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Cambiano le maggioranze parlamentari ma restano due certezze: Giuseppe Conte e l’asse tra il premier e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Una sinergia nata da subito, da quel primo G7 di Conte in cui si dimostrò immediatamente l’assoluta convergenze fra il nuovo presidente del Consiglio italiano e il presidente Usa. E che è stata confermata non solo nel corso di questi mesi di governo gialloverde, ma anche esattamente un anno dopo, al G7 di Biarritz, un summit dopo il quale il leader della Casa Bianca ha espresso pubblicamente il suo apprezzamento verso Conte.

Quel tweet per “Giuseppi” era un segnale: l’amministrazione Usa dava semaforo verde alla nuova esperienza di governo italiano con la Lega di Matteo Salvini fuori dai giochi. A patto, e questo era sottinteso, che Conte rispettasse quelle linee rosse che la Casa Bianca ha da tempo imposto non solo all’Italia ma anche a tutti gli alleati in ambito Nato e non solo. Un do ut des che a Conte è servito per dimostrare di avere l’appoggio della superpotenza americana e del leader di quella che è ancora oggi la guida del’Alleanza atlantica.

E che serviva invece a Trump per avere delle garanzie: quelle stesse che fino ad ora non erano riusciti a dare né Salvini né Luigi Di Maio, leader di partiti che non avevano saputo dimostrare la totale convergenza con la presidenza americana. Sia per ciò che riguarda la Russia sia per ciò che riguarda la Cina.

Le certezze, invece, sono arrivate proprio da Conte. Quel premier ombra che invece da qualche settimana è riuscito non solo a cambiare governo, ma anche a rimanere in sella e prendersi completamente lo scettro della politica italiana. Un cambio di passo notevole, repentino e frutto anche di una certezza: l’appoggio di Trump. Un sostegno importante ma condizionato e che si è reso palese da tre mosse compiute in questi primissimi giorni di incarico a Conte. Segnali, episodi, manovre, che hanno manifestato al mondo il fatto che sia Conte il garante dell’Italia aperta all’Atlantico.

La cronaca parla chiaro. Primo consiglio dei ministri e subito una mossa apprezzata dall’amministrazione americana: l’approvazione del decreto sul Golden Power. Un nome esotico per dire qualcosa di molto concreto: il governo italiano potrà avere l’ultima voce in capitolo sulle decisioni delle aziende di telecomunicazioni qualora l’inserimento di operatori stranieri possa mettere a repentaglio gli interessi strategici nazionali.

Tutto questo si traduce in un unico modo: una netta presa di posizione contro l’avvento dei colossi cinesi, Huawei e Zte in testa, nel 5G italiano. Pechino ha da tempo messo l’Italia nel mirino. E la firma sul Memorandum per la Nuova Via della Seta non è passata affatto inosservata al governo americano che aveva da subito messo in guarda Palazzo Chigi dalle ripercussioni strategiche dell’avvento asiatico nelle infrastrutture italiane, dal 5G ai porti. Il decreto per il Golden Power è rimasto nel cassetto per molto tempo: probabilmente troppo. Le pressioni Usa si sono fatte insistenti oltre che quelle dell’Alleanza atlantica. E alla fine è arrivata la netta risposta di Conte: approvazione immediata. Un modo per sdebitarsi dell’endorsement pubblico del suo amico “Donald”, ma anche un chiaro messaggio che la nuova maggioranza non avrebbe affatto inficiato gli eccellenti rapporti costruiti in questi mesi di governo con Washington.

Subito dopo la notizia dell’approvazione del golden power, una notizia trapela dalle cronache italiane: un cittadino russo, Aleksandr Korshunov, dirigente dell’azienda Odk, è stato arrestato a Napoli, appena giunto all’aeroporto. Il fermo è avvenuto su richiesta degli Stati Uniti, che lo accusano di spionaggio industriale. Secondo gli Usa, il russo, dirigente dell’azienda che produce motori, si sarebbe appropriato illegalmente di documenti della General Electric per i vettori russi. Un’accusa che ha portato al suo arresto e che ha scatenato le ire dello stesso presidente Vladimir Putin, che al forum di San Pietroburgo non ha nascosto tutta la sua irritazione.

Rabbia palesata anche dall’ambasciata russa in Italia che ha ribadito la totale illegittimità dell’arresto. Per adesso Mosca parla di rapporti tesi con Washington. Ma è chiaro che questo non possa non avere ripercussioni anche sui rapporti con Roma, che pare si sia da subito voluto smarcare riguardo qualsiasi rapporti privilegiato con il Cremlino. Una mossa che Conte aveva già fatto capire nell’ormai famoso discorso del Senato in cui, nel j’accuse a Salvini, aveva proprio fatto riferimento al cosiddetto Russiagate italiano, paventando anche documenti segreti in mano all’allora ministro dell’Interno.

Due mosse che hanno chiarito da che parte stia Conte. Ma che sono state poi coronate da un ultimo episodio: la notizia della telefonata tra il presidente del Consiglio e Donald Trump. Una telefonata di cortesia? Non proprio. Dalla Casa Bianca fanno sapere che i due leader hanno discusso di questioni bilaterali, ma è chiaro che quella telefonata sia arrivata anche con una tempistica molto precisa. Trump ha dato l’ok a Conte. E le autorità italiane, appena potuto, hanno confermato di essere totalmente in linea con quanto richiesto dagli Stati Uniti. Su 5G, Cina e Russia, Roma segue la linea atlantica. E alle certezze di Conte se ne aggiunge un’altra: passano i governo ma Washington rimane il vero architrave della nostra strategia. E Roma non può permettersi scostamenti, specialmente per i dubbi dell’amministrazione americana su questa nuova compagine di governo.

Le domande sono molte. Il Movimento 5 Stelle non ha mai chiarito la sua posizione su punti che per gli Usa sono essenziali. La Cina, in primis, con la Via della Seta. Ma anche su F-35, impegni Nato, budget per la Difesa e relazioni con gli alleasti americani nel mondo, vedi il caso Venezuela. E sulla questione Cina, in particolare, gli Stati Uniti vogliono vederci chiaro. Conte e Di Maio sono stati firmatari del Memorandum con Xi Jinping e la sua corte di ministri. E il Partito democratico ha spalancato le porte dei cinesi in Italia. Il Pd retto da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni è stato quello che ha fatto entrare Roma nel One Belt One Road. E il Pd esprime una forte componente che guarda a Pechino con estremo interesse: da Gentiloni a Romano Prodi.

Per adesso Conte sembra voler dimostrare a ogni costo di non guardare troppo a Oriente. E Trump può essere soddisfatto: le prime mosse del suo amico Giuseppe sono tutte rivolte all’altra sponda. Cambiano i governi ma l’unica certezza, oltre a Conte, è che gli Stati Uniti vogliono centrare l’obiettivo: e che, nonostante tutto, questo governo è già filo Trump. Almeno in queste prime battute.