Giuseppe Conte parte per il suo tour europeo con una sola certezza: avere eseguito (e solo in parte) gli ordini di Angela Merkel. E cioè aver ottenuto l’approvazione della bozza del decreto Semplificazioni, con cui ora il premier può presentarsi in Europa dicendo che l’Italia è in grado di fare “i compiti a casa”. Giusti o sbagliati che siano, questo evidentemente non conta dalle parti di Palazzo Chigi, perché il vero nodo era far capire all’Europa (e in particolare alla Germania) di poter approvare qualcosa richiesto da Berlino e dall’Ue in fretta in modo da far comprendere ai Paesi più riottosi verso gli aiuti europei che a Roma avrebbero fatto le riforme richieste. Tutto per evitare il Mes, dicono gli speranzosi grillini. Ma andrebbe letto in un altro modo: tutto per compiacere la Merkel, che aveva chiesto anche telefonicamente al suo alleato Conte di portare il dl semplificazioni come certificazione della buona volontà italiana di non tirare troppo la corda, in modo da rendere meno difficoltoso per la Cancelliera l’accettazione del Recovery da parte dei frugali.

Con questo regalo all’Europa – per l’Italia, invece, è difficile ritenerlo tale – Conte parte per suo mini tour continentale. Viaggio che parte dal Portogallo e finisce in Germania, lunedì prossimo, proprio con un incontro con la dominus incontestata della politica europea. Quasi a voler completare un viaggio metaforico, dalla sinistra anti austerità (ma che ha fatto bene i compiti) alla maestra che dà lezione e indica la strada all’Italia e al Vecchio continente. Il viaggio si concluderà così con la consegna del trofeo. Certo, la Merkel vorrebbe sempre qualcosa in più. Il Mes non è stato approvato dall’Italia nonostante l’Europa abbia fatto di tutto per cucirlo a misura delle richieste di Roma. Le pensioni restano un punto cruciale della sostenibilità del debito pubblico italiano ma per adesso il governo – tatticamente – ha deciso di evitare interventi che farebbero collassare la già fragile coesione interna e la popolarità del premier. Ma visto che da Berlino hanno già fatto capire di non avere alcuna voglia di vedere un’Italia al voto col rischio di un parlamento a maggioranza di centrodestra, hanno accettato anche di attendere sul fronte delle altre garanzie, purché Conte si presentasse con qualcosa: appunto il dl Semplificazioni.

Va da sé che il decreto partorito in nottata non è certamente quanto richiesto realmente dall’Europa in termini di reale rilancio dell’Italia. Cosa che fra l’altro non sembra essere mai stata veramente di importanza capitale né per Berlino né per i rigoristi. Il dl è soltanto uno strumento approvato per far sì che Conte non lasciasse l’immagine di un’Italia che non avrebbe smosso le acque in vista delle trattative.

Ma, come detto, la vera regia non è italiana, ma tedesca. E tutto il tour europeo di Conte servirà a trovare un quadra con Spagna e Portogallo per poi presentarsi da Angela Merkel con una proposta coerente ai desiderata germanici. Prima tappa a Lisbona, poi a Madrid, il premier proverà a far squadra con Pedro Sanchez e Antonio Costa dopo che Emmanuel Macron – prima alfiere delle proposte mediterranee – si è sfilato dalla questione Recovery e Mes. Sul fondo salva-Stati, il presidente francese ha fatto capire di non voler tirare troppo la corda con la Germania finché la sua alleata Merkel siede sul trono di Berlino e di Bruxelles contemporaneamente. E in questo momento Parigi ha altri problemi per pensare a guidare il blocco mediterraneo nella sfida al Nord Europa: meglio sfilarsi e lasciare che sia la cancelliera a trovare la quadra tra Nord e Sud Europa, con Conte che prova a trasformarsi nel paladino dei diritti dei meridionali d’Europa.

Un paladino che però rischia, suo malgrado, di trasformarsi in arma di un altro campione: appunto Frau Merkel. Il premier non è in grado, realmente, di presentarsi come guida dei un fronte di opposizione ai “frugali”, ma come mero rappresentate di chi ha eseguito bene (o benino) i compiti richiesti dalle capitali europee. Altrimenti non si spiegherebbe l’entusiasmo rivolto nei confronti del decreto sulle semplificazioni, definito dallo stesso Conte “la base per il nostro Recovery plan“. In realtà non tanto “nostro” visto che è la Germania a volerlo a ogni costo. All’Italia è stato chiesto di pagare per averlo, e il prezzo è stato appunto un decreto su cui l’opposizione si è già espressa con una netta condanna. Ma all’Europa serviva questo decreto. Palazzo Chigi ha risposto “obbedisco”: che sia utile concretamente all’Italia è un problema che non sembra avere grosso peso.

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