Yoon, attualmente al potere, ha “accettato umilmente” la decisione della Corte, mentre il principale partito di opposizione, il Partito Democratico di Corea, ha definito il verdetto una “vittoria per la democrazia”.

Cosa succede adesso

Yoon ha perso tutti i privilegi presidenziali, compresa la pensione mensile di 15 milioni di won (pari a circa 10.440 dollari) alla quale avrebbe avuto diritto al momento del pensionamento. Lascerà l’ufficio presidenziale e la residenza ufficiale nel centro di Seoul per tornare, insieme alla moglie, Kim Keon Hee, nel suo appartamento privato. Allo stesso tempo i suoi ritratti sono stati rimossi dalle caserme militari e dalle missioni diplomatiche: saranno triturati e inceneriti.

Yoon dovrà adesso affrontare un delicatissimo processo con l’accusa di insurrezione; in caso di condanna potrebbe affrontare l’ergastolo o la pena di morte. La destituzione esporrà inoltre l’ex Presidente ad una serie di altre accuse penali tra cui ingerenza elettorale, corruzione e ostruzione della giustizia in relazione alla sua ribellione durante il tentativo di arresto.

La Corea del Sud può quindi tirare un sospiro di sollievo e festeggiare la “resilienza” mostrata dalla sua democrazia? A questo proposito è utile leggere l’editoriale del quotidiano conservatore sudcoreano JoongAng, che ha avvertito che l’attuale scisma politico è ancora più profondo di quello del 2017, quando le proteste di massa per l’impeachment dell’allora presidentessa Park Geun Hye provocarono violenti scontri (e quattro morti). “La democrazia coreana è stata costruita sul sangue del suo popolo. La fine di questa crisi deve essere dichiarata dal popolo stesso”, si legge nel commento.

La Corea del Sud divisa in due

Il popolo sudcoreano deciderà cosa sarà meglio per il proprio Paese tra 60 giorni esatti, quando si terranno nuove elezioni presidenziali secondo i tempi previsti dalla legge locale. Con Yoon fuori dai giochi, a Seoul si apre una serrata campagna elettorale che metterà a durissima prova il tessuto sociale della Corea del Sud.

Il rischio è che possa andare in scena una vera e propria lacerazione, visto che gli ultimi sondaggi hanno mostrato che soltanto il 50-60% della popolazione era favorevole all’impeachment di Yoon. Significa, insomma, che esiste una buona fetta del Paese che sosteneva – e che forse ancora adesso sosterrebbe – l’ex leader conservatore. “Rispetterò rigorosamente la Costituzione e la legge per garantire una transizione di potere senza intoppi. La mia priorità è garantire elezioni presidenziali giuste e stabili”, ha fatto sapere dal canto suo il presidente ad interim Han Duck Soo.

Il grande favorito per le prossime presidenziali è Lee Jae Myung, capo del Partito Democratico di Corea, fautore del dialogo con la Cina e favorevole alla distensione con la Corea del Nord (l’antitesi del filo Usa Yoon). Questo fa emergere un altro rischio: che la parte più conservatrice del Paese (ne abbiamo parlato qui) possa tentare un nuovo “colpo di mano”. Nessuno parla più dei militari ma tutti, sotto sotto, trattengono il fiato.