Se per motivazioni storiche gli Stati Uniti hanno fatto dell’eterogeneità interna uno dei loro tratti distintivi, lo Stato della California spicca, in questo contesto, per le sue peculiarità. Terzo Stato per superficie e primo per popolazione con oltre 38 milioni di abitanti, forte di un’economia da oltre 2,7 trilioni di dollari, che presa singolarmente sarebbe la quinta del pianeta, la California rivendica in particolar modo la sua natura di roccaforte della convivenza interetnica e un’eredità distinta dall’America profonda, della popolazione Wasp prevalentemente evangelica e di ascendenza anglosassone.

Con una popolazione de facto a duplice prevalenza etnica, costituita per il 40% da bianchi e per oltre il 37% da ispanici, in larga misura messicani, la California è la terra dell’incontro etnico che più di tutte si distacca e mal si concilia con i flyover States dell’interno del Paese, le roccaforti elettorali del Presidente Donald J. Trump che sono depositarie di istanze a lungo ignorate da un establishment che nel Golden State ha avuto il suo polo d’attrazione più importante assieme alla capitale Washington e a New York.

E proprio la California rappresenta una delle principali spine nel fianco dell’amministrazione Trump. Il Presidente, nella trionfale giornata dell’8 novembre 2016, ha incassato proprio in California il distacco più netto da Hillary Clinton, ricevendo ben 4 milioni di voti in meno, che hanno contribuito alla sua sconfitta nel mero computo del suffragio popolare, e subendo un distacco di 30 punti percentuali (61% contro 31%) dalla sfidante democratica. Dopo le elezioni, i rapporti non sono migliorati: più volte la California si è messa alla testa di gruppi di Stati ostili alle politiche del governo centrale. L’ultimo caso ha riguardato una causa mossa da 18 Stati contro l’allentamento sui vincoli ambientali delle emissioni dei veicoli a motore, segno di un aspro duello destinato a protrarsi nel tempo.

Sacramento contro Washington: tutte le sfide tra Trump e la California

Sino ad ora, il governo di Sacramento ha intentato ben 29 cause all’amministrazione federale per scelte politiche riguardanti non solo l’ambiente, ma anche temi quali l’assistenza medica, l’immigrazione, la gestione dei confini, la legalizzazione della marijuana e il rimpatrio dei figli dei clandestini che vedono la leadership repubblicana di Washington scontrarsi con la California, guidata dall’anziano governatore democratico Jerry Brown.

Sull’ultimo numero di Limes è apparso un articolo di uno dei grandi portavoce della causa californiana, l’analista James O. Goldsborough, che ha duramente attaccato il Presidente: “Trump tratta la California come un territorio straniero, […] l’unica sua apparizione risale al marzo scorso, quando si è recato a San Diego – al confine col Messico – per visionare alcuni prototipi dell’amato muro […] Trump ha ripetutamente insultato il governatore Brown, uno dei migliori della storia californiana”, che di recente ha contrattaccato accusando il governo centrale di portare avanti una guerra di nervi contro Sacramento.

Di recente, Trump si è scagliato contro le città santuario che si rifiutano di applicare le normative federali sull’immigrazione e che pullulano, protette da numerosi provvedimenti legislativi, nella California che fonda sulla diversità etnica la sua peculiarità. Intervistato da Fox News, Trump ha riconosciuto come sotto questo punto di vista la California sia “fuori controllo” e dichiarato la sua volontà di tagliare, progressivamente, i fondi destinati dal governo centrale al Golden State fino a quando non deciderà di conformarsi.

Chi succederà a Brown nella sfida a Trump?

Vera e propria istituzione della storia californiana, Jerry Brown andrà in pensione a novembre dopo due mandati consecutivi, che si sommano a quelli ricoperti tra il 1975 e il 1983, subito dopo l’era di Ronald Reagan. “Il dilemma dei californiani”, ha scritto Goldsborough, “sarà dunque se eleggere un democratico moderato o uno aggressivo come successore di Brown (i repubblicani non hanno possibilità) per continuare la lotta legale e morale contro Trump”.

Tra questi, nella corsa alla nomination democratica sarebbe in testa il “falco liberalGavin Newsom, vicegovernatore in carica ed ex sindaco di San Francisco, che prepara da tre anni la sua ascesa e promuove un’agenda di aperta rottura con Washington fondata su un ambizioso piano di sanità universale. 

Più accomodante sarebbe invece Antonio Villaraigosa, ex sindaco di Los Angeles, fautore di una strategia volta alla ricerca di un modus vivendi con Trump che certifichi, nella prassi, le libertà che la California si è già ritagliata nel corso degli ultimi anni.

In ogni caso, nel corso degli anni a venire la California è destinata a rappresentare un centro di dura opposizione all’amministrazione Trump: l’esistenza di due “Americhe” nettamente distinte all’interno del Paese, rivelata dall’ultima tornata elettorale, ha avuto come conseguenze e non come causa l’ascesa di Trump. Tuttavia, il radicamento della contrapposizione tra il progressismo degli Stati rivieraschi e il conservatorismo dell’America più profonda rischia di esacerbare quelle linee di faglia che, negli ultimi anni, hanno più volte ferito una nazione che ha scoperto di recente la sua enorme fragilità interna.