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Non si chiude lo scontro politico sulla presidenza del Copasir, rivendicata da Fratelli d’Italia dopo che il partito di Giorgia Meloni è rimasto l’unico dotato di un gruppo parlamentare autonomo in opposizione al governo Draghi e dopo l’inizio dello scontro con la Lega, titolare della presidenza con l’onorevole Raffaele Volpi, che nonostante le aperture del diretto interessato non ne vuole sapere di cedere unilateralmente la guida del comitato di controllo sui servizi segreti. 

Il peso del precedente su D’Alema

La Legge 124 del 2007, che regola l’attività dei servizi segreti, stabilisce esplicitamente che la presidenza del Copasir debba essere garantita, in nome dei meccanismi di check and balances del potere e dell’intelligence, a un esponente dell’opposizione, ma il Carroccio si appella al precedente di Massimo D’Alema, rimasto alla guida del Copasir nonostante il passaggio del Partito Democratico da forza di opposizione del governo Berlusconi IV a sostenitore del governo Monti nel 2011. Un precedente ritenuto implicitamente valido da Elisabetta Casellati e Roberto Fico nella lettera giudicata “pilatesca” da Fdi con cui hanno demandato alle forze politiche un accordo per la risoluzione del nodo Copasir ma criticato anche da autorevoli esponenti della maggioranza come Elio Vito di Forza Italia. Il quale nella giornata del 14 aprile si è dimesso dal Copasir in polemica con il muro contro muro leghista, anticipando in tal senso l’esponente di Fdi nel comitato, Adolfo Urso.

La questione ha una delicata valenza politica, e non è un caso che il nodo Copasir, una questione su cui secondo quanto dichiarato da Vito in un’intervista a Repubblica  non si dovrebbero fare “trattative, né compromessi, né ci possono essere contropartite”, abbia appassionato anche gli esperti di diritto pubblico, i politologi e i costituzionalisti italiani. Intervenuti recentemente con pareri maggiormente favorevoli alle richieste di Fdi.

Cosa dicono i costituzionalisti

Notevole, in particolare, una lettera sul tema inviata ai presidenti delle due Camere sottoscritta da una quarantina di studiosi riuniti in un fronte trasversale sia per la composizione che per la provenienza accademica e i punti di riferimento politici. Che spazia da Piero Ignazi, ordinario di Politica comparata, Università di Bologna, ad Alessandro Campi, ordinario di Scienze politiche all’Università di Perugia, passando per un ex presidente del Tar oggi a riposo, Firoleto D’Agostino, e per il presidente emerito della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre. Tutti concordi nel sottolineare che il nodo Copasir è dirimente per il corretto funzionamento dei meccanismi istituzionali italiani: “nelle democrazie pluraliste contemporanee la separazione dei poteri, uno dei cardini dello Stato di diritto, si declina, necessariamente, anche come garanzia delle opposizioni e del loro ruolo costituzionale. La tutela delle minoranze costituisce, del resto, essenziale presidio della dialettica parlamentare e, dunque, del principio democratico”, si legge nel documento.

La validità del precedente D’Alema è fortemente contestata, riporta la lettera citata anche da Marco Antonellis su TPI, perché allora “per decisione unanime dei Gruppi parlamentari (e, dunque, anche del Carroccio) si ritenne di derogare alla regola” e confermare l’ex premier alla guida del Copasir “una specifica applicazione del principio consuetudinario del diritto parlamentare conosciuto come nemine contradicente”. Tale unanimità sulla continuità del ruolo di Volpi oggi manca e, anzi, Fdi ha incassato da Forza Italia e Partito Democratico un esplicito sostegno alle rivendicazioni sul Copasir presentate subito dopo la nascita del governo Draghi. I firmatari si appellano alla volontà di Fico e Casellati di far rispettare la legalità costituzionale, ponendo dunque sul tavolo prerogative di assoluta importanza. Di “vulnus grave alla democrazia” in caso di proseguimento della presidenza leghista ha parlato dopo la pubblicazione dell’appello nella giornata del 21 aprile Wanda Ferro, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera.

La questione si fa sempre più spinosa e il nodo politico appare una vera e propria mina sulle prospettive future di unità della coalizione di centro-destra in vista dei futuri appuntamenti elettorali. Specie considerato il fatto che il comitato necessità di esser messo al più presto nelle condizioni di operare a tutto campo, valutando tutte le minacce reali e potenziali al sistema-Paese, dalle possibili infiltrazioni terroriste agli appetiti stranieri per i nostri asset strategici. Politicizzare le questioni di intelligence non è mai una decisione saggia, come la fase finale del Conte II, che dovrebbe esser ben impressa nelle menti di tutti i protagonisti politici italiani, insegna.