Lasciata per un attimo l’Italia, con le sue beghe interne e con la crisi che scuote la maggioranza di governo, Giuseppe Conte è partito per Londra con la certezza che almeno per un giorno avrebbe avuto una boccata d’ossigeno. Il premier preferisce sicuramente il palcoscenico interazionale a quello interno, visto che a Roma deve scontare il fuoco incrociato di opposizione e alleati. Ma se pensava di avere vita facile, il summit di Londra in realtà si rivelato molto più difficile di quanto credesse. La graticola interna non è peggiore di quella internazionale. E l’impressione è che adesso Conte cammini sul sottilissimo filo delle garanzie che, a targhe alterne, deve dare alla Cina, all’Unione europea o agli Stati Uniti.

L’incontro con Donald Trump è stato cristallino. E il confronto serrato sulla tecnologia 5g è un segnale di come il premier italiano non possa dormire sonni tranquilli. Barcollante tra le garanzie da dare a Trump (smentito incautamente dallo stesso Conte) e dagli accordi con la Cina di Xi Jinping – punto su cui si fonda anche l’alleanza tra Pd e Cinque Stelle -, Conte non sembra in grado di fornire ai media e ai suoi interlocutori una linea precisa. La prova arriva dalle frasi con cui il premier ha lasciato il bilaterale con Trump. Prima il presidente americano aveva detto che l’Italia sembrava “non avere intenzione di andare avanti” con il programma tecnologico offerto da Pechino. Poi Conte ha subito provato a svicolare ribadendo di non aver parlato con “l’amico Donald” del 5G prima del bilaterale a margine del summit Nato e poi, a fine incontro, provando a contraddire gli stessi americani dicendo che l’Italia, con la sua legislazione, già fornisce adeguati standard di sicurezza. Il riferimento è al decreto sul golden power che permette al governo di avere l’ultima parola per dare il via libera a contratti sulle Tlc che provocano sospetti sulla sicurezza interna e internazionale. Con quel decreto, primo atto del Conte bis, il presidente del Consiglio ha provato a placare l’ansia di Washington: ma a quanto pare non basta. E la prova è arrivata dal fatto che nell’incontro tra i due leader, si è parlato proprio di tecnologia cinese in Italia. Segno che Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono non hanno proprio tutta questa certezza sulle mosse italiane.

Insomma, Conte ha provato a chiudere la falla. Ma il rischio è che il naufragio sia già in corso. Con questa mossa, è chiaro che il premier abbia voluto inviare un segnale estremamente distensivo nei confronti della Cina: partner economico con cui il governo sta facendo il possibile per ampliare la portata dei negoziati nell’ambito della Nuova Via della Seta. Ma dall’altra parte, gli Stati Uniti hanno già definito in modo molto netto cosa pensano del 5g in mano cinese. E l’amministrazione americana non è certo pronta a cedere di fronte alle richieste italiane. Anzi, questa voglia di Conte di unirsi al blocco euro.cinese ha provocato di certo molti malumori all’interno del governo statunitense, che si ricordava un’Italia ben più allineata nella sfida all’avanzata cinese ai tempi giallo-verdi e che adesso, invece, vede sfilare Roma verso una posizione tra l’europeismo e l’apertura a Pechino. Niente di più pericoloso per The Donald: che proprio per questo potrebbe correre ai riparti dando un avvertimento al nostro Paese.

Perché l’impressione è che Conte voglia riuscire, strategicamente, a mettersi al centro delle grandi sfide globali, tentando la via dell’intermediazione su tutti i fronti. Ma è un metodo che non piace agli Usa, non è apprezzato dall’Europa e non è in grado di fornire garanzie alla Cina. E che può esse estremamente pericoloso. Per evitare scontro con le superpotenze, il premier preferisce sempre una terza via che però, iun questo mondo polarizzato, fatica a trovare strada. E non è questo il tempo del vecchio doppio forno in salsa democristiana: doppio forno che, va ricordato, era comunque figlio di una presa di posizione netta sull’atlantismo.

Conte fa altro: ma rischia di esagerare. Prova a essere più atlantista della Nato quando l’Alleanza atlantica è ormai a rischio collasso o a forte rimodulazione. Si pone come garante degli interessi americani in Europa ma marcia compatto con l’Unione europea che sfida Trump sulla politica commerciale e sulla tassazione dei giganti del web. Nonostante le rassicurazioni, flirta con la Cina in un gioco estremamente pericoloso in cui la diplomazia italiana prova a districarsi con un lavorio enorme di spiegazione all’Occidente delle politiche del nostro Paese nella Via della Seta. Ma come ricordato anche da Dario Cristiani per Formiche, le mosse italiane con Pechino non piacciono affatto a Washington. Prova a imporre la linea italiana in Libia ma si interfaccia a turno con potenze che sanno che l’Italia sta arretrando in modo inquietante nello scacchiere nordafricano e nel Mediterraneo orientale. E quelli che potevano essere suoi alleati, cioè Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping, adesso lo stanno scaricando. A tal punto che per garantirsi la sopravvivenza, punta sull’Europa a trazione franco-tedesca: lanciandosi, metaforicamente, dalla padella alla brace.