Nel 2017 Donald Trump fece ridere mezzo mondo definendo “rocket man” il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un. Una battutaccia, che ben caratterizzava però l’atteggiamento dell’Occidente nei confronti dello Stato canaglia coreano, ritenuto minaccioso soprattutto per la smodata passione del suo Presidente per i missili balistici. Ora, però, analisti e politici americani invitano a concentrarsi su un altro aspetto della questione Nord Corea: la sua progressiva trasformazione in un arsenale in affitto. Il Paese è stato per lungo tempo completamente isolato nel panorama internazionale e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu gli vietano di vendere o acquistare certe armi, ma ora la situazione sta cambiando proprio alla capacità della Corea del Nord di farsi grande fornitore di armi convenzionali. Basta fare un conto sommario: mille container sono stati spediti da Pyongyang alla Russia a partire dal settembre 2023, per un totale (pare) di un milione di proiettili di artiglieria. Si pensa che granate nordcoreane siano parte della dotazione militare di Hamas. Lanciarazzi, bombe plananti e razzi da 122 millimetri sono stati rilevati in Sudan.
Proprio grazie alla capacità della sua industria bellica, la Corea del Nord non è più il Paese isolato di prima. Tutti ricordano la visita di Kim Jong-un in Russia, a Vladivostok, e i colloqui con Vladimir Putin, che si appresta a restituire la visita nella prossima primavera. In quell’occasione Putin fece anche un accenno a una possibile cooperazione militare tra Corea del Nord e Russia, dicendo che Kim Jong-un aveva mostrato “grande interesse per le tecnologie missilistiche”. Molti, negli Usa, sospettano che la Corea del Nord chieda alla Russia aerei da combattimento, missili terra-aria e veicoli corazzati, oltre ad attrezzature per la produzione di missili balistici, il tutto in cambio di armi convenzionali e munizioni per la guerra in Ucraina. Il timore è che Mosca possa decidere di aiutare la Corea del Nord a sviluppare missili multitestata per superare i sistemi antimissile degli Usa e dei loro alleati nella regione. La Russia ha inoltre consentito di aprire un conto presso una banca russa, dando così un ulteriore colpo, questa volta finanziario, all’isolamento dello “Stato canaglia”.
Intense sono da tempo anche le relazioni con Iran e Siria, oltre a quella tradizionale con la Cina. Per questo la Corea del Nord non è più il Paese che trattava la riduzione delle sanzioni o che in qualche modo cercava di migliorare le relazioni con l’Occidente. Oggi è il Paese che, per bocca del suo ministro degli Esteri Choe Son Hui, pochi mesi fa ha dichiarato che “se la pace e la sicurezza nella regione sono messe in pericolo a causa delle persistenti azioni di Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, allora Corea del Nord e Russia agiranno come un potente elemento di stabilità strategica per contenere tale situazione”.
Tutto questo si è realizzato grazie alla vendita di armi. Così gli Stati Uniti hanno cominciato a reagire. In gennaio, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti hanno condotto esercitazioni navali su larga scala per ammonire la Corea del Nord. Ma soprattutto hanno avviato vasti programmi per finanziare e formare, nei diversi Paesi, un personale capace di identificare i processi con cui il commercio delle armi riesce ad aggirare le sanzioni internazionali, nell’ovvia speranza di riuscire quantomeno a ostacolarlo. Non è un compito facile, perché ovviamente la Corea del Nord ha preso molte precauzioni, usando intermediari e altri trucchi per coprire l’esportazione delle sue armi. Secondo un’indagine del Royal United Services Institute, meno del 5% delle persone e delle entità menzionate nei rapporti delle Nazioni Unite sulle esportazioni di armi coreane sono in effetti colpiti dalle sanzioni delle stesse Nazioni Unite. Queste, a loro volta, non sono aggiornate dal 2018 anche a a causa dell’opposizione cinese e russa. Gli Stati Uniti stanno cercando di sensibilizzare anche altri Paesi sul tema e i prossimi mesi potrebbero essere importanti: nel 2024 sia il Giappone sia la Corea del Sud, Paesi che si sentono direttamente minacciati dalla Corea del Nord, avranno un seggio temporaneo nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e Washington sembra decisa ad approfittarne.