“La reputazione dell’Italia all’estero è ‘cresciuta notevolmente'”, secondo quanto dichiarato dal premier Giuseppe Conte. Durante l’informativa alla Camera sulla “Fase 2” che dovrà traghettare l’Italia al superamento dell’emergenza coronavirus, il presidente del Consiglio ha spiegato: “Alcune aziende specializzate hanno segnalato come il valore reputazionale del nostro Paese all’estero sia cresciuto notevolmente. L’immagine dell’Italia è cresciuta, secondo queste indagini, percepita come migliore all’estero”.

Tutto questo, a detta di Conte, non sarebbe merito del governo bensì “dei cittadini italiani. Li dobbiamo ringraziare, per i sacrifici fatti, per i comportamenti virtuosi che hanno posto in essere. Se siamo fin qui riusciti ad arginare la curva del contagio è tutto merito loro”. Su quest’ultimo punto Conte ha indubbiamente ragione da vendere, e il riconoscimento dell’autodisciplina degli italiani e dell’inventiva di alcune aziende (dalla bolognese Siare alla bresciana Isinnova) è sicuramente una parziale ricompensa del paternalismo insito nel discorso della scorsa domenica.

Tuttavia, l’onesta ammissione del presidente del Consiglio apre una discussione sull’effettivo “merito del governo” in questo processo. Se cittadini, lavoratori e imprese si sono mostrate all’altezza del cimento, specie in una prima fase in cui l’isolamento e l’egoismo del resto d’Europa appariva spaventosamente manifesto, cosa si può dire dell’esecutivo? Ha realizzato il compito di tenere alto il prestigio del Paese, di difendere gli interessi nazionali e di mantenere dritta la barra del timone?

Il presidente del Consiglio non è più un novizio dei tavoli internazionali, né dopo due anni di governo si può dire che lo sia il titolare del ministero degli Esteri Luigi Di Maio, mentre esponenti del governo come Roberto Gualtieri vengono da una navigata carriera nella burocrazia europea. Tuttavia, si può dire che su molti tavoli il governo abbia giocato una partita non all’altezza delle aspettative verso i partner europei e internazionali.

In Europa, in un certo senso, si può dire che Conte si è consacrato come leader a fine 2018, portando a casa la mediazione sul deficit di bilancio che concluse la guerra tra il governo M5S-Lega e la Commissione Juncker; il credito di quel negoziato condotto in maniera seria e serrata si è riflesso poi in un sostegno dei leader europei a Conte al momento della crisi di governo che ha portato all’avvicendamento tra la Lega e il Partito democratico al governo a fianco dei Cinque Stelle.

Da allora in avanti però il governo M5S-Pd non ha ottenuto successi travolgenti in Europa, tutt’altro: la crisi del coronavirus è scoppiata dopo che l’Italia nell’Unione aveva dovuto ingoiare il rospo del rifiuto di un “superdeficit”, del commissariamento di Paolo Gentiloni ad opera del falco Valdis Dombrovskis, di una confusa ritirata sulle timide richieste della “logica del pacchetto” volta a indorare la pillola della riforma del Mes. Da ultimo, in Unione, l’Italia giallorossa non aveva fatto sentire la propria voce contro la proposta tedesca di unione bancaria e l’iniziativa della Commissione per un mercato comunitario dei crediti deteriorati, entrambe rischiose per l’economia italiana.

Roma non si trovava dunque in una posizione vantaggiosa al momento dei primi negoziati comunitari. Christine Lagarde in un primo momento ci ha messo del suo nel contribuire alla sfuriata negativa delle borse, compresa Piazza Affari, ma in seguito la Bce ha assunto una linea realista aumentando l’esposizione anti-crisi.

Dove l’Italia non ha praticamente toccato palla è stata nella definizione delle linee programmatiche per la risposta al virus della crisi economica. Conte ha sicuramente fatto bene a stoppare l’introduzione del Mes condizionato nel paniere delle risposte comunitarie al primo Consiglio europeo post-crisi, ma poi da Roma, come la Commissione ha confermato, non sono arrivate proposte concrete. L’Italia ha tenuto la linea retorica “Mes no, Eurobond sì” senza specificare come, in che misura e con che tempistiche volesse veder emessi gli Eurobond. La richiesta del Recovery Fund proposto dalla Francia è stata appoggiata dall’Italia, che ne ha chiesto un’applicazione il più tempestiva possibile.

Un mese di dibattiti in Europa hanno prodotto un “no” agli Eurobond in senso stretto, un sì a un fumoso Mes “a condizionalità ridotte” e un rinvio del Recovery Fund al 2021. Si è assistito al trionfo di Angela Merkel e della linea tedesca. Dopo il duo franco-tedesco l’Italia si è vista superare nelle gerarchie comunitarie anche dalla Spagna di Pedro Sanchez, che ha portato avanti una coraggiosa proposta di fondo comune, e dall’Olanda di Mark Rutte. Il premier olandese si è manifestato come il più tenace avversario della solidarietà comunitaria, e ha giocato con spregiudicato cinismo le sue carte, riducendo il più possibile l’ampiezza della solidarietà finanziaria tra i Paesi dell’Unione.

Recentemente, ha spopolato sul web un video indicativo della linea politica olandese. Durante una visita ad un centro raccolta rifiuti, un operaio ha detto al primo ministro Rutte: “La prego! Non dia soldi agli italiani o agli spagnoli!”. Rutte si è messo a ridere e ha risposto “Va bene, ne prendo nota”, annuendo compiaciuto.

Il governo italiano è percepito come debole e sostanzialmente imbelle

Non a caso, nelle fasi di maggiori criticità è arrivato il sostegno interno a mantenerci saldi. Dapprima la Bce, col piano di acquisti da 750 miliardi, poi l’asse tra Eurotower, finanza francese e fondi americani, hanno protetto il debito italiano dal rischio di un declassamento, ufficializzato dall’agenzia di rating Fitch. L’Italia ha in sé tutte le forze per ripartire sul profilo politico ed economico, ma la debolezza contrattuale dell’esecutivo preoccupa. Il governo appare in balia degli eventi e senza rotta: in fase di mare agitato, una problematica di non secondaria rilevanza.

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