Schierarsi apertamente con Gaza e contro l’escalation militare israeliana in Palestina ha favorito elettoralmente diverse formazioni politiche di orientamento progressista nel Vecchio Continente nei più recenti voti europei. Il trend appare consolidato e molti indizi fanno una prova: esiste un elettorato facente riferimento a una galassia composita, che va dalla sinistra tradizionale alle minoranze di religione musulmana passando per fette di voto giovanile e studentesco, che in Europa vede l’opposizione all’azione di Tel Aviv in Terrasanta come una priorità politica. E agisce di conseguenza.
Il duo Corbyn-Mélenchon sugli scudi grazie a Gaza
Come non citare, innanzitutto, Jean-Luc Mélenchon, volto dell’ala più a sinistra del Nuovo Fronte Popolare francese vincitore a sorpresa delle elezioni legislative? Mélenchon è con La France Insoumise da tempo uno dei più duri critici di Benjamin Netanyahu e di Israele, ha chiesto il riconoscimento della Palestina e ha definito “genocidio” il massacro in atto in Terrasanta. Uscite che sono costate a Mélenchon le prevedibili accuse di antisemitismo, anche se negli archivi non si trova una sola dichiarazione del leader degli Insoumises che possa mettere alla berlina la tradizione o la religione ebraica.
Chi è stato tacciato di antisemitismo, in passato, è stato anche Jeremy Corbyn, dal 2015 fino al 2020 segretario del Partito Laburista britannico, da cui è stato sospeso e espulso per la sua volontà di candidarsi al seggio di Islington North che detiene dal 1983 contro la volontà del suo stesso ex partito. Corbyn ha sfidato la formazione vincitrice delle elezioni e guidata da Keir Starmer su una piattaforma politica centrata principalmente sulla difesa della pace e l’appello a cessare la violenza in Palestina e ha stravinto, conquistando da indipendente il collegio col 49% dei voti.
La carica degli indipendenti pro-Gaza
E non finisce qui. Corbyn è il vincitore più noto tra gli indipendenti di sinistra che hanno corso contro i laburisti in vari collegi polemizzando per le posizioni pro-Israele di Starmer. Ma altri quattro deputati hanno promosso analoghe piattaforme pacifiste e hanno vinto nei loro collegi superando sia il Labour che il Partito Conservatore.
Il Guardian ha ricordato i profili di questi politici entrati a Westminster col voto del 4 luglio. Adam Hussain, avvocato 34enne, ha vinto il seggio di Blackburn rivendicando di averlo conquistato “come risultato di un voto di protesta sulla scia di un genocidio”.
A Leicester, nel collegio della parte meridionale della città, l’ottico Adam Shockat, 51 anni, ha sconfitto per mille voti Jonathan Ashworth, fedelissimo di Starmer. Shockat viene dalla sinistra radicale e ha spinto sulla causa palestinese in un seggio ad alta intensità di elettorato di origini straniere. Iqbal Mohamed ha stravinto a Dewsbury, dicendosi “a favore di un cessate il fuoco”. L’ingegnere e tecnico informatico Mohamed è entrato sostenuto da gruppi locali a Westminster, mentre proveniente dal mondo del Partito Liberaldemocratico è Ayoub Khan, anche lui avvocato, che ha vinto il seggio di Perry Barr nella città di Birmingham rompendo col suo partito che gli avrebbe offerto una candidatura solo in cambio di una posizione più moderata su Gaza.
Volano le sinistre pro-Gaza
Nel Regno Unito, poi, è da sottolineare la scalata del Sinn Fein a primo partito per seggi nell’Irlanda del Nord. La formazione nazionalista, cattolica e di sinistra, favorevole all’unione dell’Irlanda in un unico Paese, è attivamente critica di Israele. E lo è anche nella sua componente nella Repubblica d’Irlanda, tanto attiva da aver spinto il governo di Dublino al riconoscimento della Palestina.
E come non citare il fatto che in Finlandia e Danimarca si sia assistito al boom delle coalizioni progressiste tra ecologisti e sinistra radicale anche sulla scia di una netta piattaforma di politica estera aperta alla pace e al rifiuto dell’atteggiamento morbido dell’Occidente con Netanyahu? A Helsinki ha fatto rumore il boom politico dell’Alleanza di Sinistra guidata dalla combattiva Li Andersson, che ha messo l’appoggio alla Palestina ai primi punti di un’agenda in larga parte progressista, guadagnando 10 punti percentuali, superando alle Europee il 17% e scavalcando come secondo partito i Socialdemocratici.
Al Parlamento Europeo, gli esponenti della formazione finnica hanno chiesto sanzioni per Israele. Così come le ha spesso chieste Kira Marie Peter-Hansen, 26 anni, eurodeputata danese, vicepresidente del gruppo dei Verdi a Strasburgo, volto della campagna che col 17% ha portato Sinistra Verde a diventare la prima formazione a Copenaghen alle Europee. Il partito ha sostenuto in Parlamento una mozione, respinta, per il riconoscimento della Palestina.
E, infine, compatto a favore di Gaza e del cessate il fuoco è stato anche il posizionamento di Alleanza Verdi Sinistra, col 6,8% sorpresa delle Europee italiane, decisivo per conquistare il supporto dell’elettorato giovanile e universitario tra cui Avs ha fatto il boom. La causa palestinese, insomma, alle urne contribuisce, come fattore di punta, a aiutare i suoi propugnatori. Mostrando quanto le classi dirigenti europee difficilmente possano ignorare l’acceso dibattito in corso e la spinta al cessate il fuoco che permea un’ampia parte dell’opinione pubblica. In cui la solidarietà a Gaza contribuisce a consolidare la fiducia nell’elettorato di riferimento come causa-bandiera del movimento progressista.

