Mentre il mondo sfiora il milione di contagi, la Corea del Nord sembra essere totalmente estranea al Covid-19. Nonostante il crescente scetticismo all’estero, i funzionari sanitari di Pyongyang insistono sul refrain del contagi zero, frutto della rapida chiusura dei confini e delle severe misure di contenimento scattate a gennaio dopo la conferma dell’epidemia nella vicina Cina. Ispezioni e quarantena per tutto il personale in entrata, disinfezione a fondo delle merci, blocco delle rotte marittime e aeree secondo l’establishment coreano sembrano dare gli esiti sperati. Il regime avrebbe perfino bloccato i trafficanti che continuano a far funzionare i suoi fiorenti mercati neri e ha messo in quarantena tutti i diplomatici stranieri per un mese.

Dubbi e sospetti

A lanciare l’allarme dall’esterno sono le Nazioni Unite che stimano che 10,3 milioni di persone – quasi la metà della popolazione del Paese – vivono in stato di bisogno e che circa il 41% dei nordcoreani è denutrito. La malnutrizione e le malattie in tutta la Corea del Nord sono in aumento dalla metà del 2019, quando i raccolti sono stati significativamente danneggiati da siccità e inondazioni. La Corea del Nord pare, inoltre, particolarmente vulnerabile al coronavirus a causa del suo inefficiente sistema sanitario e delle sanzioni internazionali, che hanno creato grosse carenze alimentari.

A non credere alla versione di Kim Jong Un anche gli Stati Uniti di Trump: quest’ultimo, convinto che il Paese si trovi in gravi difficoltà ha scritto negli scorsi giorni al suo omologo nordcoreano, sotterrando momentaneamente l’ascia di guerra, offrendo cooperazione in merito alla lotta alla pandemia. Il Paese sembra aver avuto contatti anche con Mosca: a febbraio, il ministero degli Esteri russo ha dichiarato di aver fornito a Pyongyang 1.500 kit di test diagnostici su sua richiesta, ma l’esito di quest’importazione sembra perdersi nel mistero. Anche le Nazioni Unite hanno concesso esenzioni alle sanzioni ai gruppi di soccorso, tra cui Medici senza frontiere e UNICEF, su articoli quali kit diagnostici, maschere per il viso, dispositivi di protezione e disinfettanti, ma anche qui non sembra chiaro se se tali forniture siano poi state trasferite in Corea del Nord. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità è scesa in campo, annunciando di essere pronta a destinare quasi un milione di dollari per sostenere le attività di risposta al coronavirus di Pyongyang, secondo i dati pubblicati sul sito web dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari.

Le voci dei dissidenti

Ma anche se la Corea del Nord fosse libera dal coronavirus, il regime di Kim Jong Un nulla sta facendo per convincere il mondo di questo status quo né tantomeno sta condividendo con il resto del pianeta le buone pratiche eventualmente messe in campo. In Corea del Sud, analisti ed esperti restano molto scettici sulle affermazioni di Pyongyang, e quelli con fonti nella Corea del Nord hanno affermato che il virus starebbe già da tempo attanagliando il Paese. All’inizio del mese scorso il leader nordcoreano ha rotto mesi di silenzio diplomatico scrivendo una lettera personale al presidente sudcoreano Moon Jae-in. La lettera, il cui contenuto non è stato diffuso, potrebbe essere un campanello d’allarme nonché segno che Kim Jong Un sia alla ricerca di aiuti e sodalizi per condurre una battaglia non all’altezza del proprio regime.

Ma a lanciare ombre sulla Corea del Nord ci pensano anche i dissidenti, tra cui Seo Jae-pyoung, segretario generale dell’Associazione dei disertori della Corea del Nord, con sede a Seoul, in Corea del Sud. L’attivista, intervistato dal New York Times, sostiene che la favola dei contagi zero sia una farsa ordita dal regime per mantenere la pace sociale ma soprattutto per nascondere le gravi pecche del sistema sanitario nordcoreano, a corto di posti letto ma soprattutto privo di strumenti diagnostici adeguati. Inoltre, secondo le fonti del dissidente, interne alla Corea del Nord, i primi casi nel Paese risalirebbero già alla fine del mese di gennaio. Tuttavia, Seo afferma di aver ricevuto messaggi da fonti che affermano che le maschere facciali vengono introdotte clandestinamente attraverso la Cina e che le maschere dalla Corea del Sud vengono vendute sul mercato nero e donate a funzionari di alto livello. Ergo, a Pyongyang sarebbe già emergenza nazionale. Al di fuori di Pyongyang e Hamhung, credo che non ci siano praticamente istituzioni mediche in cui le persone comuni possano facilmente ricevere cure”, ha dichiarato Seo. “La maggior parte delle città non ha un’ambulanza o un trasporto per i pazienti e molte persone ammalate non possono che restare a casa”.

Nelle ultime settimane, i media ufficiali del Nord hanno pubblicato rapporti allarmanti che descrivono dettagliatamente la diffusione del coronavirus in tutto il mondo: Corea del Sud, corpi che si accumulano in Italia, cittadini che comprano armi e munizioni negli Stati Uniti. Quasi a creare un noi ed un loro di cui il regime si nutre. Le poche immagini rubate da attivisti e dissidenti che arrivano dalla Corea però descrivono un quadro molto meno lusinghiero. Su alcuni marciapiedi è riportata la scritta “stazione di disinfezione”, ufficiali in tuta di plastica che solitari disinfettano la strada, altoparlanti che dalle auto annunciano l’importanza dell’uso delle maschere: sono immagini “contrabbandate” dal reverendo Kim Seung-eun, un attivista per i diritti umani nella Corea del Sud. Sempre il mese scorso, Daily NK, un sito web con sede a Seoul, che assume informatori anonimi all’interno del Nord, ha riportato la morte di 200 soldati, e di altri 23, sospettati di aver contratto il coronavirus.

Se il virus arrivasse in Corea del Nord

In assenza di notizie certe e con poche e sparute fonti, appurare cosa stia accadendo in Nord Corea è quasi impossibile. Così come è possibile che il pugno di ferro del regime possa, paradossalmente, essere riuscito quantomeno a contenere l’epidemia.

Ma cosa accadrebbe se i ritmi del contagio diventassero come quelli cinesi o europei?

Un focolaio di coronavirus sarebbe devastante per il popolo nordcoreano e per un’economia che sta già soffrendo sotto sanzioni economiche. La Corea del Nord è già vulnerabile per via dell’uragano Lingling e della peste suina africana, che ha decimato intere popolazioni di maiali. Inoltre, la debole infrastruttura sanitaria della Corea del Nord verrebbe probabilmente sopraffatta: tutto quest in un Paese che soffre di malnutrizione e di malattie croniche. Una preoccupazione particolare è la mancanza di diversità dietetica, che è vitale per una buona alimentazione. Ciò è amplificato quando si tratta di famiglie con bambini piccoli, o donne in gravidanza e in allattamento, che sono le più vulnerabili. Oltre alle sfavorevoli condizioni climatiche, le scorte limitate di input agricoli, come carburante, fertilizzanti e pezzi di ricambio hanno messo in ginocchio le aree rurali negli ultimi due anni: se il virus giungesse qui, l’epidemia si trasformerebbe in una strage.

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