Non si fermano le grandi purghe di Erdogan dopo il fallito golpe dell’anno scorso. Dopo il tentativo di egemonizzare la Turchia con leggi ad hoc e una riforma costituzionale che prevede i più vasti poteri in mano al presidente, negli ultimi giorni la scure del Sultano è scesa ancora una volta sui mezzi di comunicazione. Con un ordine esecutivo di pochissimi giorni fa, Erdogan ha stabilito, infatti, la chiusura e la vendita a gruppi mediatici affini al governo di decine di televisioni e radio ritenute vicine ai golpisti o comunque avversi alle politiche del presidente turco.Le reti televisive Samanyolu e Kanaltürk, ma anche le frequenze radio di Burç FM, Kanaltürk Radyo, Radyo Mehtap e Radyo Cihan, sono state tutte vendute al gruppo Turkuvaz Medya, gruppo leader nel settore delle telecomunicazioni turche e da sempre ritenuto molto legato ad Erdogan e all’AKP. Questo è quanto riportato dal sito di Cumhuriyet, uno dei pochi siti internet ancora in grado di informare liberamente nel Paese, che cita fonti del governo e delle reti private turche. Secondo il giornale online, sarebbero almeno ottantasei le stazioni radio e i canali televisivi vicini a Fetullah Gülen o sospettati di esserlo, che sono stati venduti al gruppo Turkuvaz Medya per eliminare il rischio di avere dei megafoni dell’opposizione. Tutti mezzi già ampiamente chiusi, boicottati o bloccati e che adesso sono andati direttamente ceduti a chi è vicino al potere di Erdogan.Quest’ultima fase di repressione da parte del regime di Erdogan è solo la punta dell’iceberg di quanto sta avvenendo negli ultimi mesi in Turchia. Sono migliaia i dipendenti statali allontanati dai posti di lavoro perché accusati di vicinanza al fallito colpo di Stato della scorsa estate. Altrettante migliaia le persone condannate per aver avuto atteggiamenti sospettati di vicinanza al golpe. Una repressione che ora diventa palese con la vendita ai media alleati del governo di quelli che erano invece suoi oppositori. Sarebbero almeno 140mila le persone accusate di aver fatto parte del golpe o di esserne complici e che sono state mandate via dal loro impiego dal 15 luglio ad oggi. Cinquantamila, almeno, quelli arrestati e molti altri sotto processo.Una repressione in cui la stampa e i mezzi d’informazione sono stati naturalmente presi di mira da subito, essendo il primo grande canale di comunicazione per tutti coloro che non ritengono giusto accettare le politiche autoritarie di Erdogan. Le associazioni in difesa della libertà di stampa dicono che sarebbero almeno 165 i giornalisti attualmente detenuti nelle carceri turche. Reporter Senza Frontiere, che tante volte ha accusato l’Italia di non essere un Paese per giornalisti – e molto spesso con assoluta leggerezza-, ha parlato della Turchia come di un Paese che si sta trasformando in un grande centro di detenzione della stampa.Solo negli ultimi mesi, Erdogan ha firmato ordini esecutivi per la sospensione di altre migliaia di lavoratori pubblici. Sono quasi 4mila fra accademici, dipendenti del Ministero della Giustizia, militari e civili sempre del Ministero della Difesa. Sono inoltre state messe sotto accusa e prossime alla chiusura decine di ONG, ma anche cliniche private o fondazioni che si ritengono prossime alla causa gulenista. A fine aprile, altre migliaia di agenti di polizia sono state sospese dall’incarico perché sospettati anch’essi di vicinanza al golpe.Uno stato d’emergenza continuo che ha permesso a Erdogan di firmare ordini per quello che è ormai diventato, a tutti gli effetti, un procedimento di “grandi purghe” che ricordano i peggiori regimi autoritari dello scorso secolo. Il tutto nonostante la sua appartenenza alla NATO e i suoi accordi sui negoziati per entrare nell’Unione Europea, che sono sempre là, nonostante sia da parte di Bruxelles sia da parte di Ankara dicano di non voler riprendere in considerazione. Intanto esistono, così come intanto si prendono accordi per bloccare i migranti e per versare miliardi di euro nelle case del Sultano. 

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