La trasferta newyorkese di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio segna l’esordio dei due in campo internazionale dopo l’insediamento del nuovo esecutivo giallorosso. Entrambi fanno parte anche del precedente governo, ma rispetto ad appena un mese fa i ruoli appaiono cambiati: oggi Conte non è più un garante di un contratto tra due partiti ma un leader politico (quasi) a tutti gli effetti, mentre Di Maio adesso si presenta nella veste di ministro degli esteri. È da questa prospettiva che i due si presentano all’assemblea generale Onu. Al netto degli screzi interni, relativi a disaccordi su alcune manovre di natura economica, per Conte e Di Maio la tre giorni nella grande mela è importante per dettare la linea in politica estera del nuovo governo.
L’impressione però è che, al di là del cambiamento di colore di un esecutivo non più gialloverde ma giallorosso, le novità che il duo porta in dote in sede di Assemblea generale delle Nazioni Unite sono davvero poche.
Libia in primo piano
Di sicuro il dossier libico è quello su cui Conte potrebbe premere, sia nei discorsi ufficiali che nei vari incontri diplomatici a margine del summit Onu sul cambiamento climatico e della stessa Assemblea Generale. Come scrive Ilaria Lombardo su La Stampa, il presidente del consiglio avrebbe in mente di rassicurare di presenza gli americani sulla linea atlantica di Roma. Anzi, come tengono a sottolineare fonti di Palazzo Chigi, una “nuova” linea atlantica italiana. Una presunta discontinuità del precedente governo e, in particolare, dalle sortite considerate troppo filo russe dell’ex alleato Matteo Salvini. Un passaggio che però riserva al suo interno un paradosso: proprio Salvini infatti, è in realtà uno dei leader politici più filo atlantici degli ultimi anni in Italia. Certo, l’affaire Savoini e le simpatie politiche per Putin non sono un mistero, ma è altrettanto vero che è proprio Salvini ad esprimere più di una leggera insofferenza sulla firma dell’accordo con la Cina per la nuova via della Seta. Ed è sempre il leader della Lega a provare a dare all’Italia una linea filo Usa sul dossier venezuelano, chiedendo il riconoscimento di Guaidò.
Dunque una vera discontinuità Conte la dovrebbe esprimere con la linea del Movimento Cinque Stelle, i cui vertici e la cui base premono a più riprese nei mesi scorsi per non schierarsi al fianco di Guaidò in Venezuela, contrariamente a quanto fanno molti paesi dell’alleanza atlantica. In poche parole, è il Movimento Cinque Stelle a smarcarsi da sé stesso per poter dare modo a Conte di rassicurare Trump sul posizionamento italiano in campo internazionale.
Per il presidente del consiglio presentare un’Italia nettamente schierata all’interno delle posizioni atlantiste, rappresenta un nodo di fondamentale importanza per quanto concerne proprio il dossier libico. Conte, in particolare, sarebbe intenzionato a chiedere agli Usa un impegno più articolato sulla Libia, principale preoccupazione della diplomazia italiana. In cambio, Roma è pronta a cedere sul discorso Venezuela, forse riconoscendo in toto Guaidò, così come a togliere ogni dubbio sulla posizione del nostro paese in merito all’Iran. Conte inoltre, potrebbe presentare come ulteriore “garanzia” anche il decreto sulla cybersicurezza di recente approvazione, con il quale il governo sposa le preoccupazioni americane sull’affidamento dello sviluppo delle nuove tecnologie informatiche a paesi come la Cina. Conte e Trump, filtra da New York, non si incontreranno. In compenso, sarebbero già fissati diversi incontri tre le delegazioni diplomatiche di Italia ed Usa.
Nessun reale cambiamento in vista
A ben vedere però, le dinamiche sopra descritte non sembrano poi così lontane da quanto già visto a poche settimane dall’insediamento del primo governo di Conte, quello cioè retto dal contratto tra Movimento Cinque Stelle e Lega. Nel mese di luglio del 2018, il presidente del Consiglio (in veste di garante di quel patto politico tra i due ex alleati di governo) vola alla Casa Bianca e chiede a Trump una cabina di regia a guida italiana sulla Libia e sul Mediterraneo allargato. Dal canto suo, il presidente americano appoggia la richiesta ma in cambio l’Italia deve rinunciare ai propri interessi in Iran ed appoggiare la linea Usa in Medio oriente. In quei mesi infatti, il tycoon newyorkese si prepara a strappare ogni accordo con Teheran sul nucleare e ad inasprire le sanzioni contro il paese asiatico. Un gesto che per l’Italia significa la perdita di appalti e commesse per miliardi di Euro, ma contro cui Roma per l’appunto non si muove.
Quasi esattamente un anno dopo Roma sulla Libia chiede nuovo aiuto a Trump: l’Italia prova a fermare le velleità militari di Haftar, per farlo però ha bisogno del sostegno di Washington e dell’azione persuasiva della Casa Bianca sugli alleati sauditi, i quali danno appoggio politico e logistico al generale della Cirenaica. In quei mesi c’è anche il “pasticcio” derivante dal dossier Venezuela, nonché la visita di Xi Jinping in Italia: due casi su cui da Washington si chiedono garanzie prima di potersi esprimere a favore di Roma.
Adesso si tornano a vedere gli stessi scenari: l’Italia vuole un endorsement americano sulla Libia ed è pronta ad offrire, ancora una volta, garanzie sui rapporti con Mosca e Pechino, silenzio sull’Iran e cambiamenti di rotta sul dossier venezuelano. In parole povere, l’unica reale novità è quella relativa al colore del governo ed alla sua composizione. Per il resto, dalla Libia fino agli altri dossier più scottanti, la strategia di Conte e dell’Italia rimane la stessa. L’esecutivo giallorosso non è né più e né meno atlantico di quello gialloverde, a dispetto di quanto si vuol far credere. A New York l’unica vera novità sarà vedere Di Maio nelle vesti non più di vice premier.
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