L’Europa doveva battere un colpo. L’ha fatto, ma questo colpo è stato non solo debole ma anche del tutto superfluo. Il Consiglio europeo del 23 aprile si è rivelato esattamente quello che molti avevano previsto, un vertice in cui non dovevano esserci vincitori né vinti per evitare tracolli Un incontro virtuale e interlocutorio dove si doveva far capire che la via da seguire era quella del compromesso: e questo compromesso, come sempre, porta la firma di Angela Merkel e la controfirma di Emmanuel Macron. Sono loro i due grandi registi di questa lunga ed estenuante trattativa europea. E se la Cancelliera tedesca si conferma pienamente leader dell’Unione europea a trazione franco-tedesca dall’altro lato Macron può dirsi comunque soddisfatto di aver compattato il fronte “mediterraneo” evitando un netto strapotere di Berlino.

Il problema però è che al netto di macchinazioni politiche e geopolitiche, di conti interni e di rapporti di forza interni all’Ue, il vertice di ieri doveva dare anche risposte (forse soprattutto) ai cittadini europei, straziati da una crisi legata al coronavirus che rischia di mettere in ginocchio la già fragile tenuta sociale ed economica del continente.

Così non è stato. L’Europa ha saputo semplicemente dire quello che tutti si aspettavano che dicesse: ok al Mes, ok all’intervento della Bei e semaforo verde al piano Sure contro la disoccupazione. È questo il vero pacchetto approvato dall’Unione europea e su cui lo stesso Giuseppe Conte ha capitolato. Per il resto, quella grande iniziativa che doveva essere la rivoluzione in seno all’Europa, ovvero il Recovery Fund, si è tradotto esclusivamente in un impegno “a impegnarsi”. Perché di questo si tratta. Il Consiglio europeo, nei fatti, ha semplicemente detto di impegnare la Commissione von der Leyen a stilare un piano per l’attuazione di questo fantomatico fondo che già adesso vede divisi (ancora una volta) i due fronti dell’Europa. E sul suo finanziamento è arrivata anche la pietra tombale della Merkel che ha sentenziato laconicamente con un “c’è disaccordo”. Che per adesso significa “kaputt”.

Un concetto che però non sembra essere particolarmente chiaro al premier Giuseppe Conte, che ha anzi voluto affermare la vittoria politica, a suo dire, dell’inserimento della formula di “necessario e urgente” con cui è stato definito l’impegno su questo fondo. Ma nelle parole del presidente del Consiglio italiano, nonostante le esultanze della maggioranza, trasparivano sin da ieri notte alcune verità che forse lo stesso premier, inconsciamente, ha detto agli italiani. Perché una conferenza così breve se era possibile cantare vittoria? Perché non esporre in maniera chiara e più approfondita la risoluzione del Consiglio europeo?

Le risposte a queste domande probabilmente si possono sintetizzare in un unico modo: la vittoria politica è tanto formale quanto poco sostanziale. E il governo italiano, che pure ha ottenuto questa formula così vaga sul fondo europeo, ha in realtà ceduto su tutta la linea rispetto ai proclami con cui erano iniziati i negoziati prima addirittura dell’Eurogruppo. Inutile andare troppo indietro nel tempo: l’Italia era partita con l’idea di non voler accettare il Mes, di sostenere l’intervento di Bei e Sure, e di considerare imprescindibili gli eurobond. “Torna” virtualmente dal vertice del Consiglio con il Mes, il Sure il Bei, niente eurobond (del tutto depennati da qualsiasi ordine del giorno) e con un impegno futuro sui fondi europei. Impegno futuro che però non fa i conti con l’unica verità: la crisi è attuale non futura. E i soldi servono ora, non domani. In pi l’Italia vanta una vittoria che in realtà è figlia di ben altre iniziative, che vedono soprattutto l’impegno di Parigi e di Madrid. Conte ha battuto sulla linea degli eurobond e del “riflettere sul Mes”, ma la realtà è che quel piano da 1500 miliardi nasce (almeno dalle indiscrezioni di stampa) da un progetto stilato dal governo spagnolo che da subito si è smarcato rispetto alla linea verbalmente ostile di Roma rispetto alla Germania. E non poteva essere altrimenti visto che la Spagna, come altri Paesi “ribelli”, è legata a doppio filo alla finanza germanica.

La realtà quindi è che ci sia poco da cantare vittoria. Sia per quanto riguarda l’Italia che per quanto riguarda l’Unione europea. Dal punto di vista italiano, il Consiglio ha certificato la vaghezza delle proposte di Palazzo Chigi e il naufragio della linea dura anti rigorista: Conte ha accettato tutto spacciando come vittoria un impegno a parole. Sul fronte europeo, si è invece cristallizzato l’ennesimo colpo a salve di una struttura ormai sempre meno in grado di decidere. E ora si dividerà se l’impegno sul Fondo sarà in base a prestiti o in base ad altri strumenti. Il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, ha detto che i leader europeo avrebbero dimostrato agli italiani “che l’Europa c’è”. Ma qui l’unica cosa che c’è e su cui non ci si discosta è la perdita di tempo. Quel tempo che italiani ed europei non hanno più.

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