Una capacità che indubbiamente va riconosciuta a Giuseppe Conte è quella di saper gestire sul lungo periodo le maratone negoziali. Il premier ne ha dato prova già nel 2018, quando entrato come “brutto anatroccolo” nei palazzi del potere di Bruxelles di fronte ai membri della Commissione desiderosi di fare a pezzi la manovra economica gialloverde ne uscì cigno dopo aver portato a compimento la mediazione sul rapporto deficit/Pil al 2,04%. O nel 2019, quando durante la crisi di governo innescata da Matteo Salvini riuscì a dimostrarsi indispensabile agli occhi dei nuovi alleati, M5S e Pd, e a dar vita al suo secondo governo in una posizione di forza politica.

Più recentemente, un dossier dove Conte sembrava messo all’angolo ed è riuscito a riscattarsi di fronte alla sempre più fragile maggioranza giallorossa è quello dell’intelligence. Lo conferma la procedura di nomina di tre nuovi vicedirettori, due ai servizi esteri (Aise), l’ammiraglio Carlo Massagli e il generale della Finanza Luigi Della Volpe, e uno a quelli interni (Aisi), il generale dei Carabinieri ed ex membro del Ros Carlo De Donno, ratificata dal Consiglio dei Ministri. Scelte che avvengono sulla scia della mossa del cavallo con cui Conte ha affidato al suo consigliere diplomatico Pietro Benassi il ruolo di autorità delegata alla sicurezza della Repubblica e il coordinamento dei servizi segreti.

La scelta di accelerare sulle nomine all’intelligence, annunciata davanti alle Camere da parte di Conte, dimostra la volontà del premier di restare in partita sulla procedura di rimpasto di governo e, soprattutto, di sanare coi fatti gli incidenti venutisi a creare nelle scorse settimane sulla scia dell’emersione di critiche da parte dell’esecutivo per la sua gestione personalista del dossier intelligence. Una dimostrazione di grave leggerezza istituzionale censurata dal Pd, da pezzi del Movimento e anche dagli ex alleati di Italia Viva. Posto di fronte al rischio di non poter più toccare palla con la stessa libertà di prima nei principali dossier strategici internazionali, sottoposto al rischio di vedere i tradizionali referenti atlantici, dopo la vittoria di Joe Biden, e europei, dopo l’emersione di criticità sul Recovery Fund, perdere la pazienza nei suoi confronti Conte ha voluto arroccarsi laddove, legittimamente, si ritiene più forte. E cioè in quegli apparati burocratico-istituzionali in cui le prerogative del Presidente del Consiglio sono esercitabili più estensivamente, intelligence in primis.

Di questo arrocco Conte ha dato dimostrazione segnalando la sua capacità di dare le carte nella partita per la nomina delle autorità dell’intelligence. In cui sono state scelte figure indubbiamente di alto profilo, non comprimari, ma sulla cui selezione le forze istituzionali più critiche nei suoi confronti, Pd in primis, non hanno potuto negoziare adeguatamente. Il Tempo ricorda che i tre vicedirettori sono stati nominati dal premier usando l’opinione del nuovo ingresso nel governo, l’ambasciatore Benassi, come intermediazione. Spicca in particolar modo la figura dell’ammiraglio Massagli, figura che ha accompagnato Conte e il predecessore Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi in qualità di consigliere militare e che ora all’Aise rafforzerà il legame tra l’apparato e la presidenza del Consiglio.

Certamente dalle parti del Nazareno la soddisfazione per aver potuto richiamare Conte a una maggiore collegialità sui servizi sarà dimidiata dal fatto che con le nomine di figure indubbiamente inattaccabili sul piano del phisique du role e del curriculum ma di diretta o indiretta emanazione della sua volontà il premier abbia arginato i danni della perdita di visibilità e prestigio su scala internazionale. Il Pd e a suo modo Italia Viva da settimane si sbracciano per richiamare la continuità tra l’agenda dell’amministrazione Biden e le loro idee per il futuro degli scenari globali. Ma un conto sono il sostegno esplicito e il gradimento espresso da Washington per figure dem di primaria rilevanza nel governo, come Lorenzo Guerini e Enzo Amendola, un altro la capacità di maneggiare con i propri uomini o con i propri fedelissimi i dossier diplomatici e strategici chiave. Blindandosi sui servizi Conte accentra sul suo “partito” un grande potere su questioni come il 5G, il golden power, l’analisi delle minacce strategiche al sistema Paese, il dialogo sotterraneo con gli alleati.

Scrivevamo nelle settimane scorse che giocando con discrezione e furbizia le sue carte, come del resto Guerini ha ben capito, il Pd avrebbe potuto sfruttare i riferimenti di oltre Atlantico per accentrare sui suoi uomini la fiducia degli Usa per la gestione di questi dossier bollenti. Ebbene, sull’intelligence Conte ha fatto una tempestiva “parata e risposta” finendo per consolidarsi, complice l’inserimento del bollente dossier delle nomine dei servizi nella complessa partita per la sopravvivenza del suo governo e per il rimpasto dei ministri. Che secondo indiscrezioni potrebbe riservare una nuova puntata con la nomina di Marco Mancini a vicedirettore del Dis presieduto dal “contiano” Gennaro Vecchione. E un Conte blindato nelle istituzioni si sentirà politicamente più rilevante e perseguirà con maggior sagacia il processo parallelo di radicamento in un gruppo di fedelissimi partiti che appare il necessario presupposto a uno sbarco nell’agone politico con una formazione centrista, liberaldemocratica, europeista. Un potenziale contendente al consenso elettorale degli attuali “azionisti” della maggioranza: al Nazareno presto o tardi qualcuno si chiederà prima o poi se il gioco di sostenere il governo Conte II e assieme ad esso le ambizioni personali del premier valga la candela.

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