Giuseppe Conte incontra Donald Trump. E l’impressione è che il vertice nella capitale britannica, a parte i sorrisi e gli inviti in auto da parte del capo della Casa Bianca, possa essere molto meno cordiale del solito. Conte, che arriva a Londra dopo una due giorni di fuoco in terra romana, sembra quasi respirare per un attimo dalle beghe interne. Niente Mes, niente opposizione che incalza, niente Luigi Di Maio in preda alle preoccupazione per un Movimento che appare sempre più sotto tono. Ma il timore è che le questioni interne possano essere ben poca cosa rispetto alle questioni internazionale. E Conte questo lo sa bene.

Il presidente del Consiglio non arriva a questo vertice di Londra in una posizione di vantaggio. L’Italia sta sbagliando parecchio in questi ultimi mesi di mandato Conte (sia uno che due) e Trump non è certo la personalità poi indicata per ricevere un supporto in caso di bisogno quando si dimostra di non essere perfettamente in linea con le sue richieste. E questo il premier italiano lo sa benissimo. Tanto è vero che ieri, in serata, ha tenuto a precisare che “ci sono tanti dossier che potrebbero preoccuparmi, ma noi lavoriamo per risolvere tutto”. Sicuramente il lavoro non manca: e sicuramente i dossier sono molto più preoccupanti di quanto possa apparire.

Conte deve risolvere con Trump diverse questioni. E il bilaterale di oggi potrebbe essere estremamente rilevante anche per capire quanto Donald sia disposto ancora a supportare “Giuseppi” dopo il suo endorsement nel post G-7 di Biarritz. In quell’occasione il presidente Usa diede un enorme boccata d’ossigeno interazionale a un premier in cerca di conferme, che doveva sperare in una nuova maggioranza dopo il fallimento di quella gialloverde. E Trump con quell’ormai famoso tweet, diede man forte.

Ora però il presidente Usa vorrebbe iniziare a passare all’incasso. E questo punto si scontra la vacuità delle promesse del presidente del Consiglio italiano che, fino a questo momento, appare molto restio a dare concretezza alle parole. Vero è che come primo atto del suo governo ha approvato il decreto sul golden power nelle reti di telecomunicazione (su cui ha ricevuto il plauso proprio degli Stati Uniti e della Nato) ed è altrettanto vero che il suo governo ha dato subito il via libera all’arresto della presunta spia russa Alexander Yuryevich Korshunov a Napoli su ordine proprio degli Stati Uniti.

Ma nel frattempo, su molti altri dossier di fondamentale importanza, Conte non è stato in grado di dimostrare quella lealtà che si aspettavano dalle parti di Washington. Il dossier del filone italiano del Russiagate ancora non ha dato quei frutti sperati da Trump, William Barr e dagli altri vertici dell’intelligence americana, con il governo statunitense che scalpita di fronte alle mosse del premier e dell’intelligence italiana.

C’è poi il dossier Cina su cui Trump aspetta ancora di ricevere i dovuti chiarimenti. L’Italia persegue nella sua linea di apertura verso Pechino e proprio il partito di Conte, il Movimento Cinque Stelle, appare ben lieto di saldare i contatti con l’ex Impero celeste, come confermato dai viaggi di Di Maio e dalle visite un po’ troppo comuni di Beppe Grillo all’ambasciata cinese a Roma: due in 24 ore dopo l’incontro avuto già nel 2013 insieme a Gianroberto Casaleggio con l’allora ambasciatore Ding Wei. Il tema della Via della Seta preoccupa molto gli Stati Uniti. E sia Trump che Mike Pompeo, così come il vecchio consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, sono stati chiarissimi: l’appartenenza alle strategie cinesi è una linea rossa su cui Washington on transige. Specialmente da un Paese che chiede il sostegno Usa sui fronti caldi del Mediterraneo e delle sanzioni, ma anche dei dazi.

Proprio i dazi saranno l’argomento pi caldo del bilaterale. Ieri il presidente americano ha fatto intendere di essere pronto a dare battaglia con le tariffe doganali se i Paesi europei continueranno con la logica della web tax, la tassazione contro i giganti del web che il capo della Casa Bianca ha tenuto a ricordare che sono, a tutti gli effetti, aziende americane. Una precisazione non di poco conto che traccia una linea di demarcazione abbastanza netta tra gli interessi nazionali americani e le strategie europee. Conte ha tenuto a ribadire che questo è un tema di scontro. Ma per il presidente Usa il concetto è molto chiaro e non ha mai fatto fatica a esprimerlo: o l’Europa riequilibra la bilancia commerciale (specie la Germania) oppure sarà guerra commerciale. Con tutti i rischi del caso.

Rischi che per l’Italia sono aumentati anche dal fatto che sull’altro fronte che interessa Trump, cioè le spese Nato, sta facendo molto meno di quanto richiesto. Gli Stati Uniti premono affinché i Paesi contribuiscano al budget dell’Alleanza con almeno il 2% del Pil entro il 2022. Nel 2019, il nostro apporto si è fermato all’1,22% e nonostante alcuni accenni ad aumentare le spese, l’obiettivo del due per cento appare lontano. Anche in questo caso, l’Italia doveva fare di più ma non lo ha fatto. Trump lo sa, ma sa anche che il nostro Paese è uno dei maggiori contributori oltre a essere fra i più impegnati nelle missioni internazionali.

La posizione di Conte si fa difficile quindi. Ma il governo adesso deve dare un segnale agli Stati Uniti. Perché l’apporto di Trump e del Pentagono può essere particolarmente utile a pochi miglia dalle nostre coste, in quella Libia che è ancora un ginepraio da cui è difficile districarsi. Washington non vuole rimanere troppo coinvolta, ma è chiaro che non possa fare finta di nulla. Tramontata l’ipotesi Sarraj e messo da parte, per ora, il piano delle Nazioni Unite, Trump aveva anche guardato con interesse al cittadino americano Khalifa Haftar, ben legato alla Cia da tempi non sospetti. Ma la vicinanza del maresciallo dell’Est alla Russia non piace agli strateghi americani, specie dopo la fuga di notizie sui contractors russi in Libia proprio a sostegno dell’Esercito nazionale.

Ce la farà Conte a garantirsi il sostegno americano dopo i vari smacchi subiti? Difficile. E l’America lo sa benissimo. Sul fronte interno, conoscono perfettamente la condizione del premier e tutti a Washington sanno che è un presidente del Consiglio ormai debole. Lo dimostrano anche gli incontri dell’ambasciatore Lewis Eisenberg con le opposizioni. Indebolito e corroso dall’interno, Conte non può neanche dire di essere stato coerente con le aspettative Usa in tema di politiche europee, dal momento che il premier si è fatto esecutore di tutto quanto più distante della linee guida americane, a cominciare appunto da Difesa e web tax. Sul fronte cinese, il presidente del Consiglio ha accolto con favore gli investimenti di Pechino nonostante le chiare prese di posizione Usa. Mentre per quanto riguarda la Libia, gli Stati Uniti sanno che ormai la partita si è ampliata e Roma si è giocata il ruolo che avrebbe potuto (e dovuto) avere, soggiogata da turchi, egiziani, emiratini, francesi e russi. La partita vera è altrove. E Trump, che su Conte aveva riposto le speranze anche (soprattutto in chiave Spygate), potrebbe anche decidere di dire “basta”.