Il giallo, almeno sulla carta, rimane. Il premier libanese Saad Hariri, le cui dimissioni non sono state accettate da Beirut, è prigioniero di Riad oppure no? Oggi, il presidente Michel Aoun è tornato alla carica, dicendo che “Hariri è detenuto in Arabia Saudita. Lo consideriamo un atto ostile contro il  Libano. Il governo non è dimissionario e il ritorno di Hariri sono legati alla sovranità nazionale”. Per questo motivo, il presidente libanese ha assicurato: “Faremo tutto il necessario per la sua liberazione. Siamo in contatto con i Paesi arabi e occidentali per raggiungere questo obiettivo”.

A queste parole il premier ha risposto direttamente su Twitter: “Sto bene e tornerò in  Libano come promesso”. Un’affermazione laconica, che dimostrerebbe come in realtà gli spazi di manovra di Hariri siano limitati. Ma è sulle sorti delle persone più care al premier che Aoun nutre i dubbi più forti: “Anche la famiglia è detenuta e i familiari vengono perquisiti quando entrano ed escono dalla casa”. E l’ipotesi di un sequestro, come ha scritto anche Robert Fisk, sembra la più plausibile. E i motivi sono molti. Cerchiamo di ripercorrerli.

Hariri arriva in Arabia Saudita il 4 novembre. Poche ore prima ha ricevuto una chiamata da Riad per un incontro con  Mohammed bin Salman(moderna incarnazione del principe di Machiavelli, secondo Al Jazeera). Difficile dire se il premier pensasse alle dimissioni da tempo – da una settimana, per la precisione, come ha raccontato lui stesso – dato che aveva fissato degli appuntamenti per il lunedì seguente. Fatto sta che le dimissioni arrivano (e vengono subito rispedite al mittente). Viene poi imbastita un’intervista per cercare di dissipare qualsiasi dubbio, ma la toppa è peggio del buco. In video il premier appare confuso, non sorride (lui che ha fatto del sorriso il carattere distintivo dei suoi interventi) e continua a guardare verso destra, ovvero verso un uomo con un foglio in mano, come si può notare da un frame diffuso in rete. 

Something very noteworthy happened during the interview. #Hariri #Lebanon pic.twitter.com/m2v3Qv4b92

— ابو جورج – ‎ראופיx ❄️ (@i_NJR_YT) 13 novembre 2017

Un’altra cosa da sottolineare è che l’intervista è sì stata diffusa Future, la rete televisiva del partito dii Hariri, ma è stata registrata da operatori sauditi perché a quelli libanesi è stato impedito di raggiungere il premier. Un approfondito articolo del  Post  ha segnalato tutti i dubbi su questa intervista.

“Una situazione ambigua”

Anche il ministro degli Esteri libanese Gebran Bassil ha commentato l’insolita situazione in cui si trova Hariri: “Non è normale che il nostro primo ministro si trovi in una situazione ambigua. Tutto il  Libano lo sta aspettando e non c’è alcuna ragione per cui il nostro primo ministro non sia ancora tornato”. Bassil ha anche aggiunto che “per uscire da questa situazione ambigua (Hariri, Ndr) deve tornare”.

Il ministro degli Esteri ha esposto una visione molto pragmatica della politica libanese nella regione: “Vogliamo relazioni amichevoli con tutti. Siamo abituati a risolvere i problemi all’interno del nostro Paese attraverso il dialogo, ma non vogliamo avere interventi esterni nei nostri affari interni. Se Riad ha un problema con Iran o Hezbollah – ha affermato il capo della diplomazia di Beirut – deve risolverlo con loro, non con il  Libano o i libanesi. Abbiamo detto di noi voler risolvere questa situazione attraverso il dialogo, non tramite la forza. Non possiamo essere costretti a fare alcunché contro la nostra volontà”.

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“L’ingerenza saudita è vergognosa”

Il presidente iraniano Hassan Rohani ha commentato con parole molto dure le recenti iniziative dall’Arabia Saudita: “È assai riprovevole e vergognoso per un Paese musulmano nella regione supplicare il regime sionista (Israele, ndr) di bombardare il popolo del  Libano”. Secondo Rohani, Israele e Arabia Saudita starebbero preparando una guerra contro il Libano per arginare Hezbollah e Iran. Un’ipotesi, questa, apparsa anche su diversi quotidiani israeliani.  “Nella storia non ci sono precedenti di Paesi musulmani che abbiano preso tali misure. Questo indica l’immaturità degli individui che sono saliti al potere in questi Paesi”, ha proseguito Rohani riferendosi, neanche troppo velatamente, a Mohammed bin Salman.

Il precedente storico

In realtà, un caso simile è già successo e riguarda proprio l’Arabia Saudita, come ha ricordato il già citato Fisk. Il 28 febbraio del 1967 il giornale libanese Hadaf scriveva: “La minaccia saudita al Libano provocherà qualche reazione”. Il riferimento è all’ipotesi, ventilata da Riad, di cacciare i lavoratori libanesi dal Paese e di revocare ogni forma di investimento da Beirut. L’obiettivo dei sauditi, all’epoca, era quello di allontanare il Libano dall’Egitto di Gamal Abdul Nasser. Un po’ come adesso vorrebbero allontanare Beirut da Teheran. Corsi e ricorsi della storia, insomma.

Cosa farà l’Arabia Saudita?

È evidente che l’Arabia Saudita sta giocando col fuoco (e lo dimostra il fatto che Riad stia prenotando diverse camere all’hotel Marriott della capitale, segno che nuove purghe sono in arrivo). Quello che vogliono i sauditi è chiaro: spingere Hezbollah fuori dal governo libanese. Un’ipotesi surreale se si pensa che il Partito di Dio, nel corso di questi anni, è stato in grado di rimodellarsi e di proporsi come un interlocutore politico fondamentale per Beirut.

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