Panmunjeom è la località simbolo del conflitto coreano. Il villaggio sito lungo il 38esimo parallelo sarà sede il prossimo 27 aprile del vertice che vedrà, per la prima volta dal 1953, sedersi al tavolo delle trattative un leader della Corea del Nord: i due precedenti summit tra i rappresentanti delle due coree si sono infatti tenuti a Pyongyang (nel 2000 e nel 2007).
La recente apertura verso il Sud da parte di Kim Jong-un a cui fa seguito la “pax olimpica” in occasione dei recenti giochi invernali sembrerebbe quindi aver dato i suoi frutti: soprattutto la scelta della località simbolo Panmunjeom per i colloqui indica la volontà di proseguire ulteriormente sulla strada della distensione.
A frenare gli entusiasmi ci pensano però gli Stati Uniti proprio per voce dell’ambasciatore in Corea del Sud.
Marc Knapper ha infatti dichiarato lunedì scorso che “il completo, verificabile e irreversibile smantellamento del programma nucleare della Corea del Nord resta non negoziabile” ed in questo senso le ultime dichiarazioni di Pyongyang che si direbbe disposta a rinunciare ai propri armamenti atomici in cambio della garanzia di sopravvivenza del regime aprono una possibilità affinché Washington possa raggiungere questo obiettivo strategico. L’ambasciatore però parla chiaro: “Non c’è alcun cambio nella nostra politica. Abbiamo la volontà di confrontarci con la Corea del Nord ma lo scopo principale di qualsiasi incontro prossimo a venire sarà la completa denuclearizzazione della penisola coreana”. Scopo che, come ricordato, va raggiunto anche con le sanzioni che “hanno come obiettivo di persuadere Pyongyang ad intraprendere la strada del dialogo in merito ad un futuro differente”.
Sanzioni che, evidentemente, stanno ottenendo il risultato sperato se Kim Jong-un si è detto disposto a trattare, ma Pyongyang, almeno di facciata, non intende ancora seppellire l’ascia di guerra, almeno a livello propagandistico: il regime ha infatti espresso tutto il proprio disappunto per l’incontro al vertice tra Usa, Giappone e Corea del Sud in merito all’internazionalizzazione delle operazioni di intercettazione del traffico navale diretto verso la Corea del Nord. Dalle colonne della KCNA il governo di Pyongyang ha fatto sapere che “la persistente attività di supporto del governo di Seul agli Usa per soffocare la Corea del Nord sta deludendo tutti i coreani che desiderano riportare una pace duratura nella penisola coreana e sperano in una riunificazione indipendente” aggiungendo che “la cooperazione con forze straniere porta al confronto e alla guerra”.
Non c’è affatto da stupirsi che Pyongyang usi toni più “paternalistici” e accondiscendenti verso il suo vicino meridionale: come abbiamo già avuto modo di dire il recupero dei rapporti diplomatici e commerciali tra Nord e Sud è vitale per entrambi anche solo per una mera questione geografica.
La vera novità invece sta nel silenzio di Kim Jong-un in concomitanza con l’inizio dell’annuale esercitazione militare congiunta tra Seul e Washington “Foal Eagle”, che però, ad onor del vero, quest’anno si tiene in “tono minore”: la durata dell’esercitazione, infatti, sarà solo di 4 settimane – complice la pausa olimpica – e vedrà coinvolti circa 11500 soldati americani dei 28500 di stanza in Corea del Sud nonché la presenza di due sole unità da assalto anfibio tipo LHD in loco delle portaerei nucleari da attacco.
Queste saranno la USS “Wasp” e la USS “Bon Homme Richard”entrambe in grado di operare con i nuovi F-35B dei Marines. Con l’assenza delle superportaerei americane , che comunque non sono molto distanti dalla zona di operazioni dato che la “Carl Vinson” incrocia nelle acque di Guam e la “Theodore Roosevelt” è nella base di Changi a Singapore – la “Ronald Reagan” è ai lavori a Yokosuka – è ragionevole supporre che non vi sia nemmeno la presenza di unità sottomarine da attacco o lanciamissili da crociera, che in almeno una occasione erano state dislocate nell’area da Washington mettendo pressione su Pyongyang (si trattava del SSGN “Michigan”).
Sembra quindi si stiano gettando le basi per una risoluzione della crisi coreana anche se, nella stessa Washington, c’è chi ritiene che il summit previsto per il prossimo maggio tra Trump e Kim non sarà risolutivo: l’ex segretario alla Difesa sotto l’amministrazione Obama, Leon Panetta, ritiene – giustamente – che i recenti cambi al vertice di alcuni dicasteri importanti nel nuovo esecutivo (su tutti il siluramento di Tillerson) possano rendere molto difficoltosi i preparativi da parte americana per l’incontro al vertice a causa dell’inesperienza dei nuovi arrivati in merito alla delicata questione coreana. Panetta inoltre muove una pesante critica allo stesso Trump ed al suo protagonismo: le sue scarse doti diplomatiche e la poca esperienza unite alla mancanza di pazienza per dedicare tutto il tempo necessario a preparare il summit di alto livello rischiano di rovinare la strategia diplomatica raggiunta con gli alleati. L’ex segretario alla Difesa Usa non usa mezzi termini: “Il presidente è probabile che si presenti al vertice credendo che la sola forza della sua personalità unita al suo istinto siano sufficienti a prevalere. Questa è la ricetta per un disastro”.
Secondo Panetta il vertice di maggio dovrebbe essere solamente una “passerella mediatica” volta a prendere tempo per un secondo e più concreto incontro dove si discuterebbe sul disarmo nucleare della penisola coreana a cui gli Usa e gli alleati risponderebbero con la cessazione delle sanzioni, aiuti economici, riduzione della presenza di truppe in Corea del Sud e, ma sarebbe una possibilità alquanto remota, la firma di un trattato di pace. Un’altra soluzione possibile per ovviare alla presunta scarsa preparazione americana sarebbe quella di rimandare il vertice di maggio sino a che non vengano designati dei negoziatori ufficiali che discutano un serio programma di denuclearizzazione della penisola coreana, ma con ogni probabilità questa soluzione non sarà considerata in quanto provocherebbe notevoli imbarazzi a Washington ed aprirebbe le porte ancora di più all’influenza cinese.
Cina che vedrebbe di buon occhio una denuclearizzazione foriera di un forte ridimensionamento della presenza Usa nell’area: Pechino non nasconde infatti il proprio desiderio di allontanare dai suoi confini la presenza americana soprattutto ora che la sua politica della “fetta di salame” nel Mar Cinese Meridionale sta dando i suoi frutti.



