Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

L’Europa vive nell’attesa continua di momenti decisivi, di summit capaci di fungere da svolta, inversione netta in un percorso incerto per tutto il costrutto europeo. Quale è stato quello intrapreso dopo la Grande recessione e la crisi dei debiti sovrani, in cui l’Unione europea si è ridimensionata gradualmente e non ha saputo affrontare con la decisa forza temi quali il dilagare dell’austeritàAlla prova della storia l’Unione ha più volte deluso, la debolezza economica, l’immigrazione, la sfiducia dei cittadini dell’Unione e anche la risposta alla crisi del coronavirus lascia a desiderare.

Mai come in questa fase appare limpida la realtà dei fatti: che in Europa decidono in ultima istanza gli Stati, e che tra questi la distinzione tra coloro che prendono le decisioni e quelli che si trovano a ratificarle e svolgere un ruolo da comprimari è netta. E l’Italia, purtroppo, è scivolata nel secondo gruppo. La riunione odierna del Consiglio europeo, di cui trapela da più fonti la natura di ennesimo appuntamento con la storia che l’Unione mancherà, ne è plastica testimonianza.

Un mese fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva, comprensibilmente, rigettato le conclusioni del primo Consiglio europeo chiedendo azioni più incisive e definendo insoddisfacente il compromesso che dava spazio unicamente al Meccanismo europeo di stabilità (Mes). A ciò, purtroppo, non ha fatto seguito un’azione politica efficace: il governo Conte ha brancolato nel buio, mancando della necessaria incisività per proporre soluzioni concrete. Come certificato dalla capitolazione di Roberto Gualtieri su quasi tutte le proposte dei falchi all’ultimo Eurogruppo.

Martedì, in Senato, Conte aveva definito la proposta italiana in termini di sostegno al Recovery Fund ipotizzato inizialmente dalla Francia di Emmanuel Macron. Ma nella giornata di ieri una portavoce della commissione Von der Leyen ha fatto sapere alla stampa che “nulla di concreto” è giunto a Bruxelles da Roma. Nulla di ufficiale se non la definitiva conferma che Conte porterà avanti una battaglia di retroguardia cercando di contribuire a strappare dalla conferenza odierna promesse il più concrete possibile sulla fattibilità dei due progetti oggi maggiormente funzionali all’interesse nazionale italiano: da un lato, appunto, il Recovery Fund, su cui i Paesi del Nord mirano a temporeggiare delineandone l’entrata in vigore al 2021 e enfatizzando il ruolo del Mes sul breve periodo; dall’altro il lungimirante maxi-piano promosso dal premier spagnolo Pedro Sanchez negli scorsi giorni e incentrato sulla costruzione di un fondo anti crisi da 1,5 trilioni di euro in grado di dare garanzie, e non prestiti, sotto forma di trasferimenti diretti ai Paesi in crisi.

Usando un paragone automobilistico, da Paese capace di ambire alla prima fila in Europa l’Italia è stata ora retrocessa perlomeno in terza. Data per scontato la pole position per la Germania di Angela Merkel e la seconda posizione per la Francia, in seconda fila sono ora Spagna e Olanda a risultare più incisive del nostro Paese nella delineazione delle linee guida dell’Unione.

L’attestazione dell’irrilevanza di Roma è la mancanza di qualsiasi riferimento all’emissione diretta di Eurobond nei tavoli di lavoro del Consiglio europeo. L’Italia ha portato avanti una battaglia “Eurobond sì, Mes no” tanto netta nei toni quanto incerta nella sua definizione concreta. Mai dal governo Conte è giunta chiarificazione su come si proponeva di vedere emessi i titoli di debito mutualizzato, sulle proposte di durata, tasso di rimborso, interesse e sule finalità degli stessi per l’Unione. Un’assenza di chiarezza che è attestato di irrilevanza: in un Consiglio europeo che già si prevede non decisivo Conte rischia di non toccar palla. E questo per le prossime settimane non è un buon segno.

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