Giuseppe Conte ha fatto della legittimazione “materiale” un presupposto della sua permanenza al governo in questi intensi due anni e mezzo segnati dal passaggio dalla maggioranza gialloverde a quella giallorossa nell’estate 2019. Il docente universitario pugliese elevato dal contratto di governo di Luigi Di Maio e Matteo Salvini a Palazzo Chigi ha fatto sponda su più versanti per costruirsi una legittimità mancante in termini di consenso parlamentare e carriera politica. E nel percorso di sostituzione del Partito democratico alla Lega di Matteo Salvini come partner di governo del Movimento cinque stelle questo processo ha pesato enormemente: l’endorsement di Donald Trump e degli apparati statunitensi a “Giuseppi” pesò come un macigno nella legittimazione dell’esecutivo giallorosso.

Un equilibrio situazionista ha reso Conte indispensabile alla maggioranza M5S-Pd, e la pandemia ha fatto il resto nel blindare, per mesi, Palazzo Chigi. Eppure, finita la giustificazione dell’estromissione del capitano leghista dal governo, esauritasi la fase emergenziale dei primi mesi della pandemia e avviatasi quella, ben più lunga e complessa, della convergenza tra seconda ondata e crisi economica, con contemporaneo cambiamento degli equilibri internazionali, qualcosa sembra esser destinato a mutare.

Il Partito democratico, in particolare, è la formazione nell’esecutivo maggiormente frustrata dall’attuale situazione. Da un lato, vede le sortite di suoi autorevoli esponenti (David Sassoli e Enrico Letta) contro la linea politica tenuta finora che ha indicato nel ricorso al Mes la strada maestra del governo italiano; dall’altra teme di accusare sulle sue spalle il peso politico di una recessione in quanto il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che pure si è dimostrato raramente all’altezza del compito, è un suo esponente. In mezzo, l’insofferenza per la coabitazione con il Movimento maggioritario alle camere. Goffredo Bettini,”regista” dell’accordo giallorosso e stratega dem, In un’intervista al Corriere della Sera Bettini ha preso delle distanze notevoli dall’esecutivo Conte II. Come scrive Marco Antonellis su Italia Oggi, Bettini ha detto chiaramente quello che una larga parte del Pd sussurra a taccuini chiusi: in questa seconda pandemia, il governo Conte non è all’altezza. Troppo bloccato fra veti 5 Stelle e ministri non all’altezza”. La soluzione, per l’autorevole esponente dem, passa o per un allargamento della maggioranza a esponenti dell’opposizione o per un nuovo governo.

Il Nazareno sente che il vento della legittimazione internazionale non spira più in direzione di Palazzo Chigi con la stessa intensità di alcuni mesi fa: nel Pd sono convinti che la volontà di Conte di costruire una stretta legittimazione oltre Atlantico puntando sul rapporto personale con Trump possa portare, dopo le elezioni, i democratici di Joe Biden a cercare nei tradizionali referenti italiani i loro punti di riferimento. E qualcosa in tal senso sembra emergere dai più recenti comunicati dell’ambasciata statunitense a Roma, che L’Espresso ha avuto modo di consultare e in cui si indicano nel ministro della Difesa Lorenzo Guerini e nel collega agli Affari Europei, Enzo Amendola, i punti di riferimento di Washington che già l’amministrazione Trump, nella fase conclusiva del suo operato, stava prendendo in considerazione.

“Come previsto da Washington”, scrive il settimanale, “è il Pd che ha riportato l’Italia nelle tradizionali posizioni americane. Guerini non è autore di chissà quali meraviglie, ma è un ministro della Difesa che ha ripreso a vendere e a comprare materiale bellico, spesso di fabbricazione americana, e poi a rispettare le regole dell’Alleanza atlantica senza troppa prosopopea”. Fondamentale la “palestra” politica della direzione del Copasir, ai tempi del governo Conte I, mentre Amendola si è costituito negli scorsi mesi ed anni come nuova leva atlantista della sinistra.

Il centro-sinistra si prepara alla convergenza tra la possibile resa dei conti politica (cresce la sensazione che un proseguimento del governo porterebbe a un’emorragia di consensi per il Pd) e l’era Biden: non a caso sta anche prendendo quota la voce che vorrebbe il leader di Italia Viva ed ex premier Matteo Renzi come il prossimo segretario generale della Nato grazie a una vecchia promessa fatta da Barack Obama. Avvisaglie di questo scontro si possono vedere nella manovra dura con cui il Pd ha depotenziato il tentativo di Conte di finanziare con oltre 200 milioni di euro il nascituro Istituto italiano di cybersicurezza, “ponte” tra Palazzo Chigi e strategici gangli dei servizi segreti, ridimensionato con forza nella legge di bilancio uscita dal recente Consiglio dei Ministri. A Conte inizia a franare il terreno politico sotto i piedi e non a caso il premier è tornato alle origini, casa Cinque Stelle, come ospite d’onore degli “Stati generali”. Il governo balla e cerca di trovare un collante nella necessità di gestire i numerosi fondi europei dati in arrivo nei prossimi mesi ed anni. Per i quali, però, manca una anche minima volontà politica. Che presto potrebbe anche non avere più il volto della figura di sintesi di un presidente del Consiglio sempre più accerchiato.

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